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Festival della comunicazione di Molfetta, i punti deboli dell’app Immuni nell’intervento dell’esperto di Diritto dell’Unione europea Benedetta Dentamaro: dubbi sul raggiungimento della quota per l'efficacia, preoccupazioni sulla conservazione dei dati e altro

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Nel suo intervento al Festival della comunicazione di Molfetta ieri, sul tema della protezione dei dati personali, ha citato i problemi di attualità legati all’emergenza sanitaria corona virus. Come vede l’utilizzo di un’app per tracciare i contagiati?

Si è parlato molto dell’app Immuni, dei suoi pregi e difetti, e del sospetto che i dati raccolti possano finire in mani sbagliate, sospetto che si riferisce al fatto che una parte del capitale della società titolare dell’app è di una finanziaria cinese. Da un punto di vista strettamente giuridico, poiché i dati sulla salute sono considerati “sensibili”, è essenziale che la raccolta e il trattamento avvengano con il consenso della persona a cui si riferiscono, e inoltre che siano usati soltanto per gli scopi per i quali vengono raccolti e che siano conservati per un limitato periodo di tempo. La Commissione europea ha indirizzato agli Stati membri precise indicazioni su come scegliere le app per il tracciamento del coronavirus salvaguardando i diritti fondamentali della persona.

Immuni risponde a questi requisiti?
Il ministero della Salute ha assicurato che l’uso dell’app avverrà su base volontaria (cioè ciascuno può scegliere se scaricare l’app o no), che la trasmissione delle informazioni sulla salute spetta all’utente in modo anonimo, e che non sarà identificato il luogo in cui si trova la persona. Trattandosi di un meccanismo su base volontaria, è importante che i cittadini si sentano “protetti” nell’utilizzare l’app, perché se meno del 60 per fento della popolazione deciderà di usare l’app non si otterrà una quantità di dati sufficiente a tracciare il contagio. E considerando che questo virus colpisce in misura maggiore gli anziani, probabilmente meno familiari con questa tecnologia, abbiamo già qualche dubbio che la quota sarà raggiunta. Inoltre, ogni persona tramite l’app deve rispondere a un questionario sui propri sintomi e, nel caso in cui riceva la notifica di essersi avvicinata a un “positivo”, deve informare tutte le persone con cui è entrata in contatto e mettersi in quarantena. Insomma, molta attività viene lasciata all’iniziativa del singolo, per non dire che non tutti potrebbero essere in grado di riconoscere i sintomi del COVID-19. Temo, però, che non vi sia allo studio un altro sistema. Il problema rimane quello di effettuare i test sui sintomatici e le categorie a rischio, per esempio i conviventi degli infetti.
Un punto su cui la Immuni non seguirebbe le raccomandazioni europee è che i dati saranno cancellati quando passerà l’emergenza o al più tardi il 31 dicembre, mentre secondo la Commissione l’app dovrebbe essere disattivata già quando l’epidemia sarà sotto controllo e senza aspettare che sia l’utente a disinstallarla. Inoltre, i dati dovrebbero essere conservati sull’apparecchio telefonico e non in un centro di stoccaggio remoto.
Altro tema preoccupante è l’uso che verrà fatto dei dati raccolti. Non sono riuscita a trovare informazioni precise, tranne che i dati serviranno a monitorare la diffusione del contagio. Bisognerebbe avere la garanzia dal ministero che i dati non saranno trattati anche per altri scopi, visto che già c’è una tendenza del governo a usare la tecnologia per monitorare i cittadini.

A cosa si riferisce?
Alla proposta della card unica per il cittadino, che porterebbe a un tracciamento molto più invasivo di Immuni: dati non anonimi, geolocalizzazione, finalità del trattamento non specificate e durata dell’archiviazione illimitata…
La Carta Unica riunirà inizialmente in una sola tessera magnetica la carta d’identità elettronica, la tessera sanitaria e il bancomat, con l’idea di estenderla successivamente al tesserino dei dipendenti pubblici, alla card per il reddito di cittadinanza e persino al certificato elettorale! Tutto ciò è contrario alle indicazioni della Commissione europea in materia di tutela della privacy, che raccomandano di non cumulare diverse funzioni in una sola applicazione per non sottoporre i cittadini a un monitoraggio di massa. Sarebbe una specie di Grande Fratello (forse una nostalgia dello staff del premier?) che pone forti dubbi non solo rispetto alla legislazione sulla tutela della privacy ma sulla deriva dei valori democratici in Italia.




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