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#Weekhero/Carola Rackete. Riflessioni sull’eroismo nel terzo millennio

Ogni sabato alla ricerca di un eroe che ci ricordi che a volte un atto eroico consiste semplicemente in un cambio di prospettiva.

di Angela Maria Centrone

Solitamente si definisce eroe un individuo che agisce per il bene di altri, non curandosi delle conseguenze su sé stesso. Ebbene stando a questo, Carola Rackete è sicuramente un’eroina. Ma, in materia di migranti, bisogna ammettere che si tratta di atti eroici “mordi e fuggi”, perché queste persone, una volta salvate dal mare, diventano una moltitudine abbandonata alla mercé del destino, senza nessun piano di politiche di integrazione in Europa (perchè parlare di nazioni nel 2019 è davvero démodé). 

In queste settimane, in cui c’è chi si schiera a favore dell’operato della Sea Watch 3, c’è chi si schiera in difesa dei finanzieri speronati, c’è chi lancia insulti, c’è chi mette alla gogna i “leoni da tastiera”, c’è qualcuno che davvero si schiera dalla parte dei migranti? Laura Vella, il GIP di Agrigento, si è espressa e Carola Rackete, il capitano della Sea Watch 3 che ha attraccato a Lampedusa con un atto di forza lo scorso 26 giugno, è libera. Questo è un bene, perché sicuramente questa donna non è una criminale, ma ha agito nell’interesse di quei 42 migranti a bordo, quindi nell’interesse di altri, rischiando una condanna, quindi non pensando alle conseguenze sulla sua persona. Ma poi? Le polemiche intorno alla “capitana” continuano e quelle attorno al giudice che ne ha ordinato la scarcerazione sono appena cominciate. Ma è giusto parlare ancora di questa storia, se esiste un’emergenza senza eguali? Forse dovremmo smetterla di paragonare questa gente ai “migranti” del secolo scorso, perché all’epoca si andava via alla ricerca di un lavoro e di qualche opportunità in più, ma non si fuggiva dalla morte e né si incontravano, durante il cammino, torture e carcerieri. Quei pochi risparmi messi da parte venivano destinati all’inizio di una nuova vita e non ceduti a carcerieri e scafisti senza scrupoli. La questione vera non è “aprire i porti o meno”, la questione è: perché nessuno interviene in Libia? Perché ancora permettiamo che questa gente intraprenda un viaggio tanto pericoloso? Cosa stiamo aspettando ad organizzare azioni diplomatiche, interventi militari e corridoi umanitari in favore dei Paesi del corno d’Africa?

Questa è l’eredità nel nostro Occidente colonialista ed è giusto che l’Europa se ne prenda carico, chi ancora non l’ha capito è perché, forse, non ha studiato la storia e neanche la fisica: “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”.

Eppure fino a qualche anno fa esportare la democrazia ci piaceva tanto.




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