Di seguito un comunicato diffuso dal Comune di Grottaglie:
Non si può governare una crisi rinviando continuamente le decisioni. Chiudere non significa abbandonare, ma avere il coraggio di bonificare, investire e costruire un futuro diverso per Taranto e per la sua provincia.
Sull’ex Ilva di Taranto si continua a navigare a vista. Cambiano i governi, cambiano i decreti, cambiano le promesse, ma il risultato resta drammaticamente lo stesso: nessuno sembra avere una visione chiara e definitiva del futuro dello stabilimento e nessuno vuole assumersi fino in fondo la responsabilità di una decisione. Dal primo sequestro del luglio 2012 ad oggi, a parte proclami, il quadro industriale e ambientale è solo peggiorato e questo è sotto gli occhi di tutti, intanto la gente dentro e fuori lo stabilimento continua ad ammalarsi e a morire, mentre gli altri sono costretti, o sollecitati, ad andare via.
Così questo territorio rimane condannato ad una morte lenta.
Anche questo Governo continua a tenere la fabbrica sospesa in un limbo industriale, occupazionale e ambientale. Un limbo nel quale si consumano le speranze dei lavoratori, si esasperano le preoccupazioni delle famiglie e si condanna un intero territorio a vivere nell’incertezza.
L’ennesimo decreto rischia di essere soltanto un altro provvedimento tampone: impianti a marcia ridotta, lavoratori in cassa integrazione, la prospettiva di licenziamento collettivo e un problema strutturale che viene ancora una volta rinviato al prossimo governo.
È il solito copione. Si evita di decidere oggi, lasciando che siano i lavoratori, le loro famiglie e le comunità del territorio a sopportare le conseguenze.
Così ricomincia un nuovo giro di valzer e di disperazione, mentre Taranto continua ad attendere risposte che non arrivano.
Non si può governare una crisi rinviando continuamente le decisioni. Non si può chiedere a un territorio di vivere per decenni nell’incertezza, sospeso tra il diritto al lavoro e quello alla salute.
Taranto e la sua provincia hanno diritto di conoscere il proprio futuro.
Non bastano annunci, tavoli istituzionali e decreti emergenziali. Serve un progetto industriale “nuovo e diverso” un progetto alternativo, ambientale e sociale che indichi una nuova direzione, che abbia tempi certi e individui le risorse. L’ex Ilva non può più continuare a operare nelle condizioni attuali, bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza e di assumere tutte le conseguenze di questa scelta, se non fosse così, in questi lunghi 14 anni dal 2012, qualcuno avrebbe fatto qualcosa di concreto.
Chiudere però non può significare semplicemente abbassare le serrande, lasciare gli impianti e i problemi ambientali sul territorio e abbandonare migliaia di lavoratori al proprio destino.
Chiudere l’Ilva, se questa sarà la decisione, deve significare bonificare, risanare e ricostruire.
Significa reperire le risorse necessarie, individuare le responsabilità, definire un cronoprogramma vincolante e restituire alla città e al territorio la possibilità di immaginare un futuro diverso.
Significa trasformare una crisi senza fine in un progetto concreto di risanamento ambientale e di sviluppo sostenibile.
È arrivato il momento di affrontare questa emergenza con strumenti straordinari.
Per questo propongo che si cominci da una legge speciale per Taranto, una legge che riconosca la specificità della crisi industriale, ambientale e sanitaria del territorio e introduca risorse, strumenti e garanzie adeguate.
Una legge che non si limiti a finanziare l’ennesima fase di cassa integrazione, ma che costruisca un percorso concreto per uscire dalla dipendenza dall’ex Ilva, tutelare i lavoratori e restituire futuro alle comunità coinvolte. Il primo intervento deve riguardare le persone che hanno lavorato per anni in condizioni di esposizione all’amianto e ad altri agenti nocivi. Occorre prevedere, attraverso una disciplina nazionale specifica e nel rispetto dei necessari accertamenti sanitari e previdenziali, un percorso di tutela rafforzata per i lavoratori che abbiano maturato i requisiti previsti, fino a contemplare forme di accesso anticipato alla pensione per chi abbia subito esposizioni documentate e significative.
Non è accettabile che chi ha dedicato la propria vita al lavoro in condizioni gravose debba affrontare anche l’incertezza sul proprio futuro previdenziale. La tutela della salute non può fermarsi ai cancelli della fabbrica e non può esaurirsi nel riconoscimento tardivo di un danno.
Una legge speciale dovrebbe inoltre prevedere un impegno finanziario diretto dello Stato per accompagnare la riconversione occupazionale e sostenere economicamente il territorio. Le risorse pubbliche devono servire a creare opportunità concrete, non a prolungare indefinitamente una situazione senza sbocchi.
I lavoratori come risorsa per la bonifica e la rinascita del territorio.
C’è una seconda strada che ritengo necessario percorrere: lo Stato potrebbe farsi carico dei costi di un piano straordinario di ricollocazione e riqualificazione professionale, coinvolgendo le amministrazioni locali e gli enti pubblici del territorio.
I lavoratori che non possono o non devono più essere impiegati nelle attività siderurgiche potrebbero essere accompagnati, sulla base delle competenze e delle condizioni individuali, verso nuove mansioni nelle amministrazioni pubbliche, attraverso strumenti di assegnazione o assunzione da definire con una disciplina legislativa specifica.
Potrebbero contribuire alle attività istituzionali degli enti, alla manutenzione del territorio, alla cura del verde pubblico, alla prevenzione del dissesto, alla tutela del patrimonio e al miglioramento dei servizi rivolti ai cittadini.
Ma soprattutto, una parte di questo percorso dovrebbe essere dedicata alla formazione professionale per le bonifiche ambientali, la messa in sicurezza dei siti contaminati, il monitoraggio del territorio e le attività di risanamento.
Naturalmente, queste attività dovrebbero essere svolte dopo un’adeguata formazione, con le necessarie abilitazioni, dispositivi di protezione e garanzie di sicurezza, nel rispetto delle competenze tecniche richieste per ciascun intervento.
Non si tratta di improvvisare soluzioni o di trasferire semplicemente personale da un settore all’altro. Si tratta di costruire un programma serio, finanziato dallo Stato, che metta in relazione le competenze dei lavoratori con i bisogni reali del territorio e le opportunità offerte dalla sua riqualificazione.
Le competenze maturate in anni di attività industriale non devono essere disperse. Possono diventare una risorsa preziosa per la nuova fase che Taranto deve affrontare, se accompagnate da formazione adeguata, organizzazione e investimenti. In questo modo, la bonifica non sarebbe soltanto un costo da sostenere, ma anche un’occasione per creare occupazione, sviluppare nuove professionalità e restituire dignità a chi rischia di pagare il prezzo più alto della crisi.
Come sindaco di Grottaglie, avverto la responsabilità di dare voce a una preoccupazione che riguarda l’intera provincia. Il destino dell’ex Ilva non è una questione confinata dentro i cancelli di una fabbrica: riguarda la salute dei cittadini, la dignità del lavoro, il futuro delle giovani generazioni e la possibilità per questo territorio di emanciparsi da una dipendenza industriale che da troppo tempo lo costringe a confrontarsi con un conflitto inaccettabile tra occupazione e tutela della salute.
Fino a oggi è mancato ciò che avrebbe dovuto accompagnare ogni scelta: un progetto organico, credibile e finanziato, capace di tenere insieme lavoro, salute, ambiente e sviluppo.
È mancata una strategia capace di guardare oltre l’emergenza e di garantire continuità agli interventi, indipendentemente dal colore politico dei governi. Non possiamo accettare che ogni Esecutivo si limiti a guadagnare tempo, lasciando al successivo il compito di affrontare ciò che nessuno ha avuto il coraggio di risolvere.
Ogni rinvio prolunga l’incertezza, indebolisce le prospettive economiche e rende più difficile immaginare una transizione ordinata e giusta. Il Governo dica con chiarezza quale futuro intenda costruire per l’ex Ilva.
Appare evidente che il modello industriale è ormai superato, per questo si abbia il coraggio di presentare un piano concreto di chiusura, bonifica e riconversione, indicando risorse, tempi e garanzie per i lavoratori.
E il Parlamento valuti una legge speciale per Taranto che affronti finalmente la questione nella sua interezza: tutela previdenziale per i lavoratori esposti, ricollocazione professionale, formazione, bonifiche e sostegno economico agli enti chiamati a contribuire alla rinascita del territorio.
Taranto non ha bisogno di un altro decreto che rinvii il futuro. Ha bisogno di una scelta politica chiara, di un progetto finanziato e di impegni verificabili. Il vero fallimento non è decidere di cambiare strada. Il vero fallimento è non avere il coraggio di scegliere una strada costringendo un intero territorio a vivere, anno dopo anno, nell’attesa e nella disperazione.
È tempo che lo Stato si assuma fino in fondo le proprie responsabilità. Non soltanto per decidere il destino di una fabbrica, ma per garantire un futuro a una comunità che ha già pagato un prezzo troppo alto.






