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Bellanova, non fu lavoro nero. Sentenza del giudice del lavoro di Lecce L'ex viceministro: oggi è il tempo della verità

teresa bellanova

Maurizio Pascali aveva denunciato Teresa Bellanova. Quattro euro al giorno per trenta mesi, l’accusa dell’uomo che svolgeva le funzioni di addetto stampa.

Teresa Bellanova, stando ai giudici leccesi (primo grado) non è stata responsabile di lavoro nero.

Scrive Teresa Bellanova:

Una vicenda dolorosa, sul versante dei rapporti umani e professionali per me inconcepibile. A cui ieri, finalmente, la decisione del Tribunale di Lecce, Giudice del Lavoro, ha messo fine, sancendo come le accuse di Maurizio Pascali contro di me fossero del tutto infondate. Ragione per cui il ricorso è stato respinto e, lo dico solo a conferma di quanto affermato all’inizio, il ricorrente condannato alle spese di giudizio. Come oggi dice limpidamente la sentenza mai – e dico mai – tra e me e il signor Pascali è intercorso lavoro subordinato né tantomeno forme di collaborazione diversa da quella confermata dal Giudice e da me sempre sostenuta. Oggi che finalmente si ristabilisce la verità, la sola verità possibile, sarebbe forse opportuno che anche chi ha partecipato a forme di linciaggio mediatico e sono in tanti, testate e giornalisti, chiedesse scusa. E chiedessero scusa anche coloro che hanno redatto e firmato nel M5S una mozione di sfiducia strumentale e infamante nei miei confronti. Ma forse è chiedere troppo. Per questo ringrazio con tutto il cuore, chi – amiche e amici, collaboratori, i legali Fernando Caracuta e Giuseppe Bonsegna che hanno condiviso con me questi anni e non hanno mai avuto dubbi su quanto affermavo – non mi hanno mai fatto mancare la loro fiducia e mi sono stati vicini in questo tempo amaro. E ringrazio chi, all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio e Ministro al Lavoro, non hanno avuto un attimo di dubbio nel respingere le mie dimissioni da Sottosegretaria al Lavoro, confermando senza tentennamenti la loro fiducia nei miei comportamenti e nella mia onestà. In questi anni ho sempre ritenuto doveroso mantenere il silenzio, come fa chi ha profondo rispetto della magistratura, ecco perché a quanti dal primo momento mi chiedevano di prendere voce ho sempre risposto con un no. Ho atteso, accumulando insulti sui social e portando sulle spalle un fardello che ritenevo ingiusto. Ma non ho mai smesso di credere che la verità prima o poi sarebbe venuta fuori. Oggi è il tempo della verità. Un saluto.

 




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1 Comment

  1. Un primo grado che dura così tanti anni da pensare male di suo, a meno che non ci siano CTU e testimonianze.
    Cmq se uno non legge le motivazioni della sentenza e l’impostazione del ricorso di chi ha fatto causa, non può capire come sono andate le cose.
    In tribunale si può perdere serenamente anche avendo ragione.

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