Di seguito un comunicato diffuso dal coordinamento nazionale docenti delle discipline dei diritti umani:
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) richiama l’attenzione sulle condizioni economiche dei docenti a tempo indeterminato e determinato e del personale ATA che presta servizio lontano dal luogo di residenza, una realtà che assume particolare rilievo alla luce della perdita di potere d’acquisto accumulata dalle retribuzioni italiane negli ultimi anni.
L’analisi di Tito Boeri, pubblicata il 26 settembre su la Repubblica con il titolo “L’inflazione si è mangiata un pezzo dei salari: il potere d’acquisto giù del 10%”, pone al centro del dibattito un dato che merita di essere osservato anche dalla prospettiva della scuola. Nell’articolo viene evidenziato come, nonostante la crescita dell’occupazione e la diminuzione della disoccupazione registrate negli ultimi anni, i salari abbiano mediamente perso quasi il 10% del loro potere d’acquisto, con un sistema di contrattazione che fatica a recuperare tempestivamente gli effetti dell’inflazione.
Il quadro trova ulteriori elementi di analisi nei dati OCSE. Nel primo trimestre del 2026 i salari reali italiani sono cresciuti dell’1,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma risultavano ancora inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, il divario più ampio tra le grandi economie dell’area OCSE. Il dato dimostra come il rallentamento dell’inflazione e la successiva crescita nominale delle retribuzioni non comportino automaticamente il recupero del potere d’acquisto perduto.
Anche i tempi della contrattazione assumono, in questo contesto, un peso rilevante. Secondo l’Istat, alla fine di giugno 2026 tutti i contratti della Pubblica Amministrazione risultavano scaduti per la parte economica, circa 2,8 milioni di dipendenti pubblici erano interessati dall’attesa del rinnovo e il tempo medio di attesa nella PA era pari a 18 mesi. Nello stesso mese le retribuzioni contrattuali orarie della Pubblica Amministrazione registravano una crescita tendenziale del 2,3%.
Per il personale scolastico fuori sede questa dinamica assume una rilevanza ulteriore. Alla perdita generale di potere d’acquisto si aggiungono infatti spese direttamente connesse alla sede di servizio: locazione di un secondo alloggio, utenze, trasporti e viaggi periodici verso il luogo di residenza. A parità di trattamento economico, la quota di reddito effettivamente disponibile può quindi risultare sensibilmente diversa per chi deve sostenere stabilmente tali costi.
Il problema riguarda il personale a tempo determinato, chiamato spesso a reperire in tempi brevi una sistemazione abitativa compatibile con la durata dell’incarico, e il personale ATA, per il quale le spese di locazione e trasporto possono avere un’incidenza particolarmente significativa rispetto ai livelli retributivi. Una riflessione specifica deve però essere riservata anche ai docenti e al personale scolastico di ruolo che, nonostante la stabilizzazione del rapporto di lavoro, continuano per molti anni a prestare servizio lontano dalla propria residenza.
La stabilità lavorativa, infatti, non coincide necessariamente con quella territoriale. La distribuzione dei posti, le disponibilità nelle diverse classi di concorso e le condizioni previste dalla disciplina della mobilità possono determinare permanenze fuori sede molto lunghe, anche quando il lavoratore abbia reiteratamente richiesto il trasferimento o il riavvicinamento.
È soprattutto la durata a modificare la natura economica del fenomeno. Un secondo affitto sostenuto per un periodo limitato rappresenta un costo temporaneo; la medesima spesa protratta per dieci, venti o più anni diventa una componente strutturale del bilancio personale e familiare. L’effetto cumulativo di locazioni, utenze, trasporti e spostamenti assume un peso ancora maggiore quando interviene in una fase nella quale le retribuzioni hanno già subito una consistente erosione in termini reali.
Alla luce di questa situazione, il CNDDU sottopone al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, la proposta di avviare una valutazione sull’istituzione del “Congedo straordinario per permanenza prolungata fuori sede”, destinato ai docenti e al personale scolastico a tempo indeterminato che abbiano maturato almeno dieci anni di effettivo servizio lontano dalla propria residenza e che, nello stesso periodo, abbiano presentato senza esito domanda di trasferimento o di riavvicinamento secondo le procedure previste dalla disciplina vigente.
La proposta prevede un congedo della durata di un anno, con trattamento economico al 100% e conservazione del posto. Il diritto maturerebbe nuovamente per ogni ulteriore decennio trascorso nelle medesime condizioni: dopo venti anni potrebbe quindi maturare una seconda annualità e dopo trenta una terza. Le modalità di fruizione, l’eventuale accantonamento delle annualità maturate e non utilizzate, nonché gli effetti sull’anzianità, sulla posizione previdenziale e sulla progressione economica dovrebbero naturalmente essere definiti attraverso uno specifico intervento normativo e il necessario raccordo con la contrattazione collettiva.
Il congedo non avrebbe la funzione di sostituire le ordinarie procedure di mobilità né di introdurre automatismi nei trasferimenti. La sua finalità sarebbe quella di riconoscere, attraverso un criterio temporale oggettivo, una condizione di servizio divenuta eccezionalmente prolungata e caratterizzata dall’accumulo nel tempo di rilevanti costi economici direttamente connessi alla distanza.
Una misura di tale portata richiede necessariamente una preventiva verifica della sostenibilità finanziaria e organizzativa. Per questo il CNDDU propone al Ministro Valditara anche l’avvio di una ricognizione nazionale che consenta di conoscere quanti docenti e appartenenti al personale ATA di ruolo prestino servizio fuori provincia o fuori regione rispetto alla residenza, da quanti anni permanga tale condizione, quante domande di mobilità non abbiano trovato accoglimento e quali territori e classi di concorso risultino maggiormente interessati.
La stessa ricognizione permetterebbe di quantificare la platea che abbia già raggiunto dieci, venti o più anni di permanenza fuori sede, di stimare il costo delle eventuali sostituzioni e di definire, sulla base di dati effettivi, requisiti e modalità di applicazione della misura.
Il quadro normativo e contrattuale vigente, dal decreto legislativo n. 297 del 1994 al decreto legislativo n. 165 del 2001, insieme alla contrattazione collettiva del comparto Istruzione e Ricerca e alla disciplina della mobilità del personale docente, educativo e ATA, rappresenta l’ambito entro il quale approfondire la proposta e valutarne la possibile introduzione.
Il CNDDU ritiene che la discussione sui salari reali debba considerare anche quanto rimane concretamente della retribuzione dopo aver sostenuto per anni i costi necessari per lavorare lontano dalla propria residenza. Per chi vive questa condizione da un decennio o più, la distanza non costituisce ormai una fase transitoria della carriera, ma una componente permanente della propria organizzazione economica.
Per queste ragioni il CNDDU sottopone la proposta all’attenzione del Ministro Giuseppe Valditara e auspica l’apertura di un approfondimento tecnico con le strutture ministeriali competenti e le parti interessate. Misurare la durata della permanenza fuori sede e il suo costo cumulativo rappresenterebbe il primo passo per comprendere un fenomeno che non può essere letto soltanto attraverso posti disponibili, punteggi e procedure di mobilità, ma anche attraverso le conseguenze economiche prodotte nel corso degli anni sulla vita professionale del personale scolastico.






