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Violenza giovanile: coinvolti oltre quattro studenti su dieci fra i 15 e i 19 anni Rapporto: autori o vittime

prof. Romano Pesavento presidente CNDDU

Di seguito un comunicato diffuso dal coordinamento nazionale docenti delle discipline dei diritti umani:

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) esprime viva preoccupazione per i risultati dell’indagine ESPAD®Italia 2025, realizzata dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che restituisce un quadro ormai strutturale della diffusione dei comportamenti violenti tra gli adolescenti italiani. Il coinvolgimento di oltre quattro studenti su dieci, tra i quindici e i diciannove anni, in episodi di violenza, come autori o vittime, non può essere interpretato come la semplice somma di comportamenti individuali, ma rappresenta il sintomo di una progressiva fragilizzazione del tessuto educativo e relazionale nel quale le nuove generazioni costruiscono la propria identità.

Ancora più significativa appare l’evoluzione qualitativa del fenomeno. La crescita delle aggressioni nei confronti dei docenti, delle minacce esercitate mediante armi e della diffusione di episodi violenti attraverso i dispositivi digitali evidenzia come la violenza stia assumendo forme sempre più complesse, nelle quali l’azione aggressiva non si esaurisce nell’evento, ma si prolunga nella sua esposizione pubblica, nella ricerca di consenso e nella spettacolarizzazione della sofferenza. Il fatto che un numero crescente di studenti assista, riprenda o condivida episodi di violenza costituisce un indicatore culturale che merita un’attenta riflessione, poiché segnala un progressivo indebolimento della capacità di riconoscere nell’altro una persona e non un semplice contenuto da osservare o diffondere.

L’indagine evidenzia inoltre una correlazione particolarmente significativa tra comportamenti aggressivi e qualità delle relazioni educative. Le percentuali aumentano sensibilmente tra gli studenti che dichiarano rapporti problematici con gli insegnanti, con la famiglia e con il gruppo dei pari, confermando come il disagio relazionale rappresenti uno dei principali fattori di vulnerabilità. Non si tratta di stabilire automatismi causali, bensì di riconoscere che la qualità delle relazioni costituisce oggi uno dei più efficaci strumenti di prevenzione della violenza. Le più avanzate acquisizioni della pedagogia, della sociologia dell’educazione e delle neuroscienze convergono nell’affermare che gli ambienti caratterizzati da fiducia, partecipazione, senso di appartenenza e corresponsabilità riducono significativamente i comportamenti antisociali e favoriscono lo sviluppo delle competenze civiche, emotive e relazionali.

Per questa ragione il CNDDU ritiene che il dibattito pubblico debba compiere un deciso salto di qualità. Negli ultimi anni il sistema scolastico ha promosso numerose iniziative dedicate alla prevenzione del bullismo, del cyberbullismo, dell’abbandono scolastico e delle diverse forme di disagio giovanile. Si tratta di esperienze spesso valide e innovative che, tuttavia, continuano a svilupparsi in modo frammentario, con differenze significative tra territori e istituzioni scolastiche e con limitate possibilità di valutazione sistematica dei risultati. Il rischio è quello di affidare la prevenzione alla buona volontà dei singoli istituti o alla sensibilità dei singoli docenti, anziché riconoscerla come una funzione strutturale del sistema educativo nazionale.

Il CNDDU propone pertanto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, di promuovere una governance nazionale della prevenzione educativa, capace di integrare e mettere in rete gli strumenti già esistenti, superando la logica degli interventi episodici. La scuola italiana dispone oggi di un patrimonio significativo di esperienze, competenze e professionalità che necessita di essere coordinato attraverso un modello stabile, fondato sul monitoraggio continuo del clima relazionale delle scuole, sulla formazione permanente dei docenti riguardo alla gestione delle dinamiche di gruppo e delle competenze socio-emotive, sulla presenza di équipe multidisciplinari di supporto pedagogico e psicologico, sulla collaborazione sistematica con le famiglie e con i servizi territoriali e sulla diffusione di metodologie didattiche partecipative che valorizzino la responsabilità, la cooperazione e la mediazione dei conflitti. Non si tratta di introdurre nuovi adempimenti, ma di costruire un’infrastruttura educativa permanente che renda la prevenzione parte integrante dell’organizzazione scolastica e non una risposta occasionale alle emergenze.

Un’attenzione particolare merita la formazione iniziale e in servizio del personale docente. La crescente complessità delle classi richiede competenze che oggi non possono più essere considerate accessorie: osservazione delle dinamiche relazionali, educazione emotiva, gestione dei conflitti, comunicazione efficace, utilizzo consapevole delle tecnologie digitali e costruzione di contesti di apprendimento inclusivi rappresentano dimensioni essenziali della professionalità docente. Investire su tali competenze significa rafforzare la capacità preventiva della scuola e restituire agli insegnanti strumenti adeguati per affrontare fenomeni che hanno assunto caratteristiche profondamente diverse rispetto al passato.

La riflessione che il CNDDU intende affidare al dibattito nazionale riguarda, tuttavia, una questione ancora più ampia. I dati ESPAD descrivono certamente il disagio degli adolescenti, ma riflettono soprattutto la condizione culturale della società adulta. I giovani apprendono prevalentemente attraverso i modelli che osservano. Crescono in un contesto nel quale il conflitto è frequentemente esasperato, la comunicazione pubblica privilegia spesso la contrapposizione rispetto all’argomentazione, l’aggressività verbale viene normalizzata e la ricerca della visibilità tende a prevalere sulla responsabilità individuale. Sarebbe ingenuo immaginare che tali modelli rimangano confinati fuori dalle aule scolastiche. La scuola continua a rappresentare uno dei pochi luoghi nei quali è ancora possibile educare alla cooperazione, al confronto critico e al rispetto reciproco, ma non può essere lasciata sola a contrastare fenomeni che trovano origine in trasformazioni sociali molto più profonde.

Occorre inoltre interrogarsi sul crescente divario tra le aspettative che la società ripone nella scuola e gli strumenti concretamente messi a sua disposizione. Agli istituti scolastici viene chiesto di prevenire la violenza, contrastare il disagio psicologico, promuovere la cittadinanza, educare all’uso delle tecnologie, favorire l’inclusione e ricostruire legami sociali sempre più fragili. Si tratta di una missione di straordinaria rilevanza civile che non può essere sostenuta esclusivamente dall’impegno individuale dei docenti. Senza un investimento stabile sulla qualità delle relazioni educative, sul benessere organizzativo delle scuole e sulla costruzione di reti territoriali permanenti, il rischio è quello di continuare ad affrontare le conseguenze senza incidere realmente sulle cause.

La vera emergenza che emerge dai dati del CNR non è soltanto l’incremento di alcuni comportamenti violenti, ma la progressiva normalizzazione della violenza come linguaggio della relazione sociale. Quando un’aggressione viene filmata prima ancora di essere interrotta, quando la sopraffazione produce consenso all’interno dei gruppi, quando l’offesa all’insegnante perde il carattere dell’eccezionalità, siamo di fronte a un mutamento culturale che richiede una risposta altrettanto culturale. La prevenzione non coincide con l’anticipazione della sanzione, ma con la costruzione quotidiana di contesti nei quali la violenza perda progressivamente legittimazione sociale e attrattività simbolica.

È su questo terreno che il CNDDU invita le istituzioni ad aprire una nuova stagione di riflessione e di investimento. Il futuro della scuola italiana non dipenderà soltanto dalla qualità delle riforme ordinamentali o dall’innovazione tecnologica, ma dalla capacità di ricostruire il capitale relazionale delle comunità educanti. Investire sulle relazioni significa investire sulla sicurezza, sulla coesione sociale e sulla qualità della democrazia. È una scelta culturale prima ancora che organizzativa, dalla quale dipenderà la capacità del Paese di offrire alle nuove generazioni non soltanto conoscenze, ma gli strumenti per abitare responsabilmente la complessità del proprio tempo.



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