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Giornata internazionale della gioventù "Contesti diversi, aspirazioni comuni"

Intetnational Youth Day 2026

Di seguito un comunicato diffuso dal coordinamento nazionale docenti delle discipline dei diritti umani:

In occasione della Giornata Internazionale della Gioventù del 12 agosto 2026, dedicata al tema “Different Contexts, Common Aspirations” – “Contesti diversi, aspirazioni comuni” –, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene necessario concentrare l’attenzione non soltanto sulle competenze richieste alle nuove generazioni, ma sulle condizioni economiche, formative e istituzionali che consentono di trasformare tali competenze in effettive possibilità di autonomia.

La questione appare particolarmente rilevante per l’Italia. Secondo i dati OCSE, gli investimenti nell’istruzione, dal livello primario al terziario, rappresentano il 3,9% del PIL, rispetto a una media OCSE del 4,7%; la quota della spesa pubblica complessiva destinata all’istruzione è inoltre scesa dal 7,1% del 2015 al 6,7% del 2022. Nello stesso tempo, Eurostat rileva che nel 2025 il tasso di occupazione dei giovani italiani tra i 20 e i 34 anni che hanno recentemente concluso un percorso di istruzione secondaria superiore o terziaria si attesta al 71,8%, contro l’83% dell’Unione europea.

Il dato non consente evidentemente di stabilire una relazione causale diretta tra livello della spesa e occupazione giovanile, ma segnala una criticità strutturale: il sistema incontra ancora difficoltà nel convertire formazione, competenze e capitale umano in autonomia economica e mobilità sociale.

Anche la transizione digitale presenta elementi di forte discontinuità. Istat rileva che nel 2025 soltanto il 54,3% della popolazione tra i 16 e i 74 anni dispone di competenze digitali almeno di base e che l’Italia rimane distante dall’obiettivo europeo dell’80% previsto per il 2030. Ancora più significativo è il dato sull’utilizzo degli strumenti di intelligenza artificiale: nel 2025 riguarda il 19,9% della popolazione considerata, contro una media UE27 del 32,7%.

In tale quadro, continuare a chiedere alla scuola di aggiungere competenze senza intervenire sulle condizioni nelle quali esse vengono acquisite rischia di essere insufficiente. La questione non è più soltanto quali competenze debba possedere lo studente, ma quali prestazioni e opportunità il sistema pubblico sia concretamente in grado di assicurargli.

Il decreto legislativo n. 63 del 2017 offre, da questo punto di vista, un riferimento giuridico particolarmente significativo, poiché disciplina l’effettività del diritto allo studio attraverso prestazioni e servizi da assicurare sul territorio nazionale, con specifica attenzione alle condizioni di disagio e ai servizi strumentali. È proprio questa impostazione, già presente nell’ordinamento, che potrebbe essere sviluppata alla luce delle nuove disuguaglianze educative, digitali e territoriali.

Il CNDDU ritiene pertanto opportuno avviare una riflessione sulla definizione di Livelli Essenziali delle Opportunità Educative, non come nuova categoria normativa già esistente, ma come proposta di evoluzione del sistema vigente. Si tratterebbe di individuare un nucleo di opportunità che ogni studente dovrebbe poter effettivamente incontrare nel proprio percorso: accesso agli strumenti digitali, alfabetizzazione critica all’intelligenza artificiale, laboratori, orientamento qualificato, esperienze scientifiche e culturali, educazione ai diritti, rapporto con università, ricerca, professioni e territorio.

Il problema diventerebbe, conseguentemente, anche finanziario. Le risorse destinate alle istituzioni scolastiche non dovrebbero dipendere soltanto dalla consistenza della popolazione studentesca o dalla capacità delle singole scuole di partecipare a programmi e bandi, ma dovrebbero incorporare in misura maggiore indicatori di fabbisogno territoriale, dispersione, disagio socioeconomico, accessibilità dei servizi, dotazione infrastrutturale e divario digitale.

Sarebbe un passaggio da una logica prevalentemente compensativa a una logica di perequazione preventiva: investire maggiormente dove il costo necessario per garantire la medesima opportunità educativa è più elevato.

Una simile impostazione sarebbe coerente con la disciplina del diritto allo studio già delineata dal d.lgs. n. 63/2017 e potrebbe rafforzare, anziché comprimere, l’autonomia prevista dal DPR n. 275/1999. L’autonomia scolastica, infatti, può produrre innovazione soltanto quando dispone di risorse adeguate e programmabili; diversamente rischia di trasformare la diversa capacità progettuale e amministrativa delle istituzioni in un ulteriore fattore di differenziazione dell’offerta formativa.

Per il CNDDU occorre pertanto iniziare a superare la frammentazione determinata dall’accumulo di progetti, piattaforme e adempimenti, destinando una quota maggiore delle risorse a finanziamenti strutturali e pluriennali collegati ai fabbisogni effettivi delle scuole.

L’innovazione dovrebbe essere valutata anche attraverso la quantità di tempo professionale che riesce a restituire ai docenti. Ogni nuova procedura introdotta dovrebbe essere accompagnata dalla contestuale eliminazione, semplificazione o automazione di attività amministrative equivalenti. Il tempo docente impiegato in adempimenti ripetitivi costituisce infatti un costo-opportunità: è tempo sottratto alla preparazione, alla progettazione collegiale, alla formazione e alla relazione educativa.

Questa esigenza diventa ancora più evidente con l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella scuola. Il Regolamento (UE) 2024/1689, AI Act, non considera l’IA una tecnologia neutrale: introduce obblighi di alfabetizzazione e qualifica come ad alto rischio determinati sistemi utilizzati nell’istruzione quando incidono, tra l’altro, sull’accesso, sull’ammissione, sull’assegnazione ai percorsi o sulla valutazione degli apprendimenti. A livello nazionale, le Linee guida adottate con il DM n. 166 del 9 agosto 2025 richiamano un utilizzo antropocentrico dell’IA e pongono attenzione ai rischi di discriminazione, alla qualità dei dati e ai sistemi di controllo.

La conseguenza per la scuola è rilevante. L’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale non può essere ridotta all’apprendimento dell’utilizzo degli strumenti. Deve comprendere la capacità di riconoscere bias, comprendere il trattamento dei dati, valutare l’affidabilità degli output e individuare la responsabilità delle decisioni.

Il CNDDU ritiene, in particolare, che debba essere preservata una riserva effettiva di giudizio professionale del docente. L’IA può supportare l’attività didattica, organizzativa e valutativa, ma una decisione capace di incidere significativamente sul percorso formativo dello studente deve rimanere riconducibile a una responsabilità umana identificabile.

Da questa esigenza potrebbe derivare uno Statuto dei diritti dello studente nell’ambiente algoritmico, costruito sulla normativa europea e nazionale vigente e fondato su trasparenza, protezione dei dati, non discriminazione, controllo umano e contestabilità delle decisioni.

Il vero elemento innovativo sarebbe tuttavia un altro: modificare il modo in cui misuriamo l’efficienza del sistema scolastico. Accanto agli esiti degli studenti dovrebbe essere rilevata anche la quantità e la qualità delle opportunità messe a loro disposizione.

Un Bilancio delle Opportunità Educative, privo di finalità classificatorie tra istituti, potrebbe rendere verificabile ciò che il sistema ha realmente garantito in termini di laboratori, orientamento, accesso digitale, esperienze culturali e scientifiche, inclusione e rapporto con il territorio.

Si introdurrebbe così una forma più evoluta di accountability: non soltanto valutare ciò che lo studente ha raggiunto, ma verificare ciò che l’amministrazione scolastica gli ha concretamente consentito di incontrare.

È questo, a nostro avviso, il significato più attuale di “Different Contexts, Common Aspirations”. Se i contesti sono differenti, una politica pubblica realmente orientata all’equità non può limitarsi a distribuire uniformemente risorse e aspettative. Deve riconoscere che produrre la medesima opportunità in territori differenti può avere costi differenti.

La scuola italiana ha quindi bisogno non tanto dell’ennesima riforma per addizione, quanto di una diversa architettura delle risorse e delle responsabilità: finanziamenti maggiormente correlati ai fabbisogni, stabilità pluriennale, semplificazione amministrativa, tutela dello studente nell’ambiente algoritmico e valorizzazione del tempo professionale docente.

Preparare i giovani al futuro rimane indispensabile. Ma la vera innovazione consiste nel superare l’idea che debbano essere soltanto i giovani ad adattarsi al cambiamento. Anche il sistema deve dimostrare di saper cambiare, trasformando risorse pubbliche, tecnologia e autonomia scolastica in opportunità effettivamente accessibili.

Se le aspirazioni sono comuni, la qualità della politica educativa si misurerà sempre più sulla capacità di impedire che la diversa disponibilità di opportunità trasformi i contesti di partenza in destini.



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