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Albania: l’altra parte dell’Adriatico dove non se la sono bevuta con il progetto di Trump Investimenti immobiliari miliardari, rischio ambiente: popolazione contraria

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Scrive Enrico Rossi:

Buongiorno.
Da noi se ne parla poco ma in Albania la rabbia popolare è esplosa in un’ondata di manifestazioni senza precedenti, che dura da giorni, contro gli investimenti immobiliari della famiglia Trump.
Al centro dello scontro c’è il mega-progetto turistico da 1,6 miliardi di dollari guidato da Jared Kushner e dalla moglie Ivanka Trump (la figlia di Trump) con il fondo Affinity Partners e l’appoggio del Premier Edi Rama.

Ribattezzata dai media “Flamingo Revolution”, la rivolta ha come simbolo i fenicotteri rosa, le cui immagini vengono portate in piazza per difendere dalla cementificazione due delle aree naturali più selvagge, incontaminate e protette del Paese: la laguna di Vjosa-Narta e Zvërnec e l’isola di Sazan.
L’isola di Sazan è una ex base militare dell’era comunista, rimasta disabitata e intatta, situata all’interno del Karaburun-Sazan Marine National Park.
La laguna di Vjosa-Narta è una riserva naturale protetta di 125 chilometri quadrati. Si tratta di una delle zone umide costiere più importanti dei Balcani, habitat cruciale per la nidificazione di fenicotteri, foche e tartarughe marine, oltre che punto di sosta per gli uccelli migratori.
Sono paradisi della biodiversità balcanica che rischiano di essere devastati da hotel e ville di lusso.
Al grido di “L’Albania non è in vendita” e “Dove andranno a vivere?”, i cittadini lottano contro la privatizzazione delle spiagge pubbliche, recintate dal filo spinato e devastate dalla cementificazione.
La solidarietà è internazionale: cortei di protesta hanno sfilato anche a Milano, spinti dalla comunità albanese all’estero.

La tensione nei cantieri è degenerata in scontri durissimi tra residenti e le forze di sicurezza.
In Parlamento, il Premier Rama si difende con una linea ambigua: “Non esiste ancora un progetto definitivo, gli studi ambientali non sono finiti”. Eppure, ha già blindato l’accordo confermando che i piani non saranno sospesi. Ma i cittadini, uniti in un fronte civico e trasversale, non arretrano di un passo davanti ai bulldozer.

Una dinamica politica interna degna di nota riguarda l’opposizione formale: per la prima volta l’ex Premier Sali Berisha non è riuscito a intestarsi o strumentalizzare la protesta. Essendosi Berisha storicamente allineato alla linea politica di Donald Trump, si trova nell’impossibilità di attaccare frontalmente un investimento guidato proprio da Jared Kushner e Ivanka Trump. Di conseguenza, il movimento in piazza è rimasto fortemente civico, indipendente e focalizzato sulla difesa del territorio.

Le proteste non nascono solo da una preoccupazione ecologica, ma anche da forti dubbi sulla trasparenza politica e dal sospetto che vi sia stata corruzione nel rilascio delle licenze.

I residenti dell’area di Valona e della laguna sono infuriati perché da un giorno all’altro hanno trovato le spiagge pubbliche recintate con il filo spinato vedendosi sottrarre l’accesso al mare.
Gli intellettuali, gli artisti, gli studenti e i giovani si sono organizzati spontaneamente sui social e danno informazioni, aggirando il parziale silenzio dei media tradizionali.
Un popolo intero manifesta con determinazione contro il concetto di un turismo “esclusivo” che arricchisce pochi privati a danno della collettività.
L’obiettivo è vincere e far ritirare i progetti della speculazione edilizia.

Dall’Albania arriva una lezione universale di coraggio e partecipazione: la dimostrazione che la coscienza ecologica e l’amore per il proprio territorio possono alzare la testa contro l’arroganza della speculazione globale, una nuova forma di colonialismo immobiliare.



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