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De Rossi, grazie L'allenatore del Genoa: "Voi giornalisti siete le prime vittime di uno che si sveglia... "

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Chi ha la bontà, la pazienza, di seguire queste mie comunicazioni forse sa che, pure di recente, ho esternato il disagio di fare il giornalista in questo contesto web così come cinicamente organizzato (ripropongo in coda un paio di interventi).

Oggi ho ascoltato queste parole.

“Adesso viviamo in un’epoca di comunicazione particolare. Voi giornalisti siete le prime vittime di uno che si sveglia, si compra le cuffiette, si compra la webcam e diventa esperto di calcio, usando un vocabolario imbarazzante”.

Mutuare a qualsiasi racconto della vita.

Le ha dette un giornalista? No.
Le ha dette un allenatore. Daniele De Rossi, Genoa.

Una sola cosa da dirgli: grazie.

Cari beneamati colleghi, dobbiamo riprenderci un ruolo.
L’informazione viene prima delle interazioni.

Se ne stanno accorgendo anche i primi là fuori.

Coraggio.

—–

Dunque, superata indenne anche la ventiseiesima querela per diffamazione a mezzo stampa (tecnicamente, diffamazione aggravata).
Ventisei.
Poi quando il legislatore vorrà degnarci di una norma sulle querele temerarie… Nel frattempo il legislatore, ormai qualche anno fa, ha provveduto al contrario: dimezzati i termini di prescrizione della calunnia. Cioè io il tempo di chiedere conto a un temerario, in pratica, non lo avrò mai.

Ringrazio per l’ennesima volta l’avvocato Martino Bruno.

Detto questo, devo esprimere qualche concetto di tipo personale che non è esattamente necessario infliggere agli altri (in fondo, perché la mia opinione dovrebbe interessare gli altri?). Comunque procedo. Diciamo che parlo da solo ad alta voce.

La querela per diffamazione a mezzo stampa è sgradevole come la raccomandazione al contrario, ovvero la segnalazione che porta a essere sbattuti fuori (provata anche quella ovviamente).

Ventisei querele: ciò forse riprova che fare questo lavoro non è una passeggiata, ritengo di parlare anche a nome degli altri. E quanto fa girare i … trovare il deficiente di turno appellarci “giornalai” perché ritiene di avere fatto il battutone e invece, oltre ad offendere due categorie di lavoratori, è solo un imbecille.
E quanto li fa girare il sentirsi dire “stai comodo tu”. O altre amenità simili. Senza rispetto per questo lavoro che richiede un senso di responsabilità enorme. Altro che comodità.

Questo però succede perché abbiamo noi, giornalisti, fatto l’errore esiziale di volere essere social, eliminando di fatto la differenza sostanziale tra informazione e comunicazione. Con il risultato che ormai chiunque, con un telefonino in mano, si atteggia a reporter senza sapere quale sia la delicatezza, talvolta o spesso neanche la grammatica, né quali siano i limiti di una pubblicazione, ai quali noi però dobbiamo attenerci. E anche se ci atteniamo, finiamo pure in tribunale. Solo noi però. Non gli improvvisati. Perché il bersaglio siamo noi. Riconosciuti, in quel momento sì, come giornalisti. Quando c’è da fare male. Mi chiedo certe volte se tutto questo abbia un senso. (8 luglio)

Oggi, una volta ancora e sempre un po’ più della volta prima, ho percepito la difficoltà di fare in questo modo il giornalista. Rispetto delle norme, dei codici deontologici, del rigoroso e giusto divieto di diffondere determinate immagini. Poi basta avere acquistato uno smartphone e ciascuno filma (e fin qui… ) ma senza alcun filtro etico diffonde, condivide ecc., solo per farci sapere che esiste e che ha quelle immagini anche lui/lei. Questo tipo di rappresentazioni viene definito, da correnti della sociologia della comunicazione, pornificazione dei media. Aggiungiamo ora a tutto questo i commenti. I commenti.

Ecco: vogliamo davvero che l’informazione, fatta da giornalisti e lettori (o visori o ascoltatori) finisca nel calderone della pornificazione?

Spero vivamente che stavolta le autorità competenti, comprese quelle attinenti alla professione che mi riguarda, sanzionino. Questa melassa in cui tutti ci sentiamo titolati a pubblicare di tutto, anche in spregio alle norme e nello specifico quelle sulla dignità della persona, deve finire. Deve. (5 settembre)

Agostino Quero

(foto: tratta da profilo Instagram di Daniele De Rossi) 



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