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I quattro anni a San Severo Ricordi

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Di Franco Presicci:

Erano gli anni Cinquanta. Padre Pio faceva costruire la Casa Sollievo della Sofferenza. Io stavo a San Severo – ci sono rimasto 4 anni – Vivevo con persone meravigliose: due zii, Luigi e Donatina, esemplari, affettuosi, ospitali, generosi. Erano contadini. Zio Luigi aveva 4mila metri di terra alla Zamarra, dati dall’Ente Riforma: un lembo di zolle che produceva quasi il necessario. Quando pioveva, nevicava o venivano giù proiettili di grandine, tenevano gli attrezzi in un angolo della casa: due camere che credo fossero di cartone, perché ad ogni passo ballavano. D’estate vi filtrava il caldo, d’inverno il freddo. Da questo potevano difenderci un po’, grazie al braciere con la pedana; ma il caldo era insopportabile. Però quel tetto era un’oasi di pace, di calma, di armonia.

Studiavo tenendo il libro su una… scrivania fatta fare da mio zio da un amico con le tavole di una cassetta per la frutta. Un anno per la condotta mi rimandarono a ottobre in due materie e trasferii lo… scrittoio sul balconcino, che dava su quella che non si poteva chiamare strada, ma vicolo chiuso, pavimentata con pietre. Cinque case a un piano, una stalla. Ma ero felice.

Ogni mezzanotte si presentava il fantasma di Vincenzo. Lo vedeva solo mia zia. Era taciturno. Si stagliava ai piedi del letto, mia zia lo invitava a sparire, a voce bassa per timore di svegliare zio Luigi, che doveva alzarsi alle 5; ma quello insisteva e con le braccia faceva il pagliaccio. Si eclissava quando decideva lui.

Mia zia mi raccontò che gli faceva pena, perché era stato ammazzato proprio lì prima che arrivassero loro dopo il matrimonio. Una sera quello anticipò la sua presenza e li aspettò. Lo zio salì per primo e mentre la zia stava per mettere un piede sul primo scalino, lui cercò di strapparle il pane appena preso dal forno di Nicolino, il genero. Lei si irritò : “La vuoi finire?”. E lo zio dall’alto: “Che cosa c’è, Dunatì’?”. “Niente, questo pane ancora caldo non passa dalla porta” (a San Severo il pane era grosso come la cupola della Chiesa di Santa Maria del Fiore a Firenze. Un fornaio lo fece più grosso per mandarlo alla mostra dell’artigianato e dovette rompere la bocca del forno per tirarlo fuori. Verità, leggenda? Non so.

Quando gli parve Vincenzo svanì per sempre. Zia Donatina era un po’ ingenua, ma mio zio agli ectoplasmi non credeva e ci rideva. Era come San Tommaso. Io avevo un po’ paura, tanto che una sera, rimasto, come al solito, solo a studiare, sentii dei passi pesanti sulle scale e gridai più volte chiedendo chi fosse. Quando vidi gonfiarsi la tenda mi armai di una mazza, ma sbucò una testa e mi frenai. “Chi sei?”. Non rispose e scoprii che era sordo.

Mio zio aveva cominciato ad andare in campagna da ragazzo e quindi occupò i banchi per tre anni e a mia mamma scriveva lettere con una grafia a zampa di gallina e da interpretare. Ma s’intuiva l’affetto. Per me questi zii di San Severo erano speciali: con loro vivevo in un piccolo mondo fino ad allora sconosciuto, un’isola rassicurante. Ricordo tutto di quel tempo, anche l’ambulante che spingeva un carretto carico di fichid’india, che apriva davanti all’acquirente, pronto a mangiarle all’istante; e il giornalaio pubblicista che stava in piazza ed era corrispondente della Rai. Zio Luigi,dunque, come lo zio di Taranto, Dionigi, era un mito. Dio sa il bene che gli volevo e quello che lui voleva a me. Quando, finele scuole, la notte alle 3 prendevo il treno per la Bimare era impossibile convincerlo a non accompagnarmi alla stazione. Mia zia Donatina, come mia madre, fonte di amore e soddisfazioni, con me si confidava e mi narrava la storia della famiglia.

In un piccolo vano teneva una gallina, di nome Palmira, e un cane, Ruscitto, vecchi entrambi, lei cieca e lui zoppo. Ma guai a far trapelare l’idea che era meglio disfarsene. Era grande la gratitudine che aveva per loro: la bipede le aveva fatto le uova fuori tempo, quando intuiva che non stava bene; il quadrupede aveva tirato la bicicletta fino alla Zamarra e ritorno per agevolare lo zio che faceva fatica a pedalare con la zia seduta dietro e zappa e rastrello legati lungo il telaio. Non poteva lasciarli in campagna, dove non aveva un rifugio e il braccio del ladro era anche allora piuttosto lungo. Zia Donatina era un fenomeno: le confessai di avere il mal di testa ed esclamò: “Fascina, t’anne fatte ‘a fascìne”. In un piatto pieno d’acqua versò due gocce d’olio, che si trasformarono in occhi da civetta, confermando la sua diagnosi. Qualcuno mi aveva rivolto un complimento senza aggiungere le parole magiche “Santo Martino”. Ma non ricordavo nessuno. Bah.

Si mangiava insieme la sera. Gli zii erano alla Zamarra a faticare duro e a mezzogiorno io gustavo un pezzo di pane con olio, sale e pomodoro. Una delizia. Quando in campagna non si poteva lavorare per il maltempo, mio zio andava a raccogliere rane o lampascioni o lumache, che lì in dialetto si chiamano “ciambrachelle. Quando uscivo di casa per andare a fare due passi con gli amici sul corso della villa e passavo davanti alla casa di Tommaso, 80 anni suonati, contadino, salutandomi il vecchietto mi diceva: “Ciambrachelle sò’, ‘mba Franchi.’ Vuoi favorire?”. Non me lo facevo dire due volte”, soprattutto se erano “ciambracune”. Scherzavamo spesso con Tommaso. Mi raccontò la storia dell’America – essendoci stato come emigrante – a modo suo, in quattro parole scombinate. Non era l’America, quella, bensì una tribù africana, che però affascinava papà Nicola, più anziano di lui.

“Papà Necole’”, vuoi fare l’eremita con questi capelli scompigliati e la barba lunga?”. Non so chi è questo, come hai detto, remita?, ma io non ho i soldi per andare dal barbiere. Ho fatto il militare su Cima Undici e Cima Dodici, ma non mi danno la pensione”. La pensione non ce l’aveva, perché per una vita aveva fatto “u carreamandegne”, cioè il trasportatore di botti, sempre in nero. Dissi di essere disposto a fargliela io, la barba. E lo rasai per bene. Presi fornici e pettine e gli potai i capelli. Un paio d’ore dove venne Antonia, la moglie, accusandomi di aver sfigurato la chioma del marito.

Papà Nicola, che fumava la pipa con la canna ricurva, era un pezzo di pane. Lo portavo con me a ballare nella casa di Ernestina – di fronte – che faceva spazio smontando il letto. Sul giradischi mettevamo “Tristezza” e lui interrompeva il percorso del 45 giri per sostituirlo con una mazurka. Stavo provando una commedia da portare in scena dai Salesiani, richiesto da don Stanco (che quando morì don Sinisi mi regalò la bacchetta del violino che quell’altro prete suonava) e avevamo bisogno di un nonno. Papà Nicola accettò, ma se c’era un fiasco di vino. In scena, svuotata la bottiglia, si alzò e urlò: “’U vine ha fenùte” e uscì di scena, scatenando una valanga di risate e applausi.

Per vivere andava alla fontana, riempiva una botticella d’acqua e la portava alle massaie. Otto lire ogni consegna. E spesso lo si sentiva urlare: Te ne ho portate sei “. E l’altra: “No, cinque”. Nessuno dei due era in malafede: il duello era istigato dalla memoria ossidata.

Per quattro anni dunque vissi in un’oasi. Avevo tanti amici, fra studenti e contadini. Creai un giornale, che morì poco dopo l’uscita del primo numero; portai in palcoscenico, al Teatro Comunale, la commedia “Mister Brandi”, scritta da un maestro elementare (mi pare si chiamasse La Pietra), e riempii il teatro per aver venduto i biglietti casa per casa. Ero anche il regista. In prima fila era seduto il preside del liceo, Mancini.

Me ne andai a Sansevero, il paese che celebra la Madonna del Soccorso, perché mia madre e suo fratello Luigi si erano persi nel terremoto di Messina del 1908. Zio Luigi la cercò per 40 anni, finalmente un reduce, lontano parente, transitando per San Severo per rientrare a Taranto, gli dette l’indirizzo. Lo zio si affezionò subito a me e mi chiese se avrei gradito andare a stare con lui per in po’. Quel po’ durò molto di più.

Conobbi tante persone, compreso ‘mba’ Pasquale, che quando le sue pecore venivano sorprese dalla guardia campestre a brucare le foglie degli ulivi scattava la multa, che questa brava persona non poteva pagare e così finiva in carcere ogni volta per quindici giorni. Lì frequentava la biblioteca e leggeva e all’uscita predicava ai vicini. Per testimoniare la sua cultura, fece una domanda al prete che andava a benedire le case verso Natale: “Come mai nostro padre AdamedEva è nato là ed era tutto mare e non c’erano barche e noi stiamo in tutto il mondo?”. Il sacerdote, della Chiesa del Carmine, tacque, e da allora ogni parola di ‘mbà’ Pasquale diventò un “credo”.

Sono trascorsi settant’anni e da molto non torno a San Severo. Due volte zio Luigi mi chiamò perché aveva bisogno e io ci andai, ma non incontrai nessuno degli amici. Cercai Tonino Vassallo, con cui intervallavo lo studio con la corsa ai cinema “Excelsior”, di fianco alla villa e al convento di padre Matteo, per vedere un film western.

Sono rimaste solo due cugine, oltre a Lucia, in questo paese che onora la Madonna del Soccorso. Una volta mia mamma si portò con sé a Taranto Lucia, bambina bellissima, figlia di Leletta., dolcissima Aveva cinque anni e mi diceva: “Studia, Ciucce”. Ma non sapeva che l’asino è un grande lavoratore e ha una sua dignità: resiste persino alle frustate, se ha deciso di aver faticato abbastanza.



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