Salvatore De Comito racconta la sua ultima giornata di lavoro. Soprattutto i momenti dopo l’uscita dall’azienda. “Sono andato a rivedermi le foto dei colleghi morti, quelli che hanno dato la vita per l’azienda.” Un giorno triste nel timore, se non nella consapevolezza, di un’età avanzata e prossima alla pensione, con il lavoro che si conclude dopo 28 anni nel peggiore dei modi. Licenziamento collettivo. Sì, ci saranno gli ammortizzatori sociali, un annetto o forse più. Ma non è il lavoro.
Gli fa eco Antonio Lamusta, anch’egli sindacalista Feneal Uil e anch’egli dipendente fino a oggi della Semat Sud, azienda dell’indotto di Acciaierie d’Italia che ha deciso il licenziamento collettivo dei 218 lavoratori finora in servizio. Le incertezze, e definirle incertezze è perfino ottimistico, dell’ex Ilva, hanno provocato questa decisione dell’impresa. Una decisione che però, secondo l’esponente sindacale, viene da lontano, da quando venne deciso il cambio di ragione sociale. “Ma nelle prossime settimane andremo all’incontro con il governo e rivendicheremo le clausole di salvaguardia per i lavoratori” è la promessa. Però fermare un’intera azienda è una sconfitta. E quelli che oggi hanno lavorato per l’ultimo giorno, in quell’impresa dell’indotto nel siderurgico di Taranto, lo sanno più di tutti.






