Di Franco Presicci:
Alcuni meridionali a Milano erano spesso più milanesi degli indigeni: imparavano il dialetto di Meneghin e Cecca, le maschere del carnevale ambrosiano, e magari rimuovevano gli usi e costumi di casa. E siccome per avere il lavoro a Milano non veniva richiesto di essere nati quassù, lo facevano per mimetizzarsi. Lo racconta, in “Puglia il suo cuore”, anche Giuseppe Giacovazzo, che per un paio d’anni collaborò con Paolo Grassi nella terra del Porta, rienttrando poi a Bari, dove diresse per tanto tempo “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Da dire che Milano non distingueva, come oggi, un abitante dall’altro, non dava del terrone, non negava l’abitazione né l’occupazione, come facevano altre città del Nord. Questo negli anni 70, 80, 90. Poi non so.

Durante il suo pellegrinaggio Porzio, seguito dal bravissimo fotografo Carmine La Fratta, si fermava davanti al monumento ai Caduti di Francesco Paolo Como e meditava, forse pensando alla sua giovinezza. Raffaele Carrieri, altro tarantino che aveva raggiunto i vertici della critica d’arte, parlava il nostro dialetto con i pochi che dalla Bimare andavano a trovarlo nella sua casa di via Borgonuovo; e rivolgendosi alla mamma diceva: “Na’, George ha purtàte le còzze, accume l’hàmma fà’, arracanàte?’’. E la madre, aprendole; “’Nguraddàte so’, bràve a George”.
Quando Piero Mandrillo veniva a Milano diretto all’abitazione della figlia Teresa a Monza andava a far visita a Eugenio Montale in via Bigli o a Giuliano Gramigna, critico letterario del “Giorno”, scrittore e poeta bolognese. A una sua intervista a Gramigna ero presente e notai che a un certo punto i compiti si rovesciarono e fu quando Mandrillo citò uno scrittore inglese e alcuni brani di una sua opera nella lingua originale. Gramigna, che non conosceva quella lingua, fu come folgorato e cominciò a fare domande su alcuni scrittori d’oltremanica. Nell’articolo, Mandrillo scrisse che io ero il suo psicopompo.
Piero amava Milano, dove stava la sorella, Caterina, che aveva sposato il collega Pasquale Scardillo, esperto di sport, che faceva la spola tra la Rizzoli e “Il Corriere della Sera”, dopo essere stato mattatore a Taranto del “Corriere del Giorno”. Mandrillo considerava Milano un’enorme fucina, ed essendo uomo curioso e coltissimo, nelle ore libere amava percorrerla, preferendo le vie storiche: via Bigli, via Morone, via Della Spiga… A volte mi sollecitava a fargli da guida e io lo accompagnai anche alla barbieria di Franco Bompieri, che passava le notti a scrivere libri, pubblicandoli con Rizzoli, Feltrinelli, Longanesi e il giorno curava il pelo di Montanelli, Cuccia, Romiti, Tronchetti Provera, Guido Piovene, Enzo Jannacci, Leonardo Mondadori, Falck, Bettiza, lo stesso Gramigna; e quando erano a Milano sulla sua poltrona girevole si sedevano Visconti, Matroianni…e quando era più giovane fece la barba a Totò al Grand’Hotel et de Milan. Era stato Piero a chiedermi di presentargli il famoso barbitonsore di via Morone, che una sera vide stagliarsi sulla porta il principe di Edimburgo.”Perché la barbieria si chiama Colla?”. “Era il nome dei vecchi titolari”.
L’incontro con Bompieri fu molto cordiale, Il barbiere-scrittore fece una corsa al bar dell’angolo con via Manzoni e tornò con un vassoio con caffè e cornetto. Subito dopo, sbucammo nella splendida piazza Belgioioso, dove si apre il lussuoso ristorante “Boecc”, 600 anni di vita. In questo splendore sospirarono d’amore per la stessa donna Stendhal e Foscolo.

E anche lì c’era Domenico Porzio, che parlò di una sua rimpatriata a Taranto di pochi giorni prima. E poi arrivò Chechele (foto accanto, ndr.) titolare del ristorante la “Porta Rossa”, scalo di pugliesi famosi e non e di attori, cantanti, sceneggiatori come Don Lurio, presentatori come Mike Bongiorno… Il ristoratore di Apricena, con un seguito di camerieri offrì delizie pugliesi spruzzati della sua bonomia. Era venuto apposta, in aereo, dal paese, dov’era in vacanza, appena aveva saputo da una trasmissione Rai, condotta ds Mario Azzella del convegno (foto accanto: Azzella con lo scrittore Palumbo, ndr.).


Io personalmente la trovo bella, Milano. Quando potevo percorrerla senza affanno visitavo le vie e viette più caratteristiche: oltre a via Morone e via Bigli, dove c’era anche il salotto della contessa Clara Maffei, che ospitò eminenti personaggi dell’epoca, da Boito a Balzac, oltre ai patrioti milanesi. Ogni via una storia. Dall’Isola Garibaldi, dove al 14 pernottò Garibaldi, a piazzale Lagosta, dove c’era il cimitero della Musazza; a via Fiori Chiari, a Brera, dove in un locale riposante avevano avuto lo studio prima il pittore Piero Manzoni e poi il baritono della Scala Giuseppe Zecchillo. Ovunque si vada a Milano c’’è qualcosa da imparare. Al ristorante La Pesa, in viale Pasubio – dice una targa – lavorò Ho-ci minh, cuoco o cameriere, abitando nello stabile a fianco; nel palazzo del “Boeucc” era di casa Guido Piovene; in via Monte Napoleone sorse il periodico “Il Caffè”.
Le camminate per le vie e le piazze di Milano sono piccoli viaggi culturali. Via Caminadella, via Lanzone, via Cesare Corrente, via Piatti, dove abitò il grande Enzo Tortora. E i cortili? In corso San Gottardo sono vicoli, che sboccano in via Ascanio Sforza, lungo il Naviglio Pavese. Questo corso è l’antico “borg di Formaggiatt”: l’odore degli operatori del settore, quando erano in piazza Duomo, dove stava il venditore di polenta, si sentiva a distanza. Amare Milano? Certo. Senza dimenticare il paese da cui veniamo. Io resto legato a Taranto e ai suoi tesori; e a Martina Franca, che frequento da quando ero un vitigno. Sono entrambe belle, mi danno gioia. Tutto l’anno mi avvolge la nostalgia, sogno questi due gioielli, “c’u màre peccerìdde” l’uno; con filari di viti e case incappucciate l’altra; e i tramonti, le albe, i profumi del mare che spumeggia da una parte e il finocchietto che inebria dall’altra. Terre benedette, inondate dal sole; in una, le pietre che parlano, sagomate a mo’ di facce umane; nell’altra le valve “de le parecèdde”, da dove si ricavava il bisso. Amare Milano, d’accordo, Non si può non amarla; ma senza rinnegare la “culla”, tra l’altro conosciuta anche all’estero per i suoi tesori.









