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Il salentino capo della squadra antiterrorismo a Milano quaranta anni fa: sei uomini e un robot Ricordi

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Di Franco Presicci:

Sei personaggi e un robot. Appartenenti gli uni e l’altro alla Digos. L’uomo metallico si chiama Willy. Dal nome sembra protagonista di un fumetto, ma a vederlo avanzaee, quel 2 aprile 1986, giovedì, e venire a sapere la funzione per cui era stato costruito, altro che fumetto! Con le sue mani afferra una bomba e la trasferisce in un luogo in cui può essere fatta esplodere senza far male a nessuno.
Una mattina fu portato in piazza Duomo e presentato alla stampa e dato lo spazio a chiunque avesse avuto voglia di fare la sua conoscenza. Gli specialisti della questura lo trattavano come un amico e quel nome ne era la testimonianza. Ne erano entusiasti, anche perché avevano constatato le capacità dell’invenzione. Il manovratore, per prudenza, era calato in una specie di scafandro e l’ispettore capo Alberto De Simone manifestava molto riguardo per l’uomo e per il mezzo.
Era quella la prima volta che il capo degli artificieri appariva in pubblico, riservato e alieno com’era dal ricercare la visibilità. Era in polizia da 33 anni, ne aveva 53 e proveniva da San Donato di Lecce. Dirigente della squadra antiterrorismo dall’87. Severo come uomo e come poliziotto, legato alla famiglia e al suo paese, scapolo, fedele allo Stato, rispettoso dei suoi collaboratori, leale, generoso. Viveva con il padre, Armando, di 85 anni. Un padre che attraversava momenti di ansia quando da una telefonata intuiva che il figlio stesse per andare a disinnescare un ordigno.

Screenshot 20260118 024948Non aveva frequenti rapporti con i giornalisti e non era prodigo di notizie, nemmeno con il bravissimo Alberto Berticelli (foto accanto, ndr.) cronista del “Corriere della Sera” suo amico sincero e affezionato, con il quale qualche volta andava a pranzo, ma per conversare come si fa di solito quando ci si riunisce di fronte a una pietanza tutta da gustare. L’esimio “cane da tartufo, che conosce bene i canoni della vita e le dinamiche della psicologia, non gli faceva domande imbarazzanti e De Simone parlava di San Donato, dei suoi gioielli ortofrutticoli, della sorella. Mai del suo lavoro, a cui era appassionato. Al massimo elogiava i suoi collaboratori, uno in paticolare, che una volta, correndo a disinnescare una boma collocata in un locale del centro, avvertì il botto quando era a un paio di minuti dall’arrivo. Si spaventò, sentendosi un miracolato. Due minuti regalatogli da qualche santo. Aveva 41 anni, sposato, due figli, il buontempone della squadra antisabotaggio.

Un cronista avvicinò De Simone all’ingresso della questura, insistette, lo tallonò e alla fine l’ispettore capo fermò il suo passo da bersagliere e gli disse con calma, con gentilezza: “Lei forse non sa che non amo parlare di queste faccende. Qui altre persone sono autorizzate a farlo. Io faccio soltanto quello che mi spetta e basta. Voi giornalisti avete altri interlocutori”. Una volta, sollecitato da un “mangiatore di polvere” del “Giorno” (allora quella terra fastidiosa fluttuando nell’aria finiva sui panini che i cronisti marciatori mangiavano inseguendo uno “scoop”), esausto, chiamò due suoi colleghi e disse: “Parliamo di via Cimarosa”. Era una mattina di primavera del ‘’77 – cominciò De Simone – e sotto un’auto c’era un pacchetto composto da esplosivi da mina. Con un collaboratore ci avvicinammo e sentimmo una specie di soffio provenire dall’involucro. Lo legammo e quando eravamo sul punto di trasportarlo, senza che avessimo ancora fatto nulla il pacco esplose, sballottandoci a sette o otto metri di distanza. Nel pacco era successo qualcosa che non riuscimmo a capire”. Paura? “Chi non ha paura è un incosciente”.
Un’altra volta ignoti collocarono un chilo e mezzo di tritolo in scaglie innestato con detonatore elettrico e congegno a tempo nella sede di una concessionaria a Como e per disinnescarlo due artificieri si precipitarono sul posto. L’ordigno celava un’insidia, ma De Simone non volle rivelarla. Si impegnarono in tante altre emergenze. “Nell’’81, ancora a Como, stavano costruendo il nuovo carcere e nelle adiacenze del cantiere, fra due alberi, gruppi eversivi installarono uno striscione con una scritta che rivendicava l’abolizione degli istituti di pena. Dai lembi inferiori del telone partivano due fili di nylon sottilissimi, quasi invisibili, che finivano nei cespugli”. Telefonata in questura, corsa a Como, “studiammo la situazione e ci accorgemmo che i due fili erano collegati a due ordigni nascosti nella vegetazione. Chi avesse tentato di strappare il panno avrebbe provocato una deflagrazione, rimanendo ucciso“.

Solo al ricordo vengono i brividi anche pensando ai pericoli a cui erano esposti questi uomini. Commuovendosi, De Simone ricordò Luigi Carluccio, che gli risvegliò il ricordo della tremenda notte dei fuochi di Como: nove bombe collocate davanti ad altrettanti negozi. Era un avvertimento per i bottegai che chiedevano la pena di morte. . Era il 15 luglio dell’81 e per neutralizzare gli esplosivi furono inviati tecnici della questura di Milano, fra cui Carluccio – sottufficiale di 28 anni, un figlio di 8 mesi – che disattivò il primo congegno. Alle 2.30 una seconda bomba esplose e lo dilaniò. De Simone elogiò un collega, che dopo aver visto il corpo dilaniato non tremò al pensiero di dover mettere le mani sull’ultima trappola.
Capitava anche di doversi mobilitare per falsi allarmi. Una volta una telefonata segnalò in un prato nei pressi di un’abitazione sei o sette tubi. Li aprimmo con la solita circospezione, pensando che contenessero esplosivi e trovammo 20 milioni di banconote da 50 mila arrotolate. Un’altra volta alcuni cittadini avvertirono il 113 che in via Novara di fianco a un ascensore era stata abbandonata una valigetta che emetteva un ticchettio. Dentro, trovammo una sveglia ed indumenti femminili molto sexy. De Simone a un altro artificiere, il cui figlio di 12 anni, che fin da quando era più piccolo, avendo capito che tipo di mestiere faceva il padre, di notte ad ogni squillo di telefono si svegliava e chiedeva: “La bomba è scoppiata o deve ancora scoppiare?”. Le famiglie di questi eroi erano tutte coinvolte.
De Simone aggiunse: “La nostra squadra opera in tutta la Lombardia, ma viene convocata anche per operazioni in altre città. Ed è a disposizione di tutte le forze dell’ordine. Quando gli artificieri dei carabinieri sono impegnati l’Arma si rivolge a noi. Ci chiamano anche i vigili urbani”. Poi descrisse le nuove tute ignifughe molto aderenti in dotazione alla sua squadra. Hanno una targhetta con nome e cognome dell’artificiere, il suo grado, il suo gruppo sanguigno, importante nei momenti critici. Servono anche a farle indossare più rapidamente. Sono state pensate dal questore Antonio Fariello, uno dei più bravi, colto e intelligente, che tra l’altro promosse u volume interessantissimo: “Milano una città una questura” e trasferì la Festa della Polizia dalla caserma “Annarumma” in piazza Duomo per portarla fra la gente. T
Tornando a De Simone, gli chiesi le qualità che un artificiere deve avere: “Prima di tutto qualità umane. Deve sentire il dovere di tutelare l’incolumità dei cittadini e deve essere convinto di quello che fa, avere cioè la consapevolezza di svolgere un servizio”.
Per concludere, l’interlocutore gli chiese quali libri avesse letto e prontamente rispose che egli interessavano soprattutto quelli che parlavano di Joe Petrosino, che sfidò per primo la mafia italo-americana e combttè Vito Cascio Ferro (nato a Palermo il 22 gennaio del 1862), il suo esponente più autorevole, convinto che avrebbe vinto la sfida. Invece la sera del 12 marzo del 1909 venne ucciso a Palermo., dove era andato per continuare la sua lotta. Petrosino – aggiunse –
fu uno dei primi artificieri, che indossò per la prima volta la divisa di poliziotto il 19 ottobre del 1883 come agente di pattuglia nella Tredicesima Avenue di New York. Il ricordo del nemico della Mano Nera della Grande Mela resta ancora, grazie anche ai libri che sono stati diffusi ovunque, tra i quali quello di Arrigo Petacco, edito da Mondadori.

Alberto De Simone non c’è più da anni e c’è chi sente ancora la sua mancanza. Chissà se lo hanno sepolto a San Donato di Lecce, paese impreziosito da chiese e menhir e produttore di un particolare tipo di melone.

 


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