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Il re dei tarocchi che parlava con gli uccelli e il tipografo collezionista Ricordi

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Di Franco Presicci:

Ordinava i tarocchi nel suo negozio e parlava con i passerotti. Un giorno andai per intervistarlo e verso la fine della conversazione si alzò e andò verso un mobile di fronte all’ingresso. E lì lo sentii dire: “Non è il momento adesso, torma verso mezzogiorno. Quella è l’ora di pranzo; non puoi avere sempre fame”. Incuriosito, sbirciai e lo vidi accarezzare con un dito un passero che lo osservava. Domandai: “Osvaldo, che cosa fai, parli con i volatili?”. “Non riesco a capacitarmi, sono sempre, qui, qualcuno, senza che me ne accorga rimane dentro quando chiudo e dorme su quella mensola in alto e quando riapro scende per fare colazione”.
Una bella storia, questa. Immaginai il titolo dell’articolo: “Osvaldo Menegazzi, il re dei tarocchi, parla con gli uccelli”. “Una mattina si presentò uno di loro e io gli detti un po’ di molliche di pane e da allora è tornato con tutta la famiglia”. Osvaldo riservava sempre delle sorprese. Lo conobbi quando aveva lo studio in via Bottelli, a Greco, di fronte alla scuola elementare e un vecchio cinema, quando confezionava diorami, popolati da soldati napoleonici, e conchiglie che navigavano fra le nuvole in olio su tela. L’esercito di Bonaparte gli forniva molte idee anche quando realizzava i suoi tarocchi.
“È geniale – mi disse Vito Arienti, uno dei più grandi collezionisti di carte storiche d’Europa, che nella sua tipografia di Lissone ristampava carte con secoli di vita. Come “La geografia intrecciata nel gioco dei tarocchi”, che nel settembre del 1725, creò non pochi problemi all’autore, allo stampatore e ai possessori. Il mazzo fu condannato al rogo nella pubblica piazza di Bologna per decisione del cardinale Ruffo. Motivo? Alla carta numero 21 nella città felsinea era indicato un governo misto, mentre per il prelato e per il Vaticano era papale.
Arienti e Menegazzi si frequentavano da tempo, pur avendo caratteri diversi: il primo era austero, pacato, di poche parole, un sorriso dolce; il secondo un vulcano, con la faccia da patriota risorgimentale, che avrebbe potuto fare da modello per la carta di un disegnatore raffinato. Era anche generoso e si compiaceva quando qualcuno leggeva un articolo di giornale che parlava di lui: gli piaceva il suono con cui le parole venivano pronunciate. Aveva i capelli, la barba e i baffi bianchi ben curati e vestiva con eleganza, prevalentemente di scuro, con una specie di amuleto che gli pendeva sul petto. Era spesso di buon umore, la sua ironia sapida rendeva gli incontri piacevoli. Interrompeva le domande con una risata scoppiettante, quando l’interlocutore lo provocava, lo stuzzicava, gli sollecitava risposte sulla sua vita sentimentale. Era riservato. Il grande esperto mondiale di carte Kaplan inserì un mazzo di Menegazzi nella sua enciclopedia, un onore di cui Osvaldo andava fiero. E lieto per una foto che lo ritraeva con Arienti. Ne aveva anche con lo stesso Kaplan; e tanti artisti giovani, che realizzavano originali disegni per le sue carte.
Un pomeriggio mi invitò ad andare ad Altare, provincia di Savona, dove i Bormioli padre e figlio eseguivano soldatini di piombo e il figlio faceva anche bottiglie di vetro infilandovi dentro le navi. Lo fece alla mia presenza e così capii, dopo anni di domande e di ipotesi, come avveniva che un cacciatorpediniere entrasse in un vetro: soffiando sulla base per chiudere la bottiglia. Mi colpì anche il lavoro del padre, che faceva delle facce fortemente espressive: i suoi soldatini erano dei capolavori. La sera fummo invitati a mangiare a casa dei due artisti, iscritti alla Società di Storia patria, riso con i tartufi. Mi sfuggono i nomi di battesimo: erano gli anni ‘70. Ricordo che il giovane lavorava alla Snam e il padre era in pensione.
Quando andavo in via Fara, nella nuova bottega d’arte di Menegazzi, trovavo sempre un personaggio: un grande attore, la cui voce profonda mi affascinava; un famoso collezionista andato ad acquistare un libro importante del settore o semplicemente a godere di quell’atmosfera quasi surreale che vi si respirava tra tutti quei mazzi di carte.
Osvaldo è morto nel 2021. Pannelli quadri, mazzi di carte sono stati trasferiti nel nuovo locale al Ticinese, condotto sapientemente da Cristiana Dorsini, sua nipote, vera appassionata e competente. “Qui è rimasto tutto quello che ha realizzato lui, con grande entusiasmo e amore”. Lo spirito di Osvaldo è ancora qui, in questo spazio, tra carte giapponesi e di ogni altro Paese che risalgono al 1400, oltre a quelle che fanno disegnare a nuovi talenti, come faceva il Guppenberg nella tipografia dei giardini della Scala; e come faceva lo stesso Vito Arienti di Lissone.
Menegazzi era un artista e non aveva nulla a che fare con l’arte divinatoria, non dava responsi a persone afflitte da un fallimento, o da una delusione in amore. Lui produceva le carte per scopi culturali o le faceva produrre e le metteva in scatole originali fatte da lui personalmente. Così continua a fare Cristina Orsini.
Il primo marzo del 1964 nacque il primo mazzo e poi “Le conchiglie divinatorie”, pubblicate nell’Enciclopedia “Taroc” di Stuart R. Kaplan, nome autorevole nel settore, autentico conoscitore della storia delle carte da gioco. Menegazzi lo aveva ricevuto nel suo regno: “Negli anni ‘70, dopo aver assistito allo spettacolo alla Scala, venne nella mia bottega a cenare con altri amici collezionisti. La sua è la più importante enciclopedia delle carte esistente”, mi disse Osvaldo, entusiasmandosi. E aggiunse “che nella sua monumentale opera ha dato ampio spazio a una ventina di mazzi della mia editrice, ‘Il Meneghello’.
“Ne hai fatta di strada da quando mi accogliesti la prima volta nella tua ‘fucina’ di via Bottelli, 100 metri dal ponte della Ferrovia di Greco”. Oggi le sue carte si trovano al Museo dei Tarocchi di Stoccarda, nell’analogo Museo di Parigi e nelle collezioni più prestigiose nel mondo”.
Osvaldo con il suo indirizzo è noto a Tokio e a Mosca e gli americani gli ordinano i “Tarocchi dei Visconti”. Gli chiesi la fonte della sua passione e mi rispose che non sapeva giocare e non amava avere tra le dita quei rettangoli di cartoncino figurati. Ma gli venne l’idea di disegnarli, prendendo spunto dai temi dei suoi quadri, da quelle conchiglie appuntite che sembravano perforare l’aria. Erano tante in via Fara le sue tele, adesso isulle pareti della nuova sede, al Ticinese, accanto a composizioni e collage di carte e tarocchi antichi, che sono state esposte in mostre di alto rilievo. Ci sono anche talismani e singolari elaborazioni simboliche e fantastiche.
Parlando con Osvaldo il tempo volava senza accorgersene. Le sue opere non erano apprezzate soltanto da Kaplan e da Vito Arienti. Sono opere d’arte. Sarebbe curioso e interessanta fare capolino nella storia delle carte, che sono state usate anche come mezzo di propaganda politica e di satirica. A Milano il primo documento che fa riferimento alle carte da gioco risale al 1418.
Quando arrivò il momento del saluto mi dispiacque: avrei continuato ad ascoltare con interesse questo artista che tra una frase e l’altra aveva espressioni di stupore mostrando le sue stesse creazioni. Era un suo modo di fare. Detti l’ultimo sguardo a una vetrinetta affollata di soldatini. Erano quelli del Bormioli di Altare, che mi mostrò come si fa a sistemare una nave in una bottiglia.
“Una sera – mi disse l’ultima volta che l’ho incontrato – quando stavo aperto fino a tardi entrò un collezionista di Torino e acquistò tutto l’esercito di Bormioli, Era gennaio e faceva un freddo cane, le lancette dell’orologio ferme sulle 23,30. Entrò un passerotto e si mise a saltellare su un mobile. Mi emozionai nel vedere quella bestiola in cerca di cibo. Gli dissi: ‘Sei bello, birbone’; e gli offrìi uno spicchio di mela e briciole di pane e un po’ di scagliola, che spargevo fuori del locale”.
Dopo qualche mese scrissi una filastrocca sul re dei tarocchi amico degli uccelli. E la pubblicai in un libro rimasto nei miei scaffali, senza l’odore del piombo di una casa editrice. A proposito, io avverto ancora, a volte, quell’odore, Non l’ho sentito nella tipografia di Caledri, seminascosta in un angolo dello stabilimento moderno.

 


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