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Alfredo Nunziato Maiorano, poeta dialettale tarantino Ricordi

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Di Franco Presicci:

Avevo letto i suoi “’U fìgghie d’a Madònne” e ”’A trucculesciàte de fratèlle Spiridòne”, ma anche altre sue opere, quando lo intercettai in una bella giornata di sole nella città vecchia, dove aveva vissuto tra la gente anche nella sua giovinezza.

8214f442 efbf 4cb8 abea c4c80180eca0Stava parlando con un pescatore da poco sceso da un’imbarcazione ancorata quasi di fronte alla chiesa di San Giuseppe. Sostai a poca distanza per discrezione. Si salutarono e io feci un passo avanti, felice di poter salutare il poeta dialettale Alfredo Nunziato Maiorano, che conoscevo soltanto di nome e di vista. Quando mi presentai mi chiese: “Ma a te te piàce ‘stu màre ca se mundevèsce Picce?”. “Certo che mi piace. E’ un incanto”. E poi ancora lui: “Sì’ fìgghie o nepòte d’u dottore?” E io: “No, ho solo parenti proletari”. Mi dette dunque subito del tu, concedendomi di fare la stessa cosa con lui. .”Vieni spesso a Taranto Vecchia?”. “Quando posso, volentieri, con il cuore in mano”. “Hai letto qualcosa di mio”. E gli recitai i primi versi di “Tàrde vècchie mije”_ “L’èrva sarvàgge e ddò pummedòre appìse hònne cangellàte do’ sècule de stòrie…”. Sorrise. E c’incamminammo verso piazza Fontana, parlando dell’emozione che suscita passeggiare per questa parte di Taranto.

“Ci vengo spesso e tengo l’orecchio teso verso il dialetto che parlano qui, mi rivelò. Il poeta non aveva fretta. Ogni tanto si fermava, osservava il Mar Piccolo e mormorava: “Che musica! Fàce nazzecà’ le lambare”. Aveva nel taschino del cappotto “’U Panarijdde” e dopo essersi intrattenuto con me oltre un’ora, commentando tutto ciò che passava sotto i nostri occhi, gli dissi che già all’età di sedici anni venivo a Saneminghe, dove avevo organizzato una piccola filodrammatica.

Non era soltanto un poeta consacrato e celebrato ma anche dialettologo, etnologo, autore di teatro, amico di Gerhard Rohlfs, autore della Grammatica italiana e dei suoi dialetti, che era venuto a Taranto per incontrarlo. E si scrivevano tanto.

Majorano era nato a Taranto il 22 dicembre del 1902 e quando l’ho conosciuto abitava in piazza Maria Immacolata, di fianco alla Libreria Filippi, dove io acquistavo di solito i libri della Bur. E fu lì che venni a sapere che il poeta era amico di Rohlfs.

La moglie, Elena, che ebbi il piacere di conoscere un giorno che Alfredo mi invitò a casa sua, ha custodito meticolosamente e con passione tutto ciò che in qualche modo aveva già sistemato il marito: scritti, documenti, oggetti della civiltà contadina e di quella dei pescatori, che costituiscono il Museo Etnografico custodito nel Palazzo Pantaleo con il suo nome, nella città vecchia.

E00dbb3d2 523d 4da1 8534 77fb24fdadd5ro affezionalo a don Alfredo. Quando seppi che al Cinema Dopolavoro Ferroviario andava in scena la sua commedia in tre atti “’A stutàte”, andai a vederla. Di fianco a me era seduto Saverio Nasole e alcuni suoi amici ed estimatori. L’opera molto fu applaudita dal pubblico in piedi. Molti urlavano il suo nome, tanti altri si congratularono con lui, che nel ‘32 aveva scritto anche “Canti popolari tarantini”. Era presente anche Dino Rizzo. giornalista esperto di teatro, tanto da essere chiamato dal “Giornale d’Italia” per svolgere il lavoro di critico in quella redazione.

Negli anni Cinquanta, Rizzo fu la fonte, l’anima, l’architetto e il capo cantiere del Premio Taranto, che portò a Taranto i maggiori nomi dell’arte contemporanea, da Migneco a Cassinari, e i critici più famosi e severi, tra cui Marco Valsecchi. La mostra venne ospitata nei locali dell’Istituto Talassografico. Ricordo la reazione dei pittori locali, tra cui Giuseppe Pignataro, che contestavano l’esposizione scrivendo sui muri “Viva Raffaello”, ai quali rispondeva Oronzo Valentini dalle pagine della “Gazzetta del Mezzogiorno”. Ne parlammo con don Alfredo, che passando per rientrare a casa mi m’intercettò all’ingresso del “Cin CIn Bar.

Negli anni ‘50 una Compagnia universitaria improvvisata portò in scena “A Sanda Moneche” e in quella occasione gli interpreti – tranne la grande Anna Casavola, attrice di grandi qualità, che recitava con Enzo Falcone, attore e regista – espressero il loro discutibile estro pindarico, ma l’autore, Maiorano, chiuse un occhio. Anzi, scrisse un articolo sulla “Voce del Popolo”, in cui manifestava il desiderio che a Taranto nascesse un gruppo teatrale universitario, magari coinvolgendo i cittadini. Ma nessuno rispose all’appello.

Poi la compagnia si sciolse e addio teatro studentesco. La città in materia aveva una tradizione rispettabile, contava attori bravissimi, oltre alla Casavola, Lina Mirabile e il padre, un comico surreale, D’Auria, Murianni, Enzo Valli, al secolo Murgolo, e il papà, che nella vita di ogni giorno era brradiere dei vigili urbani… Nell’edizione locale del “Messaggero” su “’A Sanda Moneche” apparve un lungo articolo con foto di Riccardo Catacchio, ottimo corrispondente del quotidiano romano. Anche il “Corriere del Giorno” e “La Gazzetta” di Gennarini, corrispondente da Taranto, fecero altrettanto. Poco tempo dopo l’Enal, direttore Carmelo Imperio, che covava un’affiatata Compagnia, rappresentò al Circolo Sottufficiali “Trenta secondi d’amore”, con in prima fila Piero Mandrillo.

Don Alfredo lo incontrati diverse volte. Nelle nostre discussioni c’era spesso il dialetto e gli faceva piacere sapere che io lo preferivo alla lingua imposta dai genitori e dagli insegnanti. Mi piacevano le voci “sciacqualattùche” e “manzegnòre”. Un giorno lo intercettai in via D’Aquino e mi invitò a seguirlo in un vicolo vicino a via Duomo, dove aveva appuntamento con un costruttore di nasse che ne teneva quattro o cinque appese nel vicolo. E poco dopo: “Mo’ sciàme a fa’ do chiàcchiere cu ‘nu patrùne de varche”. Ma la barca era vuota e sul pontile c‘erano tre o quattro person, meno quella che cercava lui.

Eravamo già sotto casa sua, quando ci raggiunse un cronista del “Corriere del Giorno”, che gli chiese notizie della masseria “La Battaglia”, e della sua grande festa del 6 gennaio dedicata ai lavoratori della terra, “che accoglie decine e decine di persone, tutte contadine, che partono da altri paesi”.

Gli interessi di Alfredo Nunziato Majorano erano molteplici. Amava entrare nell’anima dei concittadini e lo rivedo tra i vicoli, le pusterle e “le strìttele de Tàrde vècchie”, mentre guarda quasi inebriato “’u màre peccerìjdde” con il suo giardino in cui nascono e s’impolpano le “cozze gnòre”, il tesoro della città noto e apprezzato in tutto il mondo: l’oro che ha ispirato poesie, sagre, pagine di storia.

Don Alfredo era un uomo alla mano e molto amato. A Lizzano lo considerano un mito. Gli hanno dedicato diverse iniziative, compresa una mostra nel palazzo che porta il suo nome. La sera dell’inaugurazione il sindaco Generoso Tocci affermò che con quell’impresa s’intendeva far conoscere alla cittadinanza, ma anche a tanti visitatori ”il valore e la passione del nostro Alfredo Maiorano”. Aggiungendo che per loro era un dovere da portare all’attenzione finalmente la figura adamantina di questo appassionato dei valori del popolo e della tradizione della nostra terra”.

Infatti Maiorano era infaticabile nella ricerca e nello studio, tanto che il grande etnologo Antonio Mario Cirese – curatore della mostra “Aspetti della ritualità magica e religiosa nel Tarantino nel lontano 1971 – si spese molto perché fosse dato il nome di Maiorano al Museo Etnografico della Bimare. Il poeta “che ebbe una vita fruttuosa – scriveva Betty Maiorano, assessora alla Pubblica istruzione e alla Cultura di quella città – che si è risolta in un’impresa bellissima, quella della collezione che diventò prima una mostra importantissima e poi la base e la sostanza di un museo etnografico…”, un museo ccon il su nome…. A Lizzano, di cui era originario, dunque, Maiorano è sempre stato ricordato con affetto anche perché era presente a tutte le occasioni.

Prendo da uno degli scaffali contenenti i libri sulla mia terra e scovo dei fogli contenenti i premi e i riconoscimenti che Majorano ricevette copiosi e un intervento, a suo tempo apparso su “Taranto da una guerra all’altra” (edito da Mandese), di Giuseppe Francobandiera – scrittore delicato, fertile e profondo conoscitore delle cose di Taranto – secondo il quale “questi ‘petali’ del genere narrativo scenico, anche se germogliati oltre mezzo secolo fa, non sono affatto appassiti”. “Le scene di Alfredo Majorano – scrisse a sua volta Gaetano Savelli sulla “Gazzetta del Lunedì” del 1931 – hanno il merito di essere popolari senza essere volgari, fedelissimo specchio della vita cittadina, dell’anima del suo popolo, quel popolo che viveva “ind’u strittele ca stè semb’arrajàte c’u sole…”.

Alfredo Nunziato Maiorano è morto il 28 giugno del 1984. Non ha provato l’amarezza di vedere chiusa definitivamente la “Casa del Libro” di via D’Aquino, che ha pubblicato alcune delle sue opere.



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