Di Franco Presicci:
Di fronte a lui mi sentii un pigmeo: era altissimo, possente, capelli scuri. Aveva la faccia di Nuvola Rossa, il capo dei Sioux. Sonny Billie era “tribal chairman”, presidente, dei Miccosukee, indiani discendenti dal leggendario Osceola, sachem, capo elettivo dei Seminole.
La figura di Sonny Billie (il più alto nella foto di home page, ndr.) si stagliò su uno spazio circondato da chichees, capanne tradizionali aperte, con il tetto intessuto di rami e foglie di palma. Il villaggio (Indian village of Miccosukee tribe) si stende a pochi passi dall’autostrada che porta a Miami, la Tamiami tribal, precisamente su un margine delle sconfinate paludi del Sud della Florida: le Everglades, ricche di boschi di mangrovie e con quattordici tipi di orchidee e abitate da alligatori e da venticinque specie di serpenti, cinque o sei velenosi, tra enormi ciuffi d’erba tagliente come spade.
Mi trovai lì perché il direttore, Lino Rizzi, volle mandarmi per descrivere una crociera che da Miami andava nelle Isole Vergini; e durante i giorni trascorsi all’Hotel Fontaimbleau conobbi un tale che dopo aver suonato la tromba a bordo delle navi da crociera, si era fermato a Miami, dove aveva aperto un’agenzia turistica. Lorenzo, dirigente della compagnia aerea Twa, mio accompagnatore, gli aveva detto che io potevo dargli informazioni sul passaggio della cocaina da quelle parti e l’ex trombettista mi propose uno scambio: lui mi portava nell’accampamento di Sonny Billie, facendomi visitare prima l’esterno della villa di Al Capone e i mostruosi alberi disseminati lungo il percorso, e io gli avrei parlato dell’itinerario della droga.

I Miccosukee vivevano con l’artigianato e lo spettacolo degli alligatori, che vidi in un recinto a godersi il meritato riposo. Alla mia domanda sul trattamento usato nei confronti delle donne rispose che uno dei suoi compiti era quello di garantire a tutti pari diritti e uguale dignità, indipendentemente dal sesso, evitando discriminazioni di qualunque natura. Non c’era spazio per movimenti “che voi chiamate femminili”. Si esprimeva con schiettezza, senza alcuna esitazione, senza retorica, senza enfasi, con rispetto per l’altro, mentre le donne sotto le tende realizzavano i loro lavori da esporre in una sala a parte.
Succede al charmain di essere corteggiato? Domanda impertinente, forse anche inopportuna. Ma Sonny non si scompose, sorrise divertito e a sua volta: “Non abbiamo l’abitudine di avere due mogli. E se mi capitasse di suscitare involontariamente l’interesse di qualcuna, la inviterei a desistere. Per la mia posizione devo essere un esempio, altrimenti la tribù mi toglierebbe la fiducia”.

E tornò alla storia del suo popolo, “che era in Florida prima ancora che questa entrasse a far parte degli Stati Uniti. “Durante le guerre del XIX secolo la maggior parte dei pellirosse fu deportata verso Ovest. Solo poche famiglie riuscirono a dileguarsi trovando rifugio nell’Ewerglades. Un nucleo più consistente s’intanò nell’Hammock, un isolotto invaso dagli alberi”.
Sonny Billie non dava segni di voler concludere la conversazione, anzi riprese: “I nostri antenati costruivano piroghe che usavano per andare a caccia e vendere animali e altre mercanzie. Due o tre di queste imbarcazioni, scavate in un solo tronco di cipresso, sono esposte nel villaggio. Erano necessari due anni per farne una. Noi abbiamo dato sempre prova di indipendenza e siamo rimasti nell’Ewerglades un centinaio d’anni. Abbiamo cominciato ad accettare il mondo moderno quando venne costruita l’autostrada Tamiami Trail”.
Nel 1962 – aggiunse – il governo federale ci ha riconosciuti come tribù indiana separata dai Seminole. A lottare per il riconoscimento dei Miccosukee fu Buffalo Tiger, che aveva sposato una donna bianca e lavorava in uno studio d’avvocato. Buffalo abbandonò la moglie e l’impiego e ritornò nella palude. Come prima mossa fece causa al governo. Ma siccome i Miccosukee, che per tanti anni erano stati considerati estinti non erano stati registrati come tribù ndiana, l’azione naufragò. Buffalo Tiger non si perse d’animo. Spedì un telegramma a Fidel Castro, chiedendogli il riconoscimento. Da Cuba la risposta non si fece attendere.
I Miccosukee – continuò – sono una storica nazione con diritto a un territorio. Buffalo avviò altre battaglie. Avvalendosi di un documento del 1839 – scomparso e provvidenzialmente riapparso nel 1962 in un luogo diverso da quello competente – che assicurava ai Seminole un ampio territorio nel Sud della Florida, a patto che s’impegnassero a sotterrare per sempre le armi; nel 1981 stilò un compromesso vantaggioso: i Miccosuhee avrebbero avuto ua consistente somma di denaro e 800 chilometri quadrati tutti per loro. Buffalo Tiger sviluppò la sua opera radunando in una sola comunità i Miccosukee, che vivevano sparpagliati in Florida, e li governò fino al 1985. Quell’anno la sua gestione entrò in crisi e il suo popolo nell’agosto dell’anno successivo lo sostituì con il cognato, Sonny Billie, che afferma: “Abbiano conservato la nostra identità, la nostra cultura, la nostra lingua, le nostre tradizioni”.
Ogni anno – concluse Sonny Billie – in primavera, si celebra la “Danza del grano verde”, un rito sacro che per quattro giorni rende grazie al dono del mais. “Questo dono ci rinnova e costituisce il segno della forza della nostra tribù”. Che ne è della medicina indiana? “Resta radicata come il anche il folklore, che è parte integrante dell’educazione dei nostri ragazzi”. Esistono anche altri riti, mi sussurrò l’operatore turistico che mi aveva fatto conoscere Sonny Billie. Per esempio quello del sacrificio, che si svolge in occasione della “Green corn dance”, la festa del grano verde, “in un luogo segreto dell’Everglades e consiste nel graffiare con pettini ricavati da lische di pesce la pelle dei giovani. Se questi sopportano il dolore passano al rango di guerrieri. Poi tocca agli adulti riprovare il loro coraggio. “Vede quel fuoco, vede quei tronchetti di cipresso in mezzo alla brace – mi chiese Sonny all’ingresso di un chickee – Simboleggiano il cerchio della vita; un pezzo è sempre rivolto verso est”. I fuochi possono crepitare anche per diversi mesi.
Da allora sono passati quarant’anni, quasi mezzo secolo. Era il 1986. Al ritorno in redazione Lino Rizzi si aspettava che gli parlassi di Orlando, di Wait Disney World Resort, perché è lì che mi aveva raccomandato di andare nei tre giorni a Miami. Ma io avevo preso una strada diversa, affascinato dal mondo degli indiani, che mi ricordavano le mie letture della vita e delle gesta di Geronimo, Toro Seduto, Nuvola Rossa, Cavallo Pazzo, Falco Nero e tantissimi altri, che hanno fatto la storia dei loro popoli.






