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Quelle interviste a Sandro Pertini presidente della Repubblica Ricordi
18 Ottobre 2026
Di Franco Presicci:
Durante la ma attività professionale ho incontrato quattro o cinque volte Sandro Pertini. Tanto che un giorno mi disse: “Ti trovo dappertutto. Quanto lavori!”. Per non dirmi: “Stai sempre tra i piedi!”. Il Presidente era un po’ burbero, ma generoso e disponibile. Un giorno in Galleria Vittorio Emanuele, alzando lo sguardo, si accorse che molti vetri erano rotti e al sindaco Carlo Tognoli che era al suo fianco fece un discorso franco come era nel suo stile: “Peccato vedere il tetto in quello stato. Se vuoi ti mando io un vetraio amico mio”. Me lo raccontò un signore amante dei due passi in Galleria, che notando il corteo gli si era avvicinato incuriosito.
Era stato il capocronista Enzo Catania (foto accanto, ndr.) un vulcano sempre in eruzione a ricevere la notizia della presenza a Milano del Capo dello Stato; e venne alla mia scrivania per esortarmi a correre. “Per favore, mobilita l’autista e cerca di intervistarlo”. Una parola! Era domenica, mezzogiorno, dove andavo a pescarlo? La “chicca” stuzzicava anche me e in pochi minuti ero già in macchina con il fotografo. In via Manzoni, all’altezza della Scala, vidi il sindaco Carlo Tognoli attraversare la strada. Urlai a Gusmaroli di fermarsi e due secondi dopo ero alle spalle del primo cittadino. “Non puoi non saperlo, come faccio a trovare Pertini? Per favore”. Lui titubò, fingendo d’ignorarlo. “Se è a Milano, avrà fatto visita ai cognati, che gli sono affezionati, o sarà dal dentista. Io non l’ho visto. Anzi non sapevo che fosse qui. Lo apprendo da te”. Insistetti, ma non ci fu niente da fare. Lo capii: non voleva fare scorrettezze ai miei colleghi. Ma una voce mi sibilò all’orecchio: “Te lo dico io, se mi prometti di non dire che ho fatto da trombettiere”. “Giuro. E poi perché dovrei rivelare i fatti miei alla concorrenza?”. “Bene, è andato a pranzo al Grissino”. Ma non interrompergli il pranzo, perché non ama essere sorpreso a tavola”.
Così aspettai un paio d’ore fuori dal ristorante, in compagnia del fotografo Duilio Zanni, che era svelto come una lepre nel puntare l’obbiettivo e catturare immagini. Intanto si sparse la voce e tanta gente si assiepò davanti al locale, urlando: “Lo vogliamo vedere, è il nostro Presidente”. “Se mi prometti di non pubblicare le immagini scattate adesso dal tuo fotografo – mi sussurrò il cognato, che era lì con i figli – io ti racconto alcune cose del Presidente”. “Non le avrei fatte pubblicare comunque, lo rassicurai”. E lui. Vedi quei ragazzi? Sicuramente gli domanderanno per quale squadra tiene e lui dirà una formazione a casaccio, magari la Juventus. Lo dirà per farli contenti”. Aggiunse altre storie, poi la porta si aprì e apparve Pertini con la sua pipa in mano. Mi avvicinai, gli feci delle domande, rispose con la sua solita cortesia. Tornai felice al giornale, dove fui accolto dal fervore di Catania, al quale avevo riferito tramite il telefono che avevano in macchina il risultato della missione.
Nel settembre del 1982, un sabato, altro incontro. Il Presidente della Repubblica era atterrato alle 17 all’aeroporto militare di Linate e salito su un auto passò davanti alla Prefettura in corso Monforte, poi a piedi in piazza Duomo, piazza San Babila, via Matteotti, in Galleria… La sua figura fu notata da alcuni ragazzi, che cominciarono a inneggiarlo “Presidente, bravo Presidente, sei il nostro Presidente”, suscitando l’attenzione di altri milanesi, che affluirono, ingrossando la folla. Perftini entrò al Biffi, con il capo ufficio stampa Iacobucci e la scorta. Chiusero subito la porta per evitare l‘invasione e io feci un balzo alla Mennea e mi nascosi dietro una pianta ornamentale. Mi sbirciò un cameriere e venne verso di me per buttarmi fuori; gli lanciai uno sguardo supplichevole e cambiò idea. Così, facendo avanti e indietro per servire gli illustri ospiti fece il raccolto per me. Dalla mia postazione privilegiata guardavo fuori e vedevo i miei colleghi in attesa che Pertini uscisse per osannarlo.
Il mio pensiero andò a un giorno del1924, quando Pertini fu percosso dai fascisti. Un suo amico, figlio di un alto ufficiale, per rincuorarlo propose di andare all’autodromo di Monza. Al ritorno entrarono in una tabaccheria e l’amico esplose in una frase contro Mussolini, provocando la reazione prudente del futuro capo dello Stato: “E tu sei quello che voleva consolarmi?”. Pertini allora si mise a parlare anche delle corse a Monza e di alcuni personaggi di un tempo: Campari e Brillipari, che correvano su Fiat rosse; e del tedesco Von Stuck, su Auto Union.
Tornando al Biffi, alle 19 Pertini si avviò verso l’uscita e il direttore del locale gli donò un un disco del maestro Fidelio. La Galleria, cara a Giuseppe Martotta (“Mal di Galleria”) si era riempita di gente e il Presidente fece fatica a farsi strada, mentre i papà prendevano i figlioletti sulle spalle per far vedere meglio la scena.
Una sera mi telefonò un lettore pregandomi di prendere in considerazione un desiderio della sua bambina, che era ammalata e aveva espresso il desiderio di conoscere il Presidente Pertini. Mi dette alcune notizie, il suo indirizzo e mise giù la cornetta credo senza tante speranze. Scrissi un “pezzo”, con la sensazione che al Quirinale avrebbero deciso di appagare il sogno della bimba. E infatti il giorno dopo da Roma comunicarono alla famiglia che Pertini aveva deciso di venire a Milano; e in uno squillo al giornale il papà, felice, mi ringraziò invitandomi a far parte dell’evento. “Se vuole venire, l’aspetto; so che lei è un cane da tartufi”. Promisi. L’appuntamento era per le 7; io mi alzai alle 6; alle 6 e mezza l’autista mi aspettava al cancello. Dovevo arrivare presto per paura che chiudessero la strada e ci impedissero d’imboccarla. Quando arrivai citofonai, il papà mi invitò a salire, prendemmo il caffè conversando e scambiai due parole con la bambina, che era seduta di fronte a me sul divano.
Alle 8 in punto squillò il citofono e apparve il Presidente, che, rivolto a me esclamò: “Ma tu sei dappertutto! Dormi qualche volta?”. Poi, per timore che mi fossi offeso, mi regalò un sorriso e mi battè una mano sulla spalla. Il Presidente si accomodò vicino alla piccola, scartò un pacco e tirò fuori una bambola. Vidi in lui il nonno che accarezza la sua nipotina con dolcezza. Dopo la carezza, la piccola raccontò la scuola che frequentava, i voti che inanellava, parlò della vita in famiglia, del papà premuroso, della mamma, degli amici, e Pertini ascoltò con attenzione. L’incontro durò un’ora, poi il Capo dello Stato salutò tutti e uscì con la scorta. Aspettai cinque minuti, quindi con il fotografo mi precipitai giù e seguii l’auto del Presidente fino a viale Tunisia, dove durante la guerra aveva avuto un piccolo ufficio. Al giornale Enzo Catania, il vulcano, aveva già fatto il titolo. Le notizie lo facevano esultare; e se arrivavano all’ultimo momento rifaceva una pagina per allargare lo spazio. Stimava molto Sandro Pertini, che a Milano veniva sempre volentieri: “E’ una bella città e io mi ci trovo bene, soprattutto quando è illuminata dal sole”. Gli piaceva anche quando si trovava accerchiato dai ragazzi.
Ogni tanto una voce anonima mi telefonava per dirmi che Pertini era a Milano. Sicuramente il desiderio di qualche collega buontempone di scollarmi dalla sedia e farmi correre a vuoto. Senza alcuna cattiveria. Dicevo una battuta, mettevo giù la cornetta e mi accertavo. Senza perdere le staffe, perché anch’io facevo scherzi, quindi chi li fa si aspetti reazioni uguali. E quando il Presidente era davvero in città mi divertivo io. Come la volta in cui lo sorpresi al Savini e l’altra sulla soglia del ristorante Bagutta nell’omonima via (sede di un famoso premio letterario), che ospita ogni anno la mostra dell’arte all’aria aperta. Il Savini – scrisse Gaetano Afeltra nel libro “Milano amore mio” – è un “restaurant” consacrato da dame ingioiellate e da signori in smoking o in frac (almeno ai miei tempi) per i dopo Scala”. Aggiungendo che non vi si può cenare senza giacca. “Affari ma anche affari di cuore e di gola”.
Don Gaetano arrivò in Lombardia da Amalfi nel ‘39 e amò i navigli con tutto il cuore. La prima pensione in cui alloggiò aveva l’affaccio sul naviglio Martesana. Fu uno dei nomi più prestigiosi del “Corriere della Sera”. Ha raccontato, fra l’altro, altri locali famosi della città: il “Santa Rita”, dove nel ‘29 arrivò la pizza; il Caffè Craja, il Campari. Ed era amico di Pertini