Di Franco Presicci:
Non ha fatto in tempo a vedere la fine dell’anno. Giovanni Antonio Mellone se n’è andato pochi giorni prima. Grande artista e gentiluomo, Mellone aveva lavborato al “Giorno”, dove spesso apparivano i suoi disegni, le sue mappe, i suoi ritratti icastici in occasione di avvenimenti clamorosi anche a livello internazionale. Dipingeva, anche. Era un grande talento. E amava la disciplina, l’ordine, il rispetto. Era di Maglie, nel Leccese, il paese di Aldo Moro, ma non aveva alcuna cadenza che lasciasse intercettare la sua provenienza. A differenza di tanti pugliesi che imparano subito il dialetto meneghino per distinguersi, lui era genuino e fedele alle sue origini. Senza dirlo. Era discreto, schietto, riservato. Si appartava nella sua stanza chino sull’opera che stava eseguendo e ne usciva per andare in archivio o in un’altra redazione o per incontrare un collega nel lungo corridoio.
Ogni tanto andavo a salutarlo. Lui si alzava appena mi vedeva e scambiavamo due parole per il piacere di stare un momento insieme, se la cronaca non incombeva.
Quante volte è venuto con me quando truppe di malacarne avevano assaltato una banca e il direttore anziché le foto sceglieva il disegno di Mellone, che ricreava l’ambiente e la dinamica dell’evento, raccontato dalle vittime traumatizzate. Descriveva il fatto, mettendoci tutta la sua abilità e il lettore vi si immedesimava, lo viveva. Non impiegava molto tempo per realizzare la sua opera. Qualche volta si divertiva a cogliere il profilo di un collega, caricaturandolo simpaticamente, in modo così divertente ed efficace, che quei tratti finivano subito in una cornice. E lì adesso contemplo il mio, appeso a una parete dello studio, mentre piango la morte di questo collega retto, severo con chi deragliava, basso, dai modi cortesi, dalla parola calibrata, dal sorriso genuino, amabile, un rigore morale.
Uomo esemplare dunque, sempre pronto ad esaudire un desiderio dell’altro. Si era trasferito a Parma, la città del Teatro Regio, del Palazzo della Pilotta, dell’Abazia di Valserena, del quotidiano che fu diretto da Baldassarre Molossi e poi dal figlio Giuliano. La città di Maria Luigia.
Mellone aveva fatto tante mostre di pittura anche in Toscana. Un giorno andai all’Associazione regionale pugliesi, in via Pietro Calvi, e notai subito una decina di quadri.“Ma quelli sono di Mellone”, dissi rivolto a Pino Selvaggi, addetto alle attività culturali. Erano proprio suoi: alcuni di quelli di una sua mostra allestita la sera dell’inaugurazione della sede, alla quale aveva partecipato anche Fitto, allora presidente della Regione Puglia.

Lavorare al quotidiano dell’Eni allora era entusiasmante. La cronaca aveva professionisti pronti a scattare, lontani dalle invidie e dalle rivalità, dai colpi bassi per accaparrarsi la firma in un “pezzo” a tutta pagina. Colleghi seri, preparati, consapevoli del loro compito delicato e disponibili a dare una mano agli altri.
Antonio Giovanni Mellone era premuroso. A volte firmava i suoi disegni conla sigla A.G.M. Piero Lotito, che è anche uno scrittore di notevole rilievo, lo ricorda come una persona di cuore, che dell’amicizia aveva un concetto sacro. Anche Lotito ama il movimento della matita, bravissimo nello schizzare profili e panorami, a volte trasfigurando il soggetto. ”A lui mi legava anche la passione per il disegno. Ci vedevamo anche fuori”. E ricorda una mostra fotografica collettiva alla quale Antonio aveva partecipato con un’opera contro la violenza alle donne. Era un uomo sensibile, oltre che acuto, diceva Piero, recensendo la mostra del 2022 allo Spazio Labò in viale Zara, che “rappresenta l’universo femminile parlando di… uomini. Uomini speciali però che si dedicano al benessere delle donne anche comprimendo la loro vita privata. Uomini positivi, insomma, che attraversano l’esistenza in armonia e amicizia con l’altro sesso.… Ed ecco il pittore. Si tratta di Antonio Mellone, vecchia conoscenza dei lettori del ‘Giorno’, narratore egli stesso con la sua matita e i suoi pennelli delle più movimentate stagioni di cronaca milanese e nazionale. Per dirla all’inglese, Mellone è stato ‘art director’ del nostro quotidiano negli anni 80-90, quando coglieva la realtà dei fatti e intanto in una vita parallela dipingeva, faceva mostre e vinceva premi. Sempre come abbiamo detto interpretando l’infinito mondo femminile”.
Aveva appena otto anni quando fu portato al Teatro Sistina di Roma – continua Lotito – per assistere alla “Madama Butterflay”. E sul finale gridò “Non morire”, scambiando per verità la finzione scenica della morte del soprano. Già allora, ancora bambino, partecipava al dolore per le donne, oggi sacrificate a un maschilismo atroce. Una bellissima testimonianza, questa di Piero, al quale Antonio disse: “Le donne dei miei quadri non sorridono mai”. Come potevano sorridere, visto che ogni giorno giornali e tivù espongono storie di donne assassinate con una brutalità bestiale per una concezione assurda e criminale della donna come oggetto in loro possesso.
Antonio Giovanni Mellone se n’è andato, lasciando un vuoto in tutti quelli che lo hanno stimato. Filippo Abbiati, inviato e critico d’arte del “Giorno”, durante una mostra del 1992 al Museo di Milano, in via Sant’Andrea, scrisse un lungo articolo su Antonio Giovanni Mellone. “… passa lunghi periodi ogni anno nella luce estiva del Sud, della Francia tra Provenza Costa Azzurra. E qui gli incontri e gli scambi con i maestri di un passato assai prossimo sono fondamentali. Da Matisse all’amatissimo Picasso, da Legèr a Chagall, dentro la luce pulsante dell’estate marina. Mellone ha trovato la sua pittura più autentica, la sua luce interna… La sua pittura si oppone con forza ad ogni casualità e, cosa straordinaria, un artista così giovane appare sempre sorvegliatissimo… Nella sua solitudine ha affrontato il paesaggio dal disegno alla tecnica del pittura a olio, che adesso è quella che pratica prevalentemente. In ogni momento libero ha girato l’Europa studiando i grandi maestri di un tempo…”.
Non riesco a credere alla notizia della sua morte. Anche se non lo vedevo da tempo, rincorrendo tanti ricordi mi sono profondamente commosso. Mi è venuta in mente la volta che venne con me all’agenzia bancaria obiettivo negli anni 60 di una banda di rapinatori scatenati, i quali fuggendo seminarono terrore e vittime nelle vie di Milano. Notai l’emozione negli occhi di Antonio mentre gli impiegati evocavano le ore da mezzogiorno di fuoco. Rientrati al giornale, entrambi toccati dalla ricostruzione lucida, dettagliata, toccante, Antonio si sedette al suo tavolo traducendo l’atmosfera assorbita in colpi di matita. Era un artista eccellente. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Un uomo adorabile. Era calmo, sereno, innamorato della Puglia. E di Puglia abbiamo parlato a volte, soprattutto delle personalità che ha dato in ogni campo: dal professor Miraglia che fece dell’ospedale Castelvetro un esempio; Guglielmo Miani: Benito Di Lauro; Filippo Alto, Peppino Strippoli: Domenico Cantatore:, Romeo Quatraro, personaggio coltissimo e affabile, franco e sincero, che, figlio di un bracciante agricolo, ricoprì, nel capoluogo lombardo, il ruolo di presidente del tribunale civile; Livia Pomodoro; Dino Abbascià, Domenico Porzio e tanti altri… che ciascuno a uo modo ha fatto onore alla nostra regione, tra l’altro collaborando nel fare grande Milano.
E parlava di Puglia senza retorica; non ti batteva la mano sulla spalla dicendo “Fammi toccare la mia terra”, come pure qualcuno faceva. Antonio era lontanissimo dall’enfasi, dall’ampollosità. Ne provava fastidio. Parlava di Puglia accennando ai problemi di oggi e di ieri, dei passi in avanti che la Puglia compie con i suoi formiconi, ad usare il titolo di un libro di Tommaso Fiore, grande meridionalista e docente universitario a Bari.
Che devo dire ancora? Oggi per me è una giornata di dolore. La morte di Antonio Giovanni Mellone è stata un pugno al cuore, una frecciata. Anche se per me la morte non è la fine, ma un passaggio. Chi se ne va rimane vivo nei cuori di chi resta. E Giovanni Mellone non merita di essere dimenticato. E’ stato una tessera del mosaico di via Fava e di piazza Cavour, un brano di storia del “Giorno”, che ai tuoi tempi, ai nostri tempi, navigava alla grande, era seguito da migliaia di persone ed eravamo orgogliosi di far parte di una squadra affiatata e galvanizzata.






