Di Franco Presicci:
Usciva da casa alle 8 del mattino, cavalcava l’amata bicicletta, diretto al Parco Nord, a un tiro di fionda da piazza Belloveso, dove abitava. Il Parco è spazioso: tre polmoni di verde messi insieme. Giuliano Folcia, ottantenne, andava alla ricerca degli alberi morti che di solito, anche per ragioni estetiche, vanno sradicati. Lui, scalpello e martello in mano, li trasformava in sculture. Lo conoscevano tutti. Non soltanto in quell’oasi. Una siepe umana gli si stringeva intorno, mentre lui sagomava una testa di alpino, con una bella penna sul cappello… Realizzava anche animali: il coniglio; il gallo, impettito e con una cresta rossa come emblema della sua potenza nel pollaio; lo scoiattolo, che oggi si arrampica persino sui balconi dei condomini, facendo strage di rose, garofani e gelsomini.
Ha popolato il Parco, Folcia, con le sue opere. Tra l’erba, ben pettinata, un coccodrillo con le zanne paurose, un cane… La sua era una mano felice, da vero artista. Si divertiva a impreziosire la natura, già bella di suo. Creava anche a casa: il calzolaio con il dischetto, figura di lavoratore scomparsa da tempo; un Crocifisso; un discobolo nell’atto di lanciare l’oggetto… Coglieva i suoi personaggi nei atteggiamenti, nelle espressioni. Lo chiamavano il nonno che intaglia i tronchi o i ceppi degli alberi trascorsi. “I miei primi colpi di scalpello li detti per fare un paio di scarponi da alpino, in ricordo dei tempi in cui a Bolzano ero aggregato a quel corpo. E decisi di continuare l’attività in vari luoghi, soprattutto al Parco Nord.Uomo massiccio, gentile, disponibile. Aveva fatto l’imbianchino, il verniciatore; rivestito di carta da parati le pareti delle case. Verso i 40 anni aveva acquistato pennelli e tavolozza e si era impegnato nell’arte della pittura: paesaggi, nature morte, volti. Da pensionato, incoraggiato da un amico, era passato alla sgorbia. Non si vantava dei suoi lavori, per la sua semplicità, refrattario alla pubblicità.
Andai a trovarlo a casa e notai subito il suo laboratorio in una stanzetta. Le sue confidenze erano brevi: le troncava dopo un paio di parole o una frase intera, supportato dalla moglie. Grazie a lei entrai nel cuore di quest’uomo affabile, capace di ridare altra vita ai trochi. Con meno modestia si sarebbe fatto spazio sui giornali, ma la popolarità l’ha avuta ugualmente. La moglie mi mostrò, fra l’altro, una fontanella, la cosiddetta vedovella, a Milano. La sua prima opera, un san Francesco che tira Gesù giù dalla Croce, suscitava tanta suggestione.
Al Parco Nord, prima di manovrare gli attrezzi, si sedeva sempre sulla stessa panchina, all’ingresso da Cinisello Balsamo, la sua culla. Gli baluginava un’idea e i suoi monconi a poco a poco assumevano le forme di una tigre che bruisce o di una volpe che guaisce… Da un fico, albero antichissimo citato anche nella Bibbia, tirava fuori una bellezza. Per lui l’ulivo, che non fa solo da scenario alla Passione del Cristo, è sacro. Callimaco lo riteneva sempre in lotta con l’alloro. Folcia avrebbe intaccato con trepidazione anche il frassino, nato prima di Giove.Aveva un grande rispetto per queste creature sparse nelle foreste e nei giardini bene arredati, dove si trasfigura il faggio, di cui si serve, con altri ceppi, Angelo Solito, dandogli la forma di “troccola”, la voce più alta e significativa dei riti pasquali di Taranto. Folcia li conosceva bene, gli alberi che “ricostruiva” con arte. E rimaneva spesso ad osservarli, ripercorrendo un po’ la storia che ognuno di loro si portava appresso. C’è chi parla, con queste bellezze e da un movimento dei rami, delle foglie crede di ricevere la risposta. Ho visto uno parlare con un fico, addebitandogli l’errore dell’innesto di un profico. E’ difficile ammettere le proprie colpe.
Sugli alberi sono nate anche tante leggende. “Signor Folcia – gli domandai mentre allineava su un tavolo alcuni suoi manufatti – che cosa sente mentre dà altra forma all’albero defunto?”. “Un’emozione forte, difficile da descrivere. Penso che incidendolo gli dia una nuova dignità. Esagero, è presunzione? Mi addolora vederlo in quelle brutte condizioni. Non sono solo io a fare queste operazioni. In Svizzera per esempio le fanno in tanti. Un giardino è bello quando senti il profumo, il respiro di questi organismi. Usare la motosega per seppellire un albero non mi piace. Indescrivibile la mia gioia quando sono seduto su quella panchina, a conversare anche con i bambini, oltre che con gli adulti che aspettano che io entri in azione. Guardo i giovani pedalare sul viale e mi predispongo a questo mio impegno”.
Non accennava ai riconoscimenti ricevuti per questo suo impegno quotidiano. Intervenne la signora per dire dello “Zodiaco d’oro”, che lo aveva riconosciuto come “Scultore del Parco Nord”; e di Villa Litta che nel 2003 gli aveva assegnato un altro premio per le sue meraviglie al Parco Nord. Quando si apprestò a modellare un tiglio, che per tanti è il simbolo dell’amicizia, della dedizione e della devozione, aveva attorno una siepe umana. Un ragazzino, sorretto dal papà, gli chiese di vendergli un pezzo, ma lui si sottrasse, perché non gradiva prendere denaro da quelle cose. “Ma io vorrei avere un ricordo del nonno del Parco Nord” – esclamò il ragazzino – E lui il giorno successivo gli portò una tartaruga di cirmolo. “Mi invitano ad esporre alle feste rionali, per esempio a quella di viale Suzzani, ”. Lo chiamò anche il comandante della caserma di Niguarda, che oggi è vuota e destinata forse a nuove costruzioni, invitandolo a realizzare un bersagliere. Lo aveva visto all’opera e apprezzato al Parco Nord. Al Girola, dove trovano accoglienza gli anziani, gli hanno chiesto un busto di don Gnocchi, sacerdote, educatore e cappellano degli Alpini proclamato beato nel 2009.“Passo il mio tempo in modo gioioso. Il medico mi disse che mi facevano più bene i suoi lavori che le medicine che mi dava lui”. La moglie, Marilena, lo incoraggiava, ispirandolo. “Un’altra moglie non avrebbe accettato che una stanza venisse adibita a laboratorio. E’ una donna stupenda”, ospitale, con sorriso dolce, dinamica, fiera dell’attività del marito.
Folcia aveva altri “hobby: la pesca, il ballo e sulle piste dell’Arizona” e del “Branca” era virtuoso delle movenze del liscio classico. “Adesso, quando andiamo in campagna a Sormano, vicino a Canzo, dove ho fatto tante mostre, balliamo alle feste del paese”, A Rezzago, nella stessa zona, ha partecipato all’esposizione “Cortili in festa”. Sono attraenti i cortili di Lombardia, molti sono isole di verde, favoloso, con architetture vegetali tra semiarchi, fontane che zampillano, statue… Concludendo la conversazione gli chiesi: “Com’era una volta Milano?”. “Tranquilla, si poteva lasciare la porta di casa aperta, senza rischio d’incorrere nei predatori, come ai giorni nostri”. La sua casa è a due passi da una chiesa e il suono delle campane gli dà allegria. “E’ un richiamo, un invito alla preghiera, ad un incontro tra i fedeli. E’ dolce, quel suono, melodia, riscalda il cuore, ti avvicina al Signore”. Lei è nato a Cinisello ed è poi venuto a Milano?”. “Ho abitato in via Anfiteatro, la vecchia contrada dei Guast” – nei pressi dell’Arena – che all’epoca era piena di osterie, carbonai, straccivendoli. Il nome scaturisce dai disastri causati dagli scontri provocati una volta per il possesso del Castello. Accanto alla mia porta c’era una trattoria che faceva anche il castagnaccio, che mi piaceva . Andavo all’Arena, dove giocava anche l’Ambrosiana”.
Giuliano Folcia lo incontrai tempo dopo. Era avvilito. Di notte sconosciuti senza cuore entravano nel Parco e deturpavano i suoi gioielli o li sradicavano portandoseli via. Uno schiaffo a Milano, ai cittadini che ammiravano quell’Alpino così bello a vedersi e altre sculture. Seguaci di Diabolik, abili e perversi? Ormai infestano le città. La chiesa di piazzale Belloveso, così riposante, con i bambini che corrono dietro ai colombi e tentano di prenderli, spaventando i passerotti che planano dagli alberi e passeggiano sul viale, era per lui la casa di tutti. Caro Folcia, uomo mite, che popolava il Parco Nord, polmone di Niguarda, di opere d’arte, rimarrà nella memoria collettiva. Anche di quelli che ci vanno per giocare a bocce.








