Di Franco Presicci:
Tanti americani, figli e nipoti di italiani emigrati avvertono il desiderio di venire nel nostro Paese per visitare la casa del cuore, la campagna, il trullo, la via, il paesaggio… Io ricevetti quattro parenti deliziosi, che dopo avermi scritto arrivarono, rimanendo purtroppo per poco tempo miei ospiti graditi. Prima vennero due giovani universitari fidanzati; poi Mary Elena Smith e Tommy, coniugi cinquantenni affabili e premurosi, con cui parlavamo con i vocabolari in mano, lui quello italiano, io quello inglese, ma la comunicazione era comunque difficile e così ci aiutammo con quella gestuale. Venivano da Haddolfield, New Jersey.

Lo accontentai per dovere e piacere. Una mattina ci mettemmo in auto e partimmo. Un’oretta di tempo per raggiungere la meta, un contesto di case piene di calore e gente che conversava sulla strada, fuori del bar e di altri negozi, serena e sorridente. Cominciammo col chiedere notizie dell’abitazione della nonna di Mary emigrata negli Stati Unirti ai primi del ‘900, ma quella casa, in via Pisacane, era disabitata da anni.
Delusi, cominciammo a chiedere di Gennaro Lonigro; ma la mietitura sembrava lontana. Qualcuno non lo conosceva, almeno così dichiarava; qualche altro non sapeva dove abitasse. Finalmente un uomo avanti negli anni, bassino, pelato, occhi di antracite, camicia bianca con maniche rimboccate, captò la mia voce, tagliò un gruppo di persone che parlavano di calcio e pronunciò la frase tanto attesa: “Lonigro? Lavora alla scuola per ragionieri in fondo alla strada e poi a destra”. Diventammo maratoneti alla Stramilano prossimi al traguardo. Superammo un crocchio di ragazzi esultanti dopo mezza giornata passata tra i banchi e sfoderammo la domanda: “Dove possiano trovare Lonigro?”. Una professoressa, esile e graziosa come una modella ci passò oltre come un fulmine; un’altra s’imbattè in un’amica e scomparve. A furia di chiedere di Lonigro con toni sempre più alti, una voce dal ballatoio del primo piano s’impose: “Chi vuole Lonigro?”. “Seì tu Gennaro?”. Provai un brivido, quando ammise. “Scendi, per favore, c’è una sorpresa per te”.

Al caffè Gennaro ci volle portare in campagna, e durante il percorso io sbirciavo i dintorni. Straordinari, tutto da godere, Sfiorammo un vigneto che gruppi di contadini stavano sgravando e urlai un saluto. Mary aveva gli occhi umidi. Ci accolsero i partenti e gli amici impegnati nella raccolta dei grappoli e poi, al momento del saluto, altre lacrime innaffiarono la promessa di rivedersi. Mi sentivo soddisfatto, anche perché avevo conosciuto la famiglia Lonigro, fatta di persone buone, affiatate, impegnate nel lavoro, legate alla famiglia e ai parenti che vivono lontano, addirittura in America, il paese un tempo sognato dai nostri emigranti che lasciavano la terra a bordo dei bastimenti, in cerca di una vita migliore. Erano i tempi in cui si dissanguavano le terre, in cui le mogli sostituivano i mariti nel duro lavoro, nella speranza di poterli raggiungere al più presto. Tempi amari. Di questo parlammo nel ritorno a Martina Franca con Mary e Tommy, che nella città dei trulli si trovavano bene, incantati da questi coni di gelato. Vollero vedere la casa in cui aveva abitato zio Martino Calianno, il fratello prete di zio Raffaele, che era partito per gli Stati Uniti anche lui moltissimi anni prima. Picchiai il battente, ma non rispose nessuno. Lo stabile con affaccio sulla Valle d’Itria era stato venduto e non conoscevo i nuovi proprietari. Tommy ci rimase male. Sul suo volto baluginò l’espressione di chi non aveva potuto vedere un sacrario.

Mary e Tmmy ammirarono le viti di Martina e mi chiesero il motivo della loro statura così bassa. “Un grande poeta tarantino, Raffaele Carrieri, ha scritto l’elogio di queste viti nane, che danno ottimo vino. Ma non so rispondere alla vostra domanda”. Tommy e Mary ascoltavano ogni mia parola che un mio vicino traduceva.
La coppia era di una delicatezza unica, si muoveva a passi lenti, per paura di disturbare, parlava sottovoce, ad ogni richiesta chiedeva scusa e intanto avevano appreso qualche parola della nostra lingua: grazie, ciao, domani, bel giorno… “Invito al ristorante lunedì con il cugino Enzo e la moglie Maria”.
Il giorno seguente capii che desideravano andare a Taranto, dove vivevano zia Nina, figlia di Graziella (già morta), sorella del prete; il marito zio Dionigi e i loro figli Enzo, Enio e Ettore, e naturalmente mio padre Giovanni e mia madre Angela (io vivevo a Milano e rimpatriavo per le vacanze). Facemmo un salto in via Nettuno, alle Tre Carrare, mostrai il piccolo palazzo quasi centenario costruito da mio nonno Ciccio, muratore; e da lì al lungomare, al ponte girevole, al Castello Aragonese, a Mare Piccolo, dove dondolavano le barche e i pescatori facevano su e giù dalle paranze e si avvertiva il grido dei “cozzari”: “Accattàteve ‘ste cozze, l’òre de Tàrde so’”. Spiegai che era il nostro dialetto e che il Mar Piccolo ci dava le cozze più carnose, più saporite che si potessero gustare. Del resto le avevano già provate da noi, alla marinara.
Qualche anno dopo vennero a Milano e io li ospitai nuovamente con un piacere immenso. Li portai in giro a vedere il Castello Sforzesco, il Duomo, i Navigli; e alla fine mi dissero che loro non volevano visitare la città, ma stare con me, con la mia famiglia; volevano conversare, sapere com’era il prete, il fratello del loro antenato, com’era la casa che aveva abitato, se andava a stare nei trulli, il carattere, il modo di vivere, di stare con gli altri. Avidi di risposte. Assecondai il loro desiderio, approfondendo. Parlai di mio nonno Ciccio, cognato di don Martino, dell’uva da tavola proibita (lo zio non voleva che noi ragazzi la toccassimo, quando non era ancora matura); dei fichi che a tavola non dovevano mai mancare e dava a Enzo un paniere da riempire di quelle palle di Natale (la nonna li stendeva su un canniccio e li faceva seccare al sole). Aggiunsi che zio Martino era severo, non ammetteva strappi alle regole e che essendo canonico penitenziere confessava altre tonache.
Feci insomma un po’ la biografia di zio Martino, molto amato dai fedeli, che la domenica gli portavano spesso un piatto di pasta al sugo con la carne; gli chiedevano consigli; lo riverivano, considerandolo un mito. Tommy avrebbe potuto scrivere un libro con i miei racconti.
Ci siamo scritti un paio di volte con la collaborazione di mio figlio, Gianluca, e oggi continuano a “messaggiarsi” tra loro. Gianluca li apprezza molto e vuole loro bene e mi riferisce come stanno, che cosa fanno, come passano le giornate. Sono persone di grandi virtù. E chiedono notizie di me, se sono ancora giocoso, se ho avuto la visita di altri parenti americani. Si mandano “mail” anche con i Lonigro, legati come sono da stima e affetto. Ogni tanto mi vengono in mente quelle due parole “E’ qui, con la “i” prolungata”: avevo imitato inconsapevolmente la grande Raffaella Carrà, la “star” che le ripeteva in una trasmissione televisiva, annunciando persone che non si vedevano da tempo.
Quella esclamazione partì dalla gioia di aver trovato queste due persone meravigliose.









