Di Franco Presicci:
“Da Maruggio venni”, scrisse in una sua poesia il pittore Emilio Marsella. E a Maruggio dedicò gran parte dei suoi quadri. Le sue donne di Maruggio sbirciavano dalle pareti delle gallerie, in quelle del suo studio e in quelle nel ristorante di Aimo e Nadia, oltre che al Centro Diagnostico, dove lavorava. Donne alte, forti, robuste, spesso circondate da bambini e con la brocca in mano. Donne capaci di affrontare la fatica della campagna, sostituendo i mariti risucchiati dall’emigrazione. E qua e là le casupole a volte sbilenche a dimostrare la famiglia spezzata. Marsella non dimenticava mai il suo paese, la sua infanzia, la sua adolescenza, la sua giovinezza, con il papà denominato “Musuline” per il carattere duro. Eppure fu proprio questo padre a scoprire la passione del figlio per la pittura, un giorno in cui lo sorprese accosciato, mentre con un ramoscello faceva un disegno sul terreno. “Se è quello che vuoi fare io ti do volentieri una mano”.
Emilio continuò la scuola, andò al liceo classico di Martina, frequentò un corso per radiotecnico, poi prese il treno per Milano, dove nel tempo libero impugnava pennelli e tavolozza. Aprì lo studio e siccome da giovane aveva fatto il garzone di un falegname e un po’ di mestiere lo conosceva, costruì un soppalco e le scale per renderlo più grande. Lavorava e studiava. Il capoluogo lombardo offriva molte possibilità e lui conobbe Albe Steiner e frequentò i suoi corsi di grafica. “Mi saranno utili nella mia futura scelta nella sintesi formale e della rigorosa selezione dei contenuti…”. E da appassionato della ricerca passò dalla natura all’uomo, quindi all’universo femminile.
Fece mostre importanti, al Museo di Milano, a Seregno da Malagnino, dove la presentazione in catalogo e a voce venne fatta da Ugo Ronfani, uomo dalla cultura senza confini, già corrispondente da Parigi del quotidiano “Il Giorno” e poi vicedirettore dello stesso giornale, autore di varie opere anche sul teatro francese e su monsignor Lefebvre.
Marsella pubblicò anche un libro di poesie con la presentazione di quattro pagine di Guido Gerosa, grande giornalista e scrittore (noto e introvabile il suo volume su Kappler). Fece anche un’esposizione al Castello dei Cavalieri di Malta del suo paese e qualcuno, parlando di lui disse che era una sorta di Ulisse e le sue donne delle prefiche romane. Marsella non era Ulisse, perché a Maruggio tornava più volte l’anno, e le sue donne non avevano niente a che vedere con quelle che versavano lacrime a pagamento ai tempi dei Cesari. Le donne di Marsella sono dignitose e forti come i tronchi della quercia. Non piangono per delega, non si abbattono, non si disperano: l’emigrazione ha dissanguato la terra e loro hanno preso il posto di chi è partito versando sudore sui solchi fatti con la zappa. Marsella lo conosceva bene, quel mondo, e dedicò un periodo dei suoi cicli artistici ai vinti. Ed ecco le donne inginocchiate in preghiera per la Madonna dell’Altomare e quella inchinata davanti a una chiesa instabile, e vecchietti con zappe e brocche; e sempre un tempietto di campagna o case, sentieri, processioni…
In queste tele l’artista rievoca un’epoca e io, adesso che non c’è più da tempo, lo rivedo davanti al cavalletto in quello studio fatto quasi da lui, con tanti quadri anche di grande dimensioni addossati al muro, mentre dal cortile vengono voci di bambini, diversi da quelli che lui dipingeva: bambini che si sentivano sicuri per il calore che dava loro la mamma.


A Milano fece molte esperienze prima di incontrare Albe Steiner e seguire i suoi corsi di grafica al Castello. Era sempre presente ai convegni, alle presentazioni di libri, alle serate teatrali dell’Associazione regionale pugliesi e spesso prendeva la parola per dire la sua. Realizzò il ciclo degli alberi, il ciclo delle casodde, quindi il ciclo dei vinti. Era stimato, seguito; i suoi quadri sono in collezioni private anche all’estero. In uno dei suoi viaggi in Cina Aimò portò qualche suo quadro.
La monografia dell’artista venne pubblicata nel ‘75, per la mostra al Museo dii Milano, del giugno del ‘79. Allora i milanesi vedevano i suoi manifesti sui muri di via Manzoni e di altre vie del centro. Nella sua casa di via Mar Nero ospitava spesso gli amici più cari: nella sua villa di Maruggio, con affaccio sulle dune e sul mare cristallino, pure. Lì ricevette la visita di Achille Serra, capo della Squadra Mobile di Milano. Durante la sua mostra nella biblioteca dii Crispiano invitò Michele Annese, la moglie e tutti i dipendenti. Era amico del questore Vito Plantone, del professor Francesco Lenoci. Quando non dipingeva leggeva. L’ultima volta che lo sentii al telefono mi parlò di Italo Svevo. Scruto fra le sue poesie: “Amo tutto della mia terra: la gente stanca, la cicala che canta sul fico ferito, le pietre candide e bruciate, la gente che la sera si raccoglieva davanti alle case come in una festa…”.

Nonostante gli anni trascorsi a Milano era rimasto maruggese. Ricordava sempre i suoi anni verdi: …”In casa mia si susseguivano i lutti. Soprattutto le donne morivano di polmonite. Uscivano d’inverno dalle casodde per prendere la legna da ardere e si ammalavano”. Viveva di ricordi, poi travasati in un libro. Poco prima di andarsene disse alla moglie Franca di voler essere sepolto nella sua Maruggio. E lì la sua salma fu accolta tra applausi e lacrime.






