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Giacinto Peluso, insegnante e scrittore di cose tarantine Ricordi

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Di Franco Presicci:

Ricordo limpidamente la mattina in cui sul pullman per Solito una una specie di melone emerse dalla folla urlando il mio nome. Rimasi sorpreso e anche un po’ imbarazzato. Feci fatica a fendere la folla per arrivare a quella postazione, dove un signore mi sorrideva confidenzialmente. Quando gli fui vicino mi chiese subito notizie della mia salute e del mio lavoro. Senza riuscire, nonostante mi sforzassi, a intercettare l’identità, rispondevo. Ma quando mi disse che mi leggeva aggiungendo la domanda se io leggessi lui, sul “Corriere del Giorno” capii che era Giacinto Peluso (foto home page: a sinistra, con Franco Presicci nel 1953, ndr.) docente di lingue straniere nei licei e scrittore rispettabile di cose tarantine.

Che gioia dopo tanti anni. L’ultima volta lo avevo incontrato nella libreria Filippi, in piazza Maria Immacolata, dove ero andato per acquistare un testo della Bur. Scendemmo entrabi alla fermata di fronte alle dieci palazzine, io per andare a pranzo da un amico, lui a casa sua. Salutandolo, gli chiesi se per caso avesse scritto sul gioco del lotto a Taranto, perché sul “Giorno” mi stavo occupando di “bonaficiàte” dal punto di vista demologico; e lui, pronto: ”Veni con me, ti accontento immediatamente” E mi portò nella sua abitazione, mostrandomi un libro in cui c’era quello che cercavo. Lo aveva pubblicato negli anni Trenta e stava per uscire una nuova edizione da Mandese. “Qui c’è quello che ti serve. Ho solo questa copia, ti manderò quella ‘in fieri’.

a16e4133 a6be 4f82 b33a 77794cf3443cDopo qualche mese mi chiamò Nicola (a destra nella foto con Giacinto Peluso, ndr.) titolare della Casa del Libro, per dirmi che Giacinto non c’era più. Il libro mi arrivò con una sua lettera e un “ex libris” eseguito dal fotografo pittore Salinari per festeggiare i miei 18 anni e ne avevo regalato uno a Giacinto come segno di amicizia. Su un foglietto era scritto. “A me non serve più, l’ho conservato per sessant’anni e più”. Per me fu una perdita grande; e lo fu anche per la città.

Quanto aveva scritto su Taranto, Giacinto! Personaggi di una volta, luoghi, storia, leggende, riti. Era nato nel borgo antico e lo aveva raccontato nei minimi particolari, senza trascurare il borgo nuovo e tutto ciò che lo riguardava. Tanti hanno sicuramente “Taranto da un borgo all’altro”, pagine di questo scrittore prolifico e appassionato della Bimare. Se si apre il dizionario della parlata tarantina di Gigante si incontra spesso il suo nome impegnato a spiegare l’etimologia di un vocabolo e la sua storia.

Mi dicono che da docente era severissimo, la sua sola entrata nell’aula imponeva il silenzio. Ma in verità era un uomo buono e generoso. Piero Mandrillo, con il quale mi vedevo spesso da Giuseppe Barbalucca, medico e pubblicista, o al “Corriere del Giorno”, mi riferì che Giacinto mi voleva bene e mi stimava molto. Ne fui orgoglioso. Mi sentii importante. Un giorno lo intercettai in piazza della Vittoria, a due passi da un fotografo che puntava l’obiettivo sul monumento ai Caduti di Francesco Paolo Como. “Ci faresti una foto?”. “Certo. Poi dove la mando” e gli dette il suo indirizzo.

Taranto via D'Aquino anni TrentaHo letto e riletto i volumi di Giacinto Peluso, che ho sempre chiamato professore e non solo per rispetto ai molti anni che aveva più di me. Era una miniera per il dialetto. Molti lo interpellavano e ricevevano risposte immediate e precise. Quando gli chiesi notizie del gioco del lotto mi consegnò il libro informandomi sufficientemente sulla località in cui veniva esercitato, sui ragazzi che il sabato diffondevano in tutta la città i numeri usciti, impressi su foglietti di carta di diverso colore, sui cosiddetti assistiti, che suggerivano i numeri…vincenti in cambio di un caffè… Correndo i “corrieri” cantilenavano gli ambi, i terni, le quaterne che avrebbero fatto la fortuna di qualche giocatore fortunato. Non avevo mai sentito parlare di questi “assistiti” o “polacchi” (Luciano De Crescenzo ne parla spiritosamente in “Così parlò Bellavista”) e Giacinto Peluso mi spiegò prima a memoria che erano personaggi che si aggiravano nei pressi delle ricevitorie adescando gli ingenui (siamo ai primi del ‘900).

Stare con Giacinto Peluso era per me sempre un arricchimento. Una volta gli chiedevo maggiori notizie su don Catàvete e donna Pernìce, personaggi lontanissimi nel tempo, o sulla parola “scivolare”, che indica lo slittamento verso un’alcova diversa da quella ufficiale (Giovanni Acquaviva, che si occupava anche di dialetto, così suggestivo, così ricco di onomatopee e di armonie la cita con esempi divertenti ii “Passeggiando per Taranto”). Proprio in questi giorni ho ritrovato fra le mie migliaia di carte uno scritto di Peluso su “‘u catapuènzele” ,che “secondo gli uomini che lavorano a mare è simile a un’ostrica con una valva liscia” (della famiglia dei lamillibranchi dalle costole spinose vivente sul lato destro…) il nome italiano è ‘Spondillo’”. E’ nascosta sul fondo del mare fra le alghe. Peluso dà il nome scientifico e discute sul modo di scriverlo, passando per De Vincentiis e il Rholf. Non avevo mai sentito parlare di questo mollusco e neppure della parola “chiudde”, se non da lui e da Piero Mandrillo.

a28a7306 4e5d 4c34 905c 269ef10538d1Uno scrittore molto apprezzato, Peluso, con interessi nella storia, enelle tradizioni e nella cultura tarantina. Ha scritto anche sui presepi di una volta, affermando che alla creazione di questa scenografia sacra partecipava tutta la famiglia. “Si cominciava a parlarne all’inizio dell’autunno. Si davano da fare i ragazzi che per acquistare il necessario mettevano da parte la “paghetta”. E davano una mano a sciogliere l’argilla in acqua, immergendovi la carta con cui si facevano le montagne, dopo aver montato lo scheletro. Ho letto e poi spesso consultato la sua “Storia di Taranto” – edita da Scorpione – ammirando il suo stile semplice, privo di enfasi, scorrevole, alla portata di tutti. Era così anche quando parlava. Anche lui tornava nella città vecchia per discutere con la gente di mare, che aveva tante cose da dire non soltanto sul lavoro, pesante. Senza saperlo e volerlo davano lezioni di dialetto semplicemente parlando. Lo fecero Alfredo Nunziato Maiorano e Alfredo Lucifero Petrosillo, Diego Marturano e Diego Fedele, fra l’altro innamorati della città vecchia, di Mare Piccolo, che bacia la riva e torna indietro: e ogni domenica lo fanno Antonio De Florio e Nicola Cardellicchio, diretti al… “sancta sanctorum” di Nicola Giudetti, altra miniera di vernacolo tarantino.

Peluso ha messo l’accento anche sui cambiamenti del centro storico. Chi si ricorda di lui, non trascura i suo modi garbati. I suoi studenti gli volevano bene e anche i suoi colleghi. Era comprensivo e umano. Quando andavo a far vista a Nicola Mandese nei miei ritorni a Taranto chiedevo sempre notizie di lui e le ultime volte Nicola mi diceva che non lo vedeva da un po’ di tempo. E pensavamo che stesse scrivendo un altro libro, infaticabile com’era anche nelle ricerche, anche se di solito lo aiutava la memoria inossidabile. Ricordo le sue pagine sul lume a petrolio, che lui descrive minutamente.

Non so se lo abbiano celebrato come meritava, per esempio con una strada dedicata a lui o con un targa sulla facciata dello stabile in cui era nato. La mattina dell’incontro sul pulmann (il numero 2) mi domandò anche se a Milano qualche volta pensassi alla mia città. Spesso, professore, spesso; e chi è rimasto qui non può immaginare la sofferenza che si prova per non poter usare il dialetto. Un giorno abbracciai il collega Piergiorgio Acquaviva perchè distratto non lo avevo salutato incrociandolo in corridoio. Mi disse che se avessi ripetuto il gesto mi avrebbe dato “’nu furbòne”. Quella parola mi risvegliò tanti ricordi e tesi le braccia verso il collega quasi supplicandolo: “Per favore dimmela ancora”. Giacinto Peluso sorrise. E sorrisi anch’io lasciandolo. Una figura esemplare. Leggevo sempre i suoi scritti sul “Corriere del Giorno”. Nino Bixio Lomartire, quando era presidente della società editrice del giornale, mi mandava il “mio” quotidiano e io gli sono ancora grato: mi piaceva seguire i fatti della mia città, compresi i processi in tribunale o in corte d’assise, raccontati da Roberto Raschillà. Anche questa purtroppo è acqua passata.



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