Di Francesco Cava*:
Fino a circa mezzo miliardo di anni fa la vita sulla terra procedeva in modo lento ed era rappresentata da organismi unicellulari e animali invertebrati prevalentemente stazionari. In seguito gli organismi, grazie all’evoluzione, iniziarono a diversificarsi sempre più e svilupparono arti che permettevano di muoversi nei diversi ambienti: mare, terra, aria. I biosistemi diventarono così oggetto di competizioni tra predatori e prede che, al fine di fronteggiare questa nuova condizione, portarono l’albero della vita allo sviluppo di una nuova struttura, il cervello. Non si può dire se quello è il periodo nel quale sia comparsa la coscienza, ma certamente c’erano delle nuove condizioni dovute alla necessità di doversi adattare alle tante informazioni derivanti dall’ambiente e a doverle organizzare al fine della sopravvivenza.
La comparsa e l’evoluzione di nuovi organismi introduce argomenti di riflessione con la necessità di trattare, ad esempio, questioni come l’autonomia di queste più evolute forme di vita. Gli organismi sono più complessi e hanno un maggiore grado di indipendenza dalle condizioni dell’ambiente circostante rispetto a forme di vita meno complesse.
Un esempio esplicativo di questo concetto è dato dal paragone tra gli animali a sangue caldo, gli omeotermi, con quelli a sangue freddo, detti pecilotermi o ectotermi. Gli animali omeotermi (uccelli e mammiferi) hanno la capacità di mantenere costante la temperatura del corpo, indipendentemente dalle condizioni ambientali esterne, mentre gli animali a sangue freddo (pesci, anfibi, rettili) mancano di questa facoltà e si conformano alla temperatura esterna perché incapaci di regolarla autonomamente. La maggiore autonomia posseduta dagli animali omeotermi è possibile grazie alla capacità di mantenere costante la temperatura interna attraverso diverse modalità: processi metabolici, presenza o assenza di peli e piume, meccanismi fisiologici come la sudorazione o i brividi. Questa loro autonomia da fattori esterni è resa possibile dalla presenza di circuiti più complessi che, per esempio, implicano la consapevolezza di provare freddo o caldo e la capacità di ricorrere all’utilizzazione di oggetti naturali o di manufatti per coprirsi o riscaldarsi.
– Queste nuove capacità sopravvenute introducono il concetto della gratuità delle scelte: gli organismi che noi consideriamo più complessi, avendo la possibilità di risposte comportamentali più varie agli stimoli ambientali, possiedono un certo grado di gratuità, di libertà in risposta allo stimolo, sono meno rigidamente vincolati nella risposta al quesito. Sono capaci di una maggiore elaborazione, sono capaci di determinare sempre più spazio al libero arbitrio che raggiunge il suo massimo con l’uomo e il suo pensiero astratto. Gli organismi inferiori, più semplici, sono invece legati a risposte ripetitive, istintuali, risposte capaci di soddisfare i loro bisogni primari.
L’uomo quindi si arricchisce di specifici programmi impressi nel cervello che lo aiutano a orientare le proprie scelte culturali, i propri comportamenti, le proprie azioni sociali. E’ obbligato a costruire il proprio percorso di vita, a scegliere cosa fare nelle diverse situazioni, a scrivere la propria parte nello spettacolo della vita, decidendo e giustificando le proprie decisioni.
L’uomo si distingue dagli altri animali perché è un essere prassico, cioè che agisce, che ha la libertà di agire, intendendo tale termine, l’agire, come qualcosa in più che l’adoperarsi per il soddisfacimento di istinti, propri degli animali, ma nel senso di portare a compimento un progetto che va oltre la sfera istintiva. Le azioni hanno a che fare con progetti di situazioni virtuali che non esistono nel presente, spesso sono condizionate dall’imprevisto, ma comunque sempre legate alla previsione, alla ragione.
– Ma cosa è la coscienza?
Possiamo dire che essa è la forma della conoscenza, è un modello di come potrebbe essere il mondo, costruito in milioni di anni, continuamente modificato, plasmato dalla civiltà e costruito nel linguaggio che possediamo, il linguaggio del cervello e del suo telaio, la rete neurale biologica.
Il cervello di ciascuno di noi è molto diverso da quello di chiunque altro. Gli stimoli, le informazioni viaggiano, attraverso filamenti, da una cellula nervosa all’altra, il neurone, grazie ai contatti cellulari detti sinapsi. Nella corteccia cerebrale vi sono più di 1011 neuroni, cento miliardi di cellule nervose, e ogni neurone possiede 10.000 bottoni sinaptici, arrivando così alla cifra di 1015 contatti. La combinazione di una diversità genetica, di una diversa esperienza di vita, oltre ad una componente casuale, fa del cervello di ciascuno di noi un soggetto irripetibile, unico.
Questa unicità e irripetibilità potrebbe essere alla base del nostro privato, unico e irripetibile fenomeno della coscienza individuale.
La coscienza si presenta in diversi tipi corrispondenti ai suoi livelli progressivi solitamente chiamati incoscienza, coscienza, consapevolezza di sé, metaconsapevolezza di sé, quest’ultima presente quando l’individuo sa di essere consapevole di se stesso. Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese, scrive di una suddivisione della coscienza in due alternative: la coscienza di base e la coscienza estesa. La coscienza di base è ciò che accade quando il pulsante acceso-spento è posizionato su acceso: un organismo è sveglio e consapevole di un momento, adesso, e di un luogo, qui. E’ attento e non si interessa del futuro e del passato. Questo tipo di coscienza non è consapevole di sé e non è unicamente umana; tuttavia è la base necessaria per la costruzione di livelli sempre più complessi di coscienza che Damasio chiama coscienza estesa, capacità che nell’uomo ha permesso di sviluppare la curiosità, la razionalità, le emozioni, tutte caratteristiche che lo distinguono dagli altri animali e che hanno permesso la nascita della scienza, dell’arte, della filosofia; in generale dei diversi pensieri e saperi culturali.
– Secondo un’altra suddivisione alcuni scienziati ritengono che l’esperienza cosciente possa suddividersi in almeno tre parti: vigilanza, consapevolezza interiore e integrazione. Nella prima siamo svegli, con gli occhi aperti e percepiamo gli stimoli che arrivano dal mondo esterno, come l’osservazione dell’azzurro del cielo, dell’immensità del mare; con la seconda abbiamo la consapevolezza interiore con la quale formiamo pensieri e immagini; l’ultima, l’integrazione, ci permette di essere in relazione con il mondo esterno, con la capacità di percepire e reagire agli stimoli che il cervello riceve attraverso i cinque sensi.
– In quale parte del cervello ha sede questa consapevolezza di noi stessi? Quali sono i correlati neurali della coscienza?
La coscienza non risiede in un unico punto, emerge dall’interazione di varie aree cerebrali, principalmente la corteccia cerebrale. Un organo alla base della sua formazione è l’ippocampo con la sua funzione mnemonica. Qui confluiscono in un imbuto sempre più stretto moltissime fibre nervose, i tanti fili separati che costituiscono ogni evento di cui siamo coscienti, un filo da ogni regione della corteccia. Raccogliendo i filamenti in un unico luogo l’ippocampo riesce a tesserli insieme rapidamente, prima che si disperdano, così da permetterci di rievocare l’evento nella sua interezza.
– Ad oggi, pur considerando che la ricerca ha messo a disposizione strumenti e macchine che possono studiare e confrontare le connessioni tra le reti neurali negli stati di coscienza e di incoscienza, non vi sono risposte semplici ed esaustive a queste domande. Una indagine strumentale in questa ricerca è effettuata con la fRMI (Risonanza Magnetica Funzionale), una tecnica di neuroimmagine non invasiva che mappa l’attività cerebrale con la misurazione delle variazioni del flusso sanguigno nelle aree cerebrali che si attivano durante l’esecuzione di un determinato compito.
La scoperta che si possono rilevare variazioni dell’attività del cervello osservando i cambiamenti del flusso sanguigno cerebrale è merito di Angelo Mosso, fisiologo italiano che alla fine dell’800 per primo registrò le pulsazioni della corteccia umana in pazienti con malattie cerebrali.
L’uomo ha affrontato questa problematica anche rivolgendo la ricerca verso la costruzione di macchine parlanti, dialoganti, capaci di imitare la coscienza e alle quali alcuni riconoscerebbero capacità senzienti.
In un raffronto macchina-cervello, ad oggi, la prima può cavarsela molto bene a produrre risposte coerenti ad una domanda, ma molto male a produrre coscienza: manca del contesto e della comprensione, dei sentimenti e delle emozioni che soltanto la coscienza può dare.
Nessuna macchina possiede fenomeni come i nostri pensieri, le emozioni, i sentimenti, le sensazioni, la compassione, l’empatia, l’amore, ma anche, purtroppo, l’invidia, l’odio, la sopraffazione dell’altro al solo fine di soddisfare i propri egoismi.
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