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Felice Buonomo e le sue troccole Taranto

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Felice Buonomo, 67 anni, ha lavorato come tecnico alla Belleli, che costruiva piattaforme petrolifere; poi la ditta chiuse e lui rimase cinque anni in cassa integrazione. Nel 2003 l’ex Ilva aveva bisogno di personale e lui non si lasciò scappare l’occasione, rimanendo in quell’azienda fino all’età della pensione. Un giorno il figlio Francesco, lo stimolò: “Sono confratello del Carmine, lo sei anche tu, lo è stato mio nonno, come me Francesco, detto Ciccio (per 25 anni nel consiglio di amministrazione della Congrega con le mansioni di economo), e in casa non abbiamo una troccola”. Accontentare un figlio è un dovere e un piacere; senza contare che avere una troccola (crepitacolo in lingua) in salotto è un onore, una testimonianza, una gioia soprattutto “pe’ ‘nu perdòne”, anzi per una famiglia della categoria. E poi la troccola è anche un simbolo, una testimonianza.
Felice cominciò a cercare il legno, faggio o noce, quelli più adatti allo scopo, e realizzò il sogno del giovanotto: una troccola eseguita con le maniglie, meglio, i battenti nichelati. Prima non si usava quel rivestimento, ma lui aveva iniziato ad adottarlo su richiesta di un cliente.
Eccolo dunque questo fabbricante di troccole, che, invaso dalla passione, ci mette tutto se stesso, collaborando con l’amico Angelo Solito, che intaglia il legno, mentre lui si occupa della parte metallica. Sono troccole fatte a regola d’arte, con riguardo a ogni dettaglio. Quando s’impegna in questo lavoro prova tanta emozione, la stessa di quando indossava l’abito riturale durante la processione dei “Misteri”. Così per Angelo. “Per fare una troccola occorre tempo e pazienza; e ne occorre per… suonarla. Nel 2017 con Angelo ne abbiamo donata una alla Congrega del Carmine in memoria di Francesco Bonomo e Vincenzo Solito, i nostri genitori. Abbiamo un sogno: che questo crepitacolo vada nelle mani di un confratello che la suoni durante una processione”. E’ gemella di quella usata da 300 anni (1874) senza intaglio, attutato nel 1923. Le date furono punzonate da un certo Caso.
Bonomo racconta volentieri, in mondo svelto, chiaro – come se avesse in mano un copione – ansioso di non lasciarsi sfuggire una virgola. Confida che essere confratello dà un brivido, che si accresce quando s’indossa l’abito rituale. Me lo descrivi, questo abito? “Camice, mozzetta color crema, scapolare con la scritta su un lato ‘Decor’ e sull’altro ‘Carmelo’, il cappello nero bordato con un nastro azzurro e cappuccio con due forellini, che viene calato sul volto sulla soglia del tempio prima che si apra per fare uscire la processione”. Attraverso quei buchetti il confratello osserva la folla, la vecchietta che piange; quella che invoca una grazia; l’altra che prega, la gente affollata sui balconi imbandierati con tappeti festosi, le ali di popolo sui marciapiedi, le espressioni dei volti, i papà con i bambini a cavalcioni, la mamma che come se entrasse in meditazione abbassa lo sguardo e intreccia le dita al passaggio di Cristo morto. Molti si commuovono quando compare l’Addolorata, che per tutta una notte ha cercato il Figlio.
Momenti toccanti, coinvolgenti. Molti sono venuti dai paesi vicini (Martina, Montemesola, Grottaglie, Crispiano, Fragagnano, Lizzano…); altri addirittura dalla Spagna o dalla Francia: chi per curiosità, chi per devozione. I “Misteri” sono un appuntamento annuale, a cui non si può mancare. Molti tarantini non rientrano a casa dalle 15 del Giovedì Santo, quando esce la prima posta del pellegrinaggio verso il Sepolcro (oggi chiamato Altare della riposizione) al sabato, quando il troccolante bussa tre volte con il bordone al portone della chiesa del Carmine, per chiedere ospitalità per lui e i simulacri. “Il giovedì, all’uscita del pellegrinaggio, nella stessa chiesa si svolge una cerimonia (‘coena domini’) con il lavaggio dei piedi. Una volta io e Angelo abbiamo suonato la troccola in piazza Camine. Fin da ragazzo prendevo parte alla processione con mio padre. Adesso continuo ad andarci ma senza più l’abito”.
Ha tanto da dire, Buonomo, su questo grande evento, che ha, si dice, tanto di fede e un po’ di profano. “Ah, i confratelli vanno sempre scalzi”, aggiunge il mio cortese interlocutore. Figuriamoci il freddo, in quelle notti.
Incalzo Buonomo. “Iil priore del Carmine mi chiese una troccola da spedire al Museo internazionale spagnolo di Vallaloid: detto e fatto e oggi quel pezzo d’arte è esposto in quel luogo prestigioso molto famoso nel mondo. Che soddisfazione!”.
“I Misteri” sono dunque molto sentiti, nella Bimare. C’è chi arriva in via D’Aquino tre o quattro ore prima per conquistare la prima fila e deve difendere a gomitate la postazione. Quando si notano fremiti tra la folla vuol dire che un posto è conteso. Lo snodarsi della processione da alcuni è considerato uno spettacolo e quindi per poterlo vedere bene occorre essere appoggiati alle transenne. L’attesa è lunga, tutte le vie interessate sono stipate ancora prima che i simulacri escano, percorrendo via D’Aquino fino a piazza Maria Immacolata, proseguendo secondo l’itinerario tradizionale. Gli sguardi sono tutti verso le statue che transitano lentamente, sorrette da portatori affiancati da dignitari e accompagnati da confratelli. Il corteo è lentissimo, “nazzeche” al ritmo dettato da “’u trucculande” (…”purtànne apprìesse‘a “ddòre de le rìte/ d’ù mare ca se nazzeche a’ Marine…”: la voce di Diego Marturano nella poesia “Tàede vècchie mije).
C’è chi segue il rito da oltre mezzo secolo, da piccolo con papà e mamma mano nella mano. Lo “speaker” una volta era un apprezzato e amato giornalista e scrittore esperto di quei riti e molto noto in città, Nicola Caputo, poi sostituito dal figlio, scomparso anche lui. Il troccolante dà disposizioni agitando la tavola che fa sbattere le maniglie (“trucculescàre”).
Siamo già in clima pasquale. Molti tarantini hanno già comperato la colomba, un dolce inventato da Dino Villani, a cui si deve anche l’idea di Miss Italia. Quando la colomba planerà sulle tavole i commensali avranno già mangiato “capetòne”, “cozzagnàcule”, cozze pelose, ostriche del Mar Piccolo, questo mare “pecceridde” (caro ai poeti, soprattutto a Diego Marturano, ad Alfredo Lucifero Petrosillo, ad Alfredo Nunziato Majorano: a Diego Fedel) che s’infuria e si placa, s’illumina, spande musica, allevando le cozze nere, il tesoro della città.
Felice Buonomo, che ha vissuto e vive la prassi anche dall’interno, parlerebbe ancora a liungo. E’ un piacere ascoltarlo: arricchisce, dando notizie precise, circostanziate, a volte facendo rivivere un sogno. Anche quando descrive la lavorazione di una troccola, gli attrezzi manovrati e gli elementi di cui bisogna dotarla: elementi indicativi, emblematici. Un lavoro delicato, ma entusiasmante, svolto con amore. Con Angelo Solito si muovono in armonia in un piccolo spazio. Buonomo non ci tiene a mettersi in mostra, ma non si nega alla richiesta di spiegare, di far scoprire un mondo che molti non conoscono. Il mondo delle confraternite e dei confratelli e dei cortei, la storia delle statue, l’ordine dei personaggi che costituiscono la processione, a cui si accodano tutti quei fedeli.
E’ grandiosa, questa festa. Resiste al tempo, senza perdere nemmeno un po’ della sua rilevanza, della sua capacità di ricordare la morte di Cristo sulla Croce, dopo un’agonia terribile. “Settinana Sande, tempo di passione/ di chi sulla Croce morì pedonando/ insieme al buono e al tristo Malladrone,,,”, scrisse in “Arie de Pasche” Claudio De Cuia, poeta indimenticabile. E Giovanni Acquaviva, nella sua “Settimana Santa a Tartanto”, rievoca la notte tra il giovedì il venerdì santi, quando “il popolo tarantino non dorme… una veglia che conosciamo da quando eravamo piccoli… La interruppe soltanto la guerra”. E fa emergere una figura di tanto tempo fa: il confratello dell’Addolorata che percorreva “trucculesciànne” vie e vicoli del borgo antico fin davanti alle case “de le perdùne”, “descetànnele”, perché era l’ora di prepararsi per la processione. Una sveglia ambulante ed efficace, che interrompeva anche il sonno di tanti altri che quel compito non avevano. Con questo personaggio la troccola aveva una funzione diversa. Chi non conosce il rumore (per altri un suono) che fa una troccola, che molti appassionati vorrebbero avere in salotto come segno di una ricorrenza che è nel cuore di tutti i cittadini della Bimare, e non solo? Domando: “Quando sono nati i ‘Misteri’”? Lo sappiamo grazie a Giovanni Acquaviva: da un atto rintracciato nell’Archivio di Stato da Giuseppe Vozza (nel 1765) risulta che un membro della nobile famiglia di don Diegò Calò volle concretizzare il sogno di portare in processione il Venerdì Santo le immagini sacre di Gesù Cristo e della Madonna ’Addolorata. Di tempo ne è passato, da allora. Eppure i “Misteri” li portiamo ancora nel cuore

Franco Presicci

le foto, personali, sono di Felice Buonomo


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