Di seguito un comunicato diffuso dall’Ordine dei giornalisti:
Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti esprime preoccupazione per il principio sancito dall’ordinanza 22999/2026 con cui la Corte di Cassazione civile ha confermato la condanna inflitta ad un giornalista, ritenuto responsabile in relazione a quanto scritto da terze persone in alcuni post a commento di un suo articolo, inserito nella pagina personale di Facebook.
Secondo la Suprema Corte vi è un obbligo di rimozione tempestiva di commenti offensivi o diffamatori, anche in assenza di specifica richiesta: in caso di omissione, il titolare della pagina social è considerato responsabile del contenuto di quei commenti, al pari degli autori. Nel caso specifico il giornalista è stato condannato a risarcire 33mila euro ad un collega, oggetto di quei commenti offensivi. L’obbligo stabilito dalla Suprema Corte vale per ciascun cittadino che pubblica qualcosa sui social e apre la possibilità di commento a terze persone.
I giornalisti non pretendono impunità ma, per evitare il rischio di immotivate limitazioni alla libertà di espressione e di critica, l’assunzione di responsabilità non può che basarsi sulla prova di un’azione od omissione compiuta consapevolmente, non su criteri di responsabilità oggettiva. A fronte di centinaia, talvolta migliaia di commenti ad un articolo postato sui social, è possibile pretendere un obbligo di rimozione in assenza di specifica richiesta? Qual è il criterio con cui dovrebbero essere moderati autonomamente i commenti ad un post?
L’obbligo di rimozione tempestiva di commenti ritenuti offensivi e diffamatori, anche in assenza di specifica richiesta, rischia di trasformarsi in una censura preventiva da parte di chi pubblica sui social: per non correre rischi, la scelta sarà quella di non consentire più alcun commento.
La vicenda affrontata dalla Cassazione riguarda il post con il quale, nel 2018, il giornalista Fabio Butera criticava un articolo scritto da un collega, nel quale, in relazione alla protesta di alcuni richiedenti asilo, si raccontava che avevano protestato per ottenere un abbonamento alla pay-tv, all’interno del centro di accoglienza, per guardare partite di calcio. Butera, a seguito di alcuni accertamenti e verifiche, scrisse che non era quella la ragione della protesta e alcuni commenti su Facebook furono particolarmente pesanti. L’autore dell’articolo citò in giudizio Butera per danni nell’ambito di un procedimento civile per diffamazione: nell’aprile del 2023, il Tribunale di Verona stabilì che il post non costituiva diffamazione, in quanto basato su ricerche documentate effettuate nell’ interesse pubblico e su fatti veritieri. Tuttavia, Butera fu condannato a pagare 33mila euro di risarcimento (incluse le spese legali) per non aver rimosso commenti diffamatori pubblicati da terzi sotto il suo post. La Corte d’Appello di Venezia ha confermato la decisione di primo grado, ritenendo che la pubblicazione, da parte del giornalista, di ulteriori contenuti sulla stessa pagina Facebook pochi giorni dopo, fosse la dimostrazione che egli aveva letto i commenti oggetto del contendere, senza rimuoverli. La Cassazione ha quindi fatto diventare definitiva la sentenza di condanna.
Nel corso degli anni la giurisprudenza in materia è cambiata e, di conseguenza, non vi è stata da parte dei giudici una linea univoca di decisione: circostanza che di sicuro non ha aiutato i giornalisti. Nel 2024 una sentenza della Cassazione penale (la numero 5354/2024) ha stabilito che è necessaria la prova di un contributo causale da parte del gestore di una pagina Facebook, non essendo sufficiente una semplice presunzione, sul presupposto che vi è un obbligo di controllo di tutti i commenti.
I commenti a ciascun articolo di NoiNotizie, nei social network, sono tutti bloccati. Sempre. Non senza lamentele di qualche, o più di qualche, lettore. Solo che la spiegazione risiede proprio nella vicenda finita con l’ordinanza di Cassazione, lamentata dal consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti. Possiamo mai, noi giornalisti, nel mare magnum di cose all’interno dei social network, avere la responsabilità oggettiva di quello che scrivono altri, magari non essendocene accorti, per il fatto di essere titolari delle pagine social network? La tenaglia incivili-responsabilità oggettiva è la ciliegina sulla torta di un sistema farraginoso e, diciamo, non molto rispettoso dei giornalisti. È vero che l’autogol di voler finire nei social network per catturare la massa è, appunto, un autogol e ce lo siamo fatto appunto da soli, ma dovere anche potenzialmente rinunciare al sonno la notte perché c’è qualche insonne che non condividendo i contenuti o i protagonisti di una notizia, comincia a dare del figlio di … , pezzo di …, mandare a… e compagnia bella, è umanamente impossibile. Va sanzionato solo chi è direttamente responsabile di quello che ha scritto. Non il giornalista. Non c’è questo? E niente commenti. Probabilmente siamo gli unici in Italia e perdiamo massa di potenziali lettori-interattori. Ma non fa niente.








