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Il barlettano Mimmo Dabbrescia e la foto di Clint Eastwood a Milano in piazza Duomo Personalità eclettica, spazia nelle varie forme d'arte

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Di Franco Presicci:

È nato con il fiuto del cronista e non sa più quante scarpe ha consumato, correndo dietro a un fatto di sangue, a una personalità… Come un cacciatore va con il fucile a tracolla, lui con la macchina fotografa pronta allo scatto. Quanti divi del cinema ha rincorso, quanti ne ha intercettati; a quanti studi di artisti ha bussato per cogliere tavolozze e pennelli. E quanta polvere ha ingoiato, non soltanto in Italia, per catturare un incontro segreto, già quando era cane da tartufi giovane e frizzante al “Corriere della Sera”.

Un trombettiere gli segnalava l’arrivo a Milano di una stella, lui si appostava e faceva il colpo. Quando lasciò il “Corsera” per aprire una sua agenzia fotogiornalistica, fece vendemmie copiose. Nel ‘71 venne a Milano Clint Eastewood, oggi quattro Oscar, e riusci ad agganciarlo e a fargli da Cicerone. E “cicerando” gli fece conoscere Milano: in piazza Duomo lo riprese mentre offriva a un piccione il granturco raccolto nel palmo della sua mano; poi allo zoo, che da tempo non c’è più, una giraffa si chinò verso di lui e l’elefante Bombay, che sapeva scartare le caramelle e distinguere il denaro dai foglietti, dando al padrone il vero e buttando via il falso, gli regalò una barrito.

WhatsApp Image 2026 09 25 at 20.04.19Mimmo aveva già prodotto un ottimo vino, negli anni Sessanta e Settanta, ritraendo Liz Taylor e Richard Burton, Federico Fellini, Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Eugenio Montale e Dino Buzzati (foto accanto, ndr.) Riccardo Bacchelli, i Beatles. Gilbert Becau, Adriano Celentano, Lucio Dalla… Poi il primo incontro con alcuni pittori che lo guidarono a Brera.

Cominciò da quel porto la sua navigazione verso l’arte, da cui fu calamitato. Un tragitto che lo portò ad eseguire “clic”, da cui emergeva l’anima del soggetto. Fotografò gli studi, l’ambiente circostante, i giardini, le atmosfere che agevolavano l’ispirazione di Kodra, per esempio, di Treccani, di Dova; e poi ingranò la quinta senza mai fermarsi. Era sceso dal treno alla stazione Centrale di Milano e sotto quell’enorme ventre di balena si sentì un po’ spaesato. Ma non si perse d’animo: fu momento. Mimmo Dabbrescia di Barletta, traslocando nel capoluogo lombardo, fece presto ad acclimatarsi.

Aveva l’occhio magico e puntava l’obiettivo sul particolare: un gesto, uno sguardo, una posizione. Uomo ricco di idee, dette vita, con la moglie Bruna, alla bellissima rivista a colori “Prospettive d’arte”; quindi raccolse le sue immagini in alcuni volumi che gli appassionati conservano gelosamente. In una di quelle pagine campeggiano anche le figure del poeta e critico d’arte Raffaele Carrieri, che era di Taranto: e Salvatore Fiume in un viaggio con lui in Polinesia, alla ricerca dei percorsi di Gauguin, che illuminano un altro libro interessante.

WhatsApp Image 2026 09 25 at 20.03.36Grande Mimmo Dabbrescia (foto accanto, ndr.) barlettese geniale, autore sensibile e colto, generoso, rispettoso del prossimo, gentiluomo. Sono tornato a sfogliarle, le sue pubblicazioni, ritrovando artisti celebri: Guttuso. De Chirico, Baj, Migneco, Dova, Dalì, Sassu, Hartung. Il primo volume, “Visti così”, fu premiato dalla Provincia di Milano. Intanto realizzava tirature limitate di grafica d’autore e metteva le basi, in via Carlo Torre, due passi dal Naviglio Grande, della prestigiosa e ambita Galleria “Prospettive d’arte”, che prendeva il nome dalla rivista, (oggi “ArtD2”), diretta dai figli Paolo e Riccardo.

Ne ha fatta di strada, quest’uomo di talento venuto da Barletta, la città delle tante chiese e dalle vie che profumano di mare. Un cammino milanese lungo e prodigioso, il suo. Nel decimo anniversario della morte di Fabrizio De Andrè inaugurò una mostra per ricordarlo. Poi venne presentata una tesi di laurea su di lui e sulla sua attività all’Accademia di Brera. Ha realizzato reportage in 25 Paesi, tra cui Thailandia, Cuba, Cambogia, Vietnam.. A 87 anni cura scrupolosamente il suo archivio per renderlo più facile da consultare.

L’ho sempre seguito, Mimmo Dabbrescia, fin dai tempi della rivista, in carta patinata, che confezionava al Ticinese. Ho spesso approfittato della grande sala esposizioni della sua Galleria – fra tanti quadri preziosi appesi alle pareti – per la presentazione di un libro o per un premio, dato, per esempio, a all’editore-libraio Nicola Partipilo, a Piero Colaprico, a Vito Plantone, allora questore di Livorno. Da Dabbrescia dedicammo un pomeriggio a Giuseppe Francobandiera, lucano trapiantato a Taranto, dove fu direttore del Circolo Culturale Italsider, che dette lustro alla città con iniziative superlative. In quell’occasione gli invitati potettero osservare le tele di Don Lurio, il coreografo newyorchese che ballava su Rai Uno con le sorelle Kessler.

Mimmo era anche un ottimo anfitrione ed era lui che offriva ogni volta il rinfresco. Per il premio a Vito Plantone, che era di Noci e aveva fatto quasi tutta la sua carriera di poliziotto a Milano, mandando al “gabbio” (in cella), boss e gregari (un paio li acciuffò sul bordo della piscina di un elegante albergo diTaormina) e neutralizzando i banditi piombati da Roma per una rapina a un istituto di credito.

A “Prospettive d’arte” conobbi Ernesto Treccani. Ero andato a vedere la sua nostra, l’oratore era stato impedito da un incidente e Mimmo mi pregò di sostituirlo; e lo feci modestamente, scarseggiando nel mestiere di critico d’arte.

Con Mimmo mi sono incontrato molte volte. Lo inserii nella giuria del Premio Milano di Giornalismo, che avevamo insediato nel ristorante di Chechele e Nennella, di Apricena. Per un’idea di Mario Dilio, barese già capo ufficio stampa dell’Alfa Romeo, Chechele venne nominato ambasciatore della Puglia a Milano, per i tanti corregionali, di ogni ceto e di ogni categoria, che si sedevano ai suoi tavoli: da Giuseppe Giacovazzo – che per un paio d’anni era stato a Milano come collaboratore di Paolo Grassi, prima di diventare direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno” – a Edoardo Raspelli, inventore della critica gastronomica; a Vincenzo Buonassisi.

Spesso alcuni amici, ammiratori di Mimmo, si chiedono come mai un fabbricatore infaticabile come lui non abbia ricevuto ancora l’Ambrogino d’oro, che viene assegnato ai cittadini che con il loro impegno nel lavoro, la bravura, l’ onestà esemplare hanno dato lustro alla città. Dabbrescia queste doti le ha tutte, e qualcuna in più. Pur essendo legato a Barletta, ama Milano e l’ha fatta visitare a personaggi illustri, come appunto Clint Eastwood. Qui ha messo in cantiere tante iniziative, ha manifestato la sua creatività, muovendosi in ambienti difficili, che richiedono cultura e capacità, puntualità e affidabilità. Quindi è più che meritevole di questo riconoscimento, che viene consegnato il 7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio.

La sua è davvero una bella storia, Nato nel 1939, si trasferì a Milano con la famiglia. Scoperta la fotografia, nel 1956 prese a lavorare alla “News Blitz” con Grazia Neri e Fedele Toscani, nomi di grandissimo rilievo. Successivamente conquistò via Solferino, la storica strada del “Corriere”, il sogno di tanti. E per il grande giornale e per “La Domenica del Corriere”, per la nascente “Amica” realizzò “reportages” di grande respiro dagli Stati Uniti, dall’Urss, dal Canada… La sera del “verissage” di una mostra al Museo della Scienza e della Tecnica l’assessore alla Cultura si soffermò davanti alla foto di Clint Eastwood e la definì un messaggio universale di pace, rapito anche dalla bellezza dell’immagine. Ce n’è abbastanza per premiarlo. Un “curriculum” denso, ammirevole.

Mimmo Dabbrescia è uno di quei meridionali che qui hanno trovato terreno fertile, vi hanno saputo seminare sudando e cogliendo ottimi frutti. Una vita, ripeto, fra tele e cavalletti, la sua. Tra artisti consacrati, Brera, l’Accademia, botteghe di artisti. Non riesco ad immaginarlo in un altro ambiente, se non a Sanremo, in una delle edizioni condotta da Fabio Fazio (vi accompagnò Don Lurio). Di lui mi è capitato di parlare a lungo e in varie occasioni anche con Remo Brindisi, Gianni Dova, Attilio Alfieri, Ibrahim Kodra, Giuseppe Rossicone, Filippo Alto, Ernesto Treccani, Raffaele De Grada… Tutti lo conoscevano e lo apprezzavano anche per i suoi modi garbati, signorili (oggi quegli artisti non ci sono più, ma Mimmo continua a riportare consensi).

Lo vedo ancora. È rimasto persona alla mano, riguardosa, incapace di usare parole pepate, amico vero e pane al pane e vino al vino, sempre pronto ad aprirsi verso nuove avventure, verso nuovi approdi come aggiunge la moglie Bruna, che tra l’altro sa tenere la penna in mano. E lei lo conosce meglio di tutti, avendo anche condiviso i suoi tanti percorsi, dalla rivista all’agenzia fotogiornalistica, alla Galleria d’arte quasi sulla sponda del Ticinello, dove signoreggia il ricordo di un grande acquafortista e cantautore: Gigi Pedroli e il suo Centro dell’Incisione.



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