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Quando al giornale la sera della vigilia di Natale telefonò un uomo che uccise due nazisti e voleva farne recuperare i corpi Ricordi del cronista tarantino nel Giorno della Memoria

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Di Franco Presicci:

Il lavoro del cronista di nera è affascinante e a volte addirittura divertente. Affascinanti le notti che si passano al giornale con un solo collega che fa su e giù per tenere sotto controllo il giornale che sta per andare alla rotativa o per fare spazio per inserire un pezzo importante arrivato all’ultimo momento. La sentinella del pronto intervento doveva avere sempre l’orecchio teso alla radio, che all’improvviso poteva lanciare la notizia di un regolamento di conti in una via magari periferica o in aperta campagna, in un ristorante, alle spalle di un ospedale o in qualsiasi altra parte.
Lo “scoop” mi arrivò la viglia di un Natale di tanti anni fa. Direttore Guglielmo Zucconi, che veniva da via Solferino. Mancavano pochi minuti a mezzanotte, quando ricevetti una telefonata. Dall’altra parte del filo un tale mi confidava di volersi pulire la coscienza per un fatto gravissimo commesso durante la guerra. Aveva ucciso due tedeschi e, “dato che sta per nascere il Bambinello, vorrei che le famiglie recuperassero i corpi”. Cominciai a fare domande per avere chiaro il discorso e l’interlocutore si rifiutava di andare oltre quelle parole. Io lo incalzavo e lui mi diceva di avere paura di essere identificato e di finire in galera. Io gli rispondevo che un giornalista è come un prete, legato al segreto professionale e non svela le fonti neppure sotto tortura. Difficile sfondare la barriera. Lui non si apriva più di tanto. Feci di tutto per rassicurarlo. Gli dissi anche che se un magistrato mi avesse chiamato a stappare la bottiglia, davanti al mio rifiuto mi avrebbe arrestato, ma io avrei mantenuto la bocca cucita, andando volentieri a San Vittore. Aggiunsi che il suo nome non sarebbe apparso e che avrei usato delle iniziali di fantasia. Insomma dopo un lungo botta e risposta si decise. Altri tentennamenti per l’indirizzo. E io: “Così non concludiamo niente, io devo poter parlare con lei personalmente, le devo chiedere di raccontarmi bene la storia anche nei dettagli”.
Temetti che quello mettesse giù la cornetta e lo “scoop”, se vero, sarebbe andato in gloria. Invece, ecco, di botto, nome, cognome e domicilio. Il giorno dopo andai a trovarlo, in provincia di Milano, assieme al fotografo Giovanni Dell’Abate, un “terrone” che conosceva bene il meneghino, ma parlava sempre nel suo dialetto di Tricase, di cui era fiero. Aveva soltanto l’abitudine di voler insegnare all’autista la strada più corta, irritandolo e qualche volta degenerando in una lite. Come fotografo aveva coraggio, un’ottima padronanza dell’obiettivo e la capacità di scattare al momento giusto.
L’uomo ci aprì, ci fece accomodare vicino al tavolo, io tirai fuori il taccuino e mi feci dire e ripetere più volte la vicenda e il luogo della sepoltura, il paese in cui il fatto era accaduto fino a stancarlo. Quando fui sicuro di sapere tutto e bene gli chiesi di farsi fotografare. La sua perplessità stava per minacciare un retromarcia, ma si convinse quando gli dissi che sarebbe stato ripreso di spalle con una coppola in testa, il cappotto con il bavero alzato. Anche questa volta riuscii nell’intento.
Quando uscì l’articolo incontrai in corridoio Guido Gerosa, vicedirettore coltissimo, capace di scrivere in un’ora un “coccodrillo” di una pagina su Sarte, Rostand o Bacchelli senza consultare un archivio, e mi disse: Quest’articolo avrei voluto scriverlo io”. ”Se me lo avessi detto, ti avrei dato gli appunti e ti saresti messo all’opera, mettendoci la mia firma”.
Qualche giorno dopo uno dei telefoni della segreteria di redazione squillò, e una voce stentorea comunicò che il procuratore della Repubblica del capoluogo aveva fatto scavare ed erano stati trovati i corpi (uno aveva ancora la medaglia sul petto). Aggiunse che lui aveva fatto le foto ed era disposto a venderle. Avvertito, Zucconi mi chiamò. incaricandomi di prendere l’auto di cronaca e il fotografo e di correre sul posto, un paio d’ore da Milano. Attraversammo il paese di Ligabue e poco dopo avvolti da una nebbia fitta cercammo il proprietario del fondo messo sottosopra. Non fummo accolti bene. Quello aveva capito chi era stato il trombettiere, perché la descrizione del luogo era precisa. Addirittura pensava che fosse tornato sul posto, senza farsi vedere.
“È venuto qui come un clandestino”. Sudai le famose sette camicie per fargli credere che stava bollando una persona innocente. Ma non ci fu nulla da fare: quello sparava fulmini a raffica. La “rivelazione” era caduta sul suo capo come un mattone già in bilico smosso dal vento. Io ero immobile, non potevo dire altro, la sentenza il padrone di casa l’aveva già emessai. “Avrebbe potuto fare a meno dopo anni da quei giorni”. Stetti ad ascoltare pazientemente e ala fine esclamai: “Visto che lei la pensa così, io posso anche andare”. Gli porsi la mano, lui la toccò appena e infilai la porta, scusandomi per i disturbo. Uscii, seguito da Dell’Abate, che commentò: “Che legnata!”. “È il nostro mestiere: di legnate ne prendiamo senza mai restituirle. Tanto non ci fanno male”.
Faceva freddo. La nebbia aveva cancellato quasi tutto, come nei quadri del milanese allievo di De Pisis, Aldo Cortina. Mentre camminavano lentamente, in un paese di oltre 9mila abitanti, dalla cortina emerse la sagoma di un signore anziano, dal viso senza una ruga, un cappotto lungo e grigio e un cappello scuro a larghe falde, due virgole di pelo sotto il naso, il bastone. Lo pregammo di darci ascolto e lui, con una gentilezza da Paolo Poli , ci accompagnò sul teatro dell’uccisione: “Erano due, appostati, e quando i tedeschi uscirono in moto dal castello, fecero fuoco, eclissandosi. Ma questo fatto sembrava dimenticato, è esploso all’improvviso e questo a tanti non fa piacere”. Accodò qualche particolare e si tuffò ancora nella caligine.
Una curiosità: dopo tanti anni, durante una delle mie frequenti vacanze a Martina Franca, un giorno di sole e di caldo una mia conoscente mi presentò il suo compagno: bassino, in carne, taciturno, ma con un sorriso dolce appena accennato, le mani in tasca. Siccome io gli facevo domande (l’abitudine di farne si manifestava quasi sempre) l’uomo mi disse che era del paese… Rimasi esterrefatto; la persona che avevo di fronte se ne accorse spiegai il motivo della mia sorpresa. “Non è il suo paese che mi stupisce… ” Gli parlai dei tedeschi uccisi e lui: “Ma sono stato io l’ufficiale dell’Anagrafe che fece il verbale del ritrovamento!”. Rievocammo l’episodio e mi raccontò qualche dettaglio. Aveva letto l’articolo del “Giorno” e si meravigliò di avermi a pochi passi di distanza. L’articolo aveva fatto scalpore, suscitando tanti brutti ricordi: la guerra, l’occupazione, la fame, la paura, il razionamento, il coprifuoco…
Concluso il lavoro, essendo Dell’Abate amante della buona cucina, soprattutto di quella del luogo in cui si trova, cercammo una trattoria e ci godemmo oltre ai piatti un ambiente caldo che sprizzava allegria. Dopo il pranzo mi fu concesso un tavolo in una saletta appartata, scrissi il pezzo e lo telefonai al giornale.

Mentre racconto questa storia, me ne vengono in mente altre, accadute nelle notti passate al giornale, vicino alla radio che a tratti gracchiava o trasmetteva i fremiti della città. Lunghe notti quando non succedeva nulla e si rispondeva alle chiamate di donne sole, desiderose di ascoltare una voce o di sfogarsi contro il fantasma che rumoreggiava in casa. “I fantasmi non esistono”. “Come, c’è stato anche il fantasma della Scala!”.
Mi viene in mente anche l’arresto di Alì Babà, cosi soprannominato perchè per molti, soprattutto per la polizia, aveva accumulato una fortuna ricettando roba rubata. Mentre stava per essere accompagnato a San Vittore, supplicò il maresciallo di fargli fare una telefonata al suo vicino di casa, per pregarlo di badare al cane. “Soffrirà di fame e solitudine, che aveva lasciato nella cuccia. “Subirà fame e solitudine. Per favore assistilo. E’ un’anima di Dio”. E pianse.
Ma questa è un’altra storia, tutta da raccontare. Ah, oggi in quel commissariato c’è una panineria, che offre, appunto, panini ben farciti, ciascuno con il nome di un boss della mala.

(foto: Franco Presicci e il suo interlocutore. Tagliata per mantenerne la riservatezza)

 

 

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