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“Il ritorno del lupo in Puglia (Salento incluso) un’occasione per la rinaturalizzazione” Lettera aperta di Oreste Caroppo

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Di seguito la lettera aperta di Oreste Caroppo:

Il ritorno del Lupo in Salento, animale identitario e simbolico per il nostro territorio da lungi, oltre che importante felice evento in termini di rinaturalizzazione è anche causa di tensioni con l’uomo in merito alle quali non possiamo chiudere gli occhi.

Dobbiamo pertanto avviare una seria riflessione critica sull’ecologismo in Salento e mettere in campo tutte le risorse e molteplici iniziative per la migliore convivenza possibile a basso danno per entrambe le specie Lupo e Uomo, nonché cogliere l’occasione per un complessivo miglioramento paesaggistico.

Dobbiamo in primis operare per aumentare la ricchezza della base trofica in selvatico, perché il Lupo abbia a disposizione una maggiore rosa di prede selvatiche da predare, sia in termini di quantità dei capi sia in termini di varietà delle specie; prede che oggi invece scarseggiano in Salento dopo secoli di devastazione antropica della natura, estinzioni locali e complessivo bio-impoverimento.

Pertanto oltre alle politiche di rimboschimento, più in generale diciamo di aumento della flora in termini di biodiversità, di micro-habitat differenti e di copertura boschiva, in merito alle quali qualcosa possiamo dire si è mosso e si sta muovendo (cito solo ad esempio il buon lavoro fatto dai botanici per indurre gli stessi cittadini a diffondere maggiormente la caratteristica Quercia Vallonea), è giunto il momento di pensare anche ad un incremento faunistico del territorio salentino.

Al momento gli unici ripopolamenti, e anche relativamente scarsi, sono quelli fatti almeno dalle ATC (Ambiti Territoriali di Caccia), che talvolta si traducono però nell’immissione di animali pronto-caccia non ben preparati in allevamento per un adattamento rapido alla piena condizione selvatica e a cui non si dà neppure il tempo di riuscire statisticamente a riprodursi sul territorio a causa dell’immediato prelievo venatorio, prelievo che si aggiunge alla normale attività predatoria da parte di Volpi, Lupi, ecc.

Ferma restando la possibile utilità per la rinaturalizzazione di quel tipo di ripopolamenti di Lepri europee/appenniniche e Fagiani, tanto più se effettuate in aree protette anziché in territori da libera caccia come ahinoi invece paradossalmente spesso avviene, dobbiamo pensare a piani coordinati dalla politica e dai vari enti competenti, anche magari in sinergia con le stesse ATC, ma non a fini venatori, per lo meno nell’immediato; ATC che possono già disporre di una rete di collaborazione con allevatori di selvaggina convertibili alle nuove esigenze concordabili, tutto questo per un incremento concreto stabile e riproduttivo delle specie che popolano il territorio, in maniera tale che anche i predatori possano nel tempo trovare più prede selvatiche e abbassare così la pressione predatoria nei confronti di animali domestici predati persino quando racchiusi in recinti nelle proprietà private che i lupi scavalcano spinti dalla loro proverbiale fame, quella del “lupo famelico”. Non a caso vecchi muri a secco di masserie salentine mostrano ancora i sistemi detti “para-lupo” che rendevano difficile o impossibile per i lupi raggiungere la sommità della recinzione; tipologie murarie da riproporre.

Vi sono poi i rilasci di animali da parte dei CRAS (Centri Recupero Animali Selvatici), ma si tratta di animali già presenti in selvatico, recuperati in difficoltà, curati e poi reimmessi in natura.

La Regione Puglia e gli enti territoriali salentini e più in generale di Terra d’Otranto (province di Lecce, Brindisi e Taranto) devono interfacciarsi con le altre realtà regionali faunistiche, con zoo-bioparchi, allevatori. Spesso leggiamo sui giornali di problematiche legate all’eccesso di crescita di grossa selvaggina in altre regioni italiane, nelle quali la minore presenza del Lupo impedisce il raggiungimento di un naturale equilibrio tra prede e predatori. Queste situazioni, sovente pur esageratamente esasperate, portano poi a campagne di biocidio che generano anche, ovviamente, notevoli tensioni con le forze animaliste ed ambientaliste dei territori.

Anziché portare a degli stermini inutili o addirittura peggio a orride esecrabili campagne di sterilizzazione, in quei casi la Regione Puglia e gli enti parco pugliesi dovrebbero interfacciarsi con quelle regioni e chiedere, in questa fase di biopovertà che ci affligge, la possibilità di traslocare gli esemplari in sovrannumero, in maniera tale da avere uno stock di partenza importante per le reintroduzioni e introduzioni di cui il territorio pugliese ed in particolare salentino in questo momento ha fortissimo bisogno, un disperato bisogno, una sete di biodiversità!

Penso ad esempio, per iniziare, ai Daini (Dama dama) che in alcune regioni si dicono appunto essere in eccesso e portano poi gli enti territoriali  alle ecatombi di cui abbiamo detto. Il Daino in Puglia è stato fino a pochi secoli, se non decenni or sono, una presenza caratteristica del territorio. È addirittura un elemento abbondante nelle faune pleistoceniche salentine, per cui si tratterebbe de facto di una vera e propria reintroduzione e non dell’introduzione di qualcosa di avulso al nostro territorio. Un ritorno non solo di forme e colori ma anche di suoni, bramiti, scontri di palchi nella stagione degli amori di grande suggestione naturalistica.

Inoltre un’altra specie alla quale la Regione Puglia dovrebbe attingere è quella del Muflone (ad esempio dalla Toscana), che già ha dei popolamenti nel Gargano, ma che sarebbe opportuno diffondere in tutto il territorio regionale. Anch’esso potenziale preda del Lupo ed animale ormai dal neolitico caratteristico degli ambienti mediterranei, che vanta anche possibili antenati in Italia già nel Pleistocene medio. Insieme al Muflone, altro animale con echi neolitici mediterranei simili è la Capra selvatica egagro (ad esempio presente per inselvatichimento sull’Isola di Montecristo o a Creta con le cosiddette Capre Kri-kri), specie di cui l’uomo ha favorito la diffusione tra selvaticità e inselvatichimento ma che ormai devono considerarsi a pieno diritto componenti importanti della nuova natura mediterranea.

E quindi il Capriolo di cui anche abbiamo ancora presenze nel nord della Puglia, ma praticamente oggi estinto nel territorio salentino, dove però fonti dei recenti secoli passati ce lo testimoniano come elemento proprio della fauna dei boschi salentini.

Intensificare ed estendere i progetti per la ridiffusione della Starna (Perdix perdix) in Terra d’Otranto, che già procedono sulle Murge. Reintrodurre la Coturnice (Alectoris graeca) da popolazioni prossime nell’Italia peninsulare o nei Balcani, attestata nell’avifauna pleistocenica nel deposito di Grotta Romanelli a Castro (Lecce). È precipuo poi riprendere i progetti per la ridiffusione/reintroduzione nelle aree a pascolo del Salento della Gallina prataiola (Tetrax tetrax) estinta localmente, si direbbe, in tempi recenti.

Mettere in piedi progetti per la reintroduzione in Puglia della Grande otarda (Otis tarda), anch’essa amante pascoli aperti, assai attestata anch’essa come la Gallina prataiola nelle faune pleistoceniche di Terra d’Otranto (Grotta Romanelli), ed estinta in Italia da alcuni decenni; una specie che ha visto in Europa importanti interventi di reintroduzione, come per esempio mi piace citare quello nella piana di Salisbury di Stonehenge in Inghilterra.

La Regione Calabria insieme al WWF Italia sta meritoriamente procedendo a piani di reintroduzione del Cervo, attingendo al Cervo italico del Bosco della Mesola (Ferrara, Delta del Po). Allo stesso modo anche il territorio pugliese, nelle sue aree parco, dovrebbe avviare progetti paralleli di reintroduzione del Cervo italico.

Tante sono le specie che il territorio salentino deve iniziare a reintrodurre nei siti a loro idonei, e non solo nello specifico discorso sul Lupo, su cui abbiamo iniziato questo scritto, ma più in generale pro naturalizzazione e rinaturalizzazione, come la Lontra comune nei Laghi Alimini, ad esempio, dove era ben presente ancora nell’Ottocento come desumiamo dall’opera “Fauna Salentina” dello zoologo, di Alessano, Giuseppe Costa, che pure la diceva presente alle Cesine e in altri siti umidi della costa adriatica, e a Taranto; l’Istrice sopravvissuto nelle murge tarantine, materane e baresi ma nell’Ottocento presente anche nei dintorni di Otranto (come sempre ricaviamo da Giuseppe Costa), il  suo genere è pure attestato in Salento (Avetrana) per il Pleistocene; l’Ululone dal ventre giallo appenninico (Bombina variegata pachypus) anfibio segnalato decenni or sono nelle aree umide di Ugento – oggi, per ritrovarlo, bisogna recarsi nelle gravine di Grottaglie. Favorire anche l’espansione nei siti idonei del Granchio di Fiume (Potamon fluviatile) presente oggi nelle gravine tarantine e baresi. E così le autoctone Testuggini di Hermann da fare tornare negli spazi naturali/rurali attingendo a tal fine anche alle nascite nei tradizionali allevamenti casalinghi in cui questa specie ha di fatto trovato rifugio si può dire in Salento, accettando anche avvenute ibridazioni con le subspecie balcaniche; ma anche la più grande Testuggine marginata (Testudo marginata) il cui carapace era usato in Magna Grecia come cassa di risonanza per strumenti musicali a corde come la lyra, che ancora ben vive nella vicina Corfù e si è persino ben naturalizzata in alcune regioni italiane allo stato spontaneo, nonché presente come animale allevato anche in Puglia. Favorire una maggiore estensione di areale a tutto il Salento del Camaleonte comune mediterraneo diffuso ad oggi soprattutto nell’area neretina e ben raffigurato tra i decori scultorei barocchi nel centro storico di Lecce. Ecc.

E concludo questa breve carrellata su solo alcune delle tante specie che dovrebbero far parte della rosa di forme di vita da introdurre in Terra d’Otranto citando l’importanza della reintroduzione del Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus), anch’esso ben attestato dalla paleontologia nelle faune pleistoceniche salentine, ancora diffuso in Sicilia e in altre regioni italiane, ma praticamente al momento estinto in Salento, si direbbe, nonostante il ricordo toponomastico del legame del territorio con i Conigli, ad esempio nell’ “Isola grande dei conigli” di Porto Cesareo dove questi venivano allevati allo stato brado dai pescatori della zona come fonte alimentare ulteriore accanto a quella legata alla pesca. Coniglio selvatico la cui importanza nella catena trofica naturale a favore di tanti predatori carnivori è veramente elevatissima per la sua alta prolificità e la cui azione di modificazione dell’ambiente in cui vive, come si è studiato nella Penisola iberica, porta a ritenerlo una sorta di naturale “vigile del fuoco” del territorio, in quanto contribuisce a creare un mosaico territoriale tale da far sì che gli incendi non riescano sempre a propagarsi in maniera rovinosa nel territorio. Anche tanti ungulati, di cui qui stiamo chiedendo l’introduzione, permettono una modificazione del sottobosco molto migliore della gestione di certi piani forestali che comportano la sciagurata cancellazione, come prevenzione degli incendi, dell’intero sottobosco importante invece per la rinnovazione del bosco stesso anche dopo l’incendio; ma se in esso operano gli ungulati con il loro pascolo, passaggio, brucatura, grufolata, insogliamento, ciò permette un buon mix tra conservazione e diradamento del sottobosco proprio in chiave di prevenzione antincendio e tutela delle potenzialità di rigenerazione del bosco, pinete incluse, insieme.

Le associazioni venatorie, inoltre, devono ampliare la gamma delle specie introdotte. Oltre alle importanti Lepri e ai Fagiani, ad esempio, sarebbe opportuno procedere alla reintroduzione nel Sud Italia, dall’Oriente dove ancora vive (la specie è tuttora presente nel Mediterraneo orientale attraverso il Medio Oriente fino all’Asia meridionale), del Francolino nero (Francolinus francolinus), specie storicamente presente in Sicilia e in alcune aree dell’Italia meridionale, dove le popolazioni, oggi estinte, erano forse state introdotte dall’uomo in epoca storica.

Da parte delle forze attente all’ambiente non dobbiamo avere certo opposizioni nette di vacua fondatezza a questo rewilding, opposizioni che sarebbero paradossali e farebbero riflettere; anzi, tali forze devono esserne le prime promotrici; da parte loro, anche con competenza, la politica deve ricevere consigli costruttivi invece su quali siano i nuclei, le popolazioni più opportune dalle quali meglio attingere, anche per una maggiore salute genetica delle popolazioni che si andranno a costruire in Puglia, in spirito di costruttiva collaborazione con altre regioni o con altri paesi europei e del bacino del Mediterraneo per il recupero dei capi da utilizzare per il ripopolamento o la reintroduzione/introduzione.

Allo stesso modo occorre impedire che le solite stantie pastoie sanitarie legate al rischio di zoonosi ed epizoozie ostacolino a priori questo processo di rinaturalizzazione di cui il territorio ha grande bisogno. Si pensi solo ad esempio alle fobie inculcate intorno ai Cinghiali con lo spauracchio della cosiddetta “peste suina africana”, per la quale l’Ente Regione Puglia ha avviato inaccettabili campagne di sterminio degli autoctoni Cinghiali, nonostante sia ben noto negli ambienti scientifici che il Lupo è proprio, come vari studi dimostrano, il più grande e più efficiente “medico” contro la peste suina e la sua diffusione, in quanto mangia le carcasse degli animali deceduti e anche preda più facilmente quelli presumibilmente infetti: l’apparato digerente del Lupo si è dimostrato capace del totale azzeramento della carica virale presente nelle carni suine divorate! Il Cinghiale è la preda d’elezione per il Lupo, la riespansione in Italia del Cinghiale non a caso ha preceduto quella del suo naturale predatore, il Lupo, pertanto avere Cinghiali nel territorio già di per sé contribuisce ad abbassare la predazione dei Lupi contro gli animali domestici.

Al ritorno abbondante del Cinghiale, cui è legata una fiorente economia di norcineria, in Italia hanno meritoriamente contribuito negli ultimi decenni anche gli enti venatori – va loro riconosciuto -, con ripopolamenti effettuati sia utilizzando Cinghiali di sottospecie italiche, sia immettendo percentuali minori di capi provenienti da altri paesi europei, finalizzati a un complessivo arricchimento genetico, all’incremento della taglia e della prolificità degli animali. La prolificità, come vedremo, non va mai presentata come un problema, bensì come una risorsa!
Si è scoperto che i Cinghiali contribuiscono all’incremento delle tartufaie. I Tartufi sfruttano infatti i Cinghiali, ghiotti dei loro carpofori ipogei, per diffondere le proprie spore. Con il loro odore, infatti, i Tartufi mirano proprio ad essere intercettati, a maturazione, dall’olfatto del suino.
Un aumento di biodiversità, guardando anche ai fasti del passato che ci vengono descritti dalle fonti storiche e dagli studi paleoambientali, archeozoologici e paleontologici, avrebbe grandi ricadute anche sul settore turistico, favorendo pure la destagionalizzazione, e darebbe un senso maggiore alle tante aree parco di vario tipo che sono state istituite nel territorio salentino proprio perché si procedesse ad una più intensa rinaturalizzazione del Salento, ma che rischiano invece oggi di essere solo carrozzoni di spesa pubblica depistati verso una persecuzione continua ossessiva dei cittadini contro ogni loro comportamento anche quando a basso impatto ambientale.

Non si dica “non c’è più l’habitat, abbiamo distrutto tutto!”, il ritorno spontaneo del Lupo, ma anche la diffusione del Cinghiale ci dimostra che davvero così drasticamente non è, c’è ancora speranza di poter vivere in un territorio mosaico di aree naturali, rurali e urbane antropizzate infrastrutturate; importanti parziali rimboschimento nel ‘900 sono stati fatti e aree agricole abbandonate stanno vedendo processi di spontanea rinaturalizzazione; si può e si deve fare di più per la riforestazione e ricreazione di habitat differenziati, valorizzando anche quelli steppici (contro invece le becere trasformazioni industriali nella speculazione del megafotovoltaico), ma un atteggiamento disfattista ora sarebbe ingiustificabile.

Non si dica che non c’è lo spazio per qualche Daino e Capriolo, che impatterebbero assai. Pensate già quanto è grande un gregge di Pecore o Capre domestiche che pascola in Salento, pensate quanti ce ne sono ancora grazie a Dio, come può l’impatto di pochi ungulati selvatici essere tanto superiore?

Già con il ritorno del Cinghiale, lungo le strade del Salento abbiamo visto comparire gli importanti cartelli per la sicurezza di “Attenzione attraversamento fauna selvatica” in cui appare la suggestiva ed elegante silhouette di un Capriolo, che speriamo possa tornare presto una viva componente della fauna locale; cartelli che si sono aggiunti a quelli di “Attenzione attraversamento animali domestici”, che speriamo possano anche questi aumentare nello stato di pascolo brado, le potenzialità del territorio in merito sono grandi. Cartelli di attenzione da un lato, ma dall’altro anche insegne che danno alto valore naturalistico ai luoghi in cui appaiono.

E in merito alle risorse economiche necessarie per questi piani di aumento di fauna? Prendiamo solo ad esempio il discorso Lupi in Italia oggi, pensiamo quanti fondi pubblici si stanno indirizzando per il loro monitoraggio, che è utile certo, ma entro certe misure, non quando diventa ossessivo con l’eccesso di radiocollari oberanti messi al collo dei Lupi e che ne compromettono pesantemente la vita in selvatico e la salute, nonché ipercostosi. Non sono serviti a prevenire certo attacchi ad animali domestici, ma con quei fondi pubblici impiegati pensate invece quanta selvaggina fertile riproduttiva si sarebbe potuta già introdurre!

 

In questo cambio di complessiva ottica necessario, iniziamo a considerare una parte dei capi domestici predati dal Lupo, o una parte del raccolto mangiato dagli animali selvatici, come sorta di neo-offerta pagana alla Natura per i suoi molteplici doni da parte dei produttori agricoli, al contempo operiamo per abbassare la pressione predatoria del Lupo con queste sagge manovre di rinaturalizzazione con le ricadute molteplici per il bene del nostro territorio e della nostra stessa vita che avranno.

È necessario ridotare poi le masserie nuovamente di Cani pastore fertili, a partire da quelli immancabili di razza maremmano-abruzzese, protetti anche dal tradizionale “vreccale“, il collare con spuntoni metallici che rende più facile da parte del Cane la difesa del gregge dall’aggressione del Lupo, che nel conflitto con il Cane tenta di avere la meglio mordendogli appunto il collo, suo punto debole.

Bisogna anche rivedere criticamente il rapporto con i Cani, soprattutto nei piccoli centri. È ormai evidente come la cancellazione del randagismo canino, ovvero dei Cani di quartiere che vivevano in sinantropia, attraverso campagne esagerate di sterilizzazione e poi la reclusione nei canili, abbia privato i borghi di quella cintura che nei secoli aveva protetto gli stessi dall’ingresso dei Lupi in cerca notturna di facile cibo. E così oggi scopriamo come i Lupi nel territorio salentino ormai la notte, non avendo più alcun ostacolo nella competizione per il cibo presente nei rifiuti umani, entrano nei centri urbani, soprattutto quelli più piccoli e questo chiaramente è causa di maggiori tensioni con l’uomo a discapito di entrambi. I canili dovrebbero essere utilizzati soltanto per gestire i cani mordaci e favorire circuiti di adozione dei cuccioli che perdono le madri, ma al contempo la presenza di un randagismo canino fertile, è estremamente importante e dico fertile quando parlo di relazione tra Lupo e Cane in quanto i Cani sterilizzati sviluppano profili ormonali/odorosi alterati e diventano più facilmente prede dei Lupi perché molto probabilmente non vengono riconosciuti neppure più come appartenenti alla loro stessa specie, (Cani e Lupi appartengono alla stessa specie). Inoltre devono essere fertili, perché è fondamentale la loro integrità per non fiaccare il coraggio dell’animale nel conflitto con il Lupo; coraggio assai invece fiaccato negli esemplari canini castrati. Al contempo bisogna frenare la demonizzazione esagerata cui stiamo assistendo relativamente al possibile incontro tra Cani fertili e Lupi sulla base dello spauracchio della ibridazione del Lupo con il Cane che danneggerebbe la purezza del Lupo. Beh, in realtà se così fosse, dopo secoli di convivenza e anche accoppiamenti negli stessi territori di Cani e Lupi dal paleolitico ad oggi, in Italia non esisterebbe certamente più il Lupo. Invece così non è perché la selezione naturale permette di eliminare nella popolazione dei Lupi quelle caratteristiche canine selezionate dall’uomo nel Cane che sono inadatte alla vita selvatica, mentre al contempo saltuari incroci tra Lupo e Cane hanno contribuito ad un miglioramento genetico delle razze canine (infiacchite dalla selezione artificiale attuata dall’uomo), miglioramento del “sangue”, potremmo dire utilizzando un termine zootecnico tradizionale.

Per la convivenza e valorizzazione di animali allevati tornati allo stato ferale un bell’esempio ci è stato dato in questi anni da quei comitati civici che hanno difeso la presenza libera e fertile dei Pavoni a Punta Marina frazione di Ravenna.

In Sud Italia al Gatto selvatico autoctono già dal Pleistocene si aggiunge il Gatto domestico, (appartenente comunque alla stessa specie, discorso speculare a quello Lupo selvatico-Cane domestico); nella sua condotta randagia il Gatto domestico viene accusato di predare lucertoline, uccellini, ecc., ma ormai è con questi esseri in equilibrio preda-predatore da secoli; la presenza del Gatto domestico in Puglia risale già perlomeno al tempo della polis magnogreca di Taranto, prima della conquista romana, come mostrano sue rappresentazioni in vasi e monete mentre gioca con l’uomo.

Oggi inoltre i Gatti randagi sono entrati nella dieta del Lupo, il Lupo ne sta contenendo la presenza, già questo dovrebbe portare a capire l’importanza di vietare le campagne di sterilizzazione dei Gatti e loro reclusione negli speculativi snaturati lager gattili.

Gatti comunque da ribadire importanti per un equilibrio con le popolazioni di Ratti e Topi contro l’uso di nocivi veleni. Ratti e Topi ovviamente da non demonizzare, tutte le specie sono importanti e contribuiscono alla biodiversità.

Il discorso qui sviluppato a partire dai Lupi ci porta anche a suggerire l’istituzione di una importante rete di carnai in aree particolarmente distanti da luoghi abitati dove possono essere portati gli scarti di macellazione e carcasse varie da allevamento (purché non contaminati da farmaci), anche di animali spiaggiati o morti sulle strade, ecc., azzerando costi di smaltimento per ditte, comuni e privati, e ottimizzando quelle biomasse in maniera tale da poter essere offerti agli animali saprofagi come i Lupi in primis, presto anche Sciacalli dorati in diffusione nella nostra Penisola italiana verso sud, Avvoltoi (come Grifoni. Capovaccai, Avvoltoi monaco, ecc.), Corvidi, Volpi, Gatti selvatici/randagi, ecc.

Dobbiamo abbandonare certo falso ecologismo contemporaneo, dove addirittura, anziché chiedere più allevamenti bucolici e a pascolo brado, che permettono a grandi animali di continuare ad occupare nicchie ecologiche occupate un tempo dalla grossa fauna pleistocenica, allevamenti graditi anche a tanti animali selvatici come gli Aironi guardabuoi, si assiste ad un assurdo accanimento contro ogni forma di allevamento; sbagliato! Negli animali domestici invece scorre il sangue di antichi selvatici come ad esempio l’Uro pleistocenico, il bovino estinto in natura ma di fatto salvato dall’allevamento attraverso la Mucca podolica pugliese che ne è la sua diretta discendente. Dobbiamo favorire il ritorno nelle aree umide salentine del tradizionale allevamento della Bufala mediterranea che avrebbe importanti ricadute ecosistemiche non solo economiche, tanto che in Ucraina proprio a tal fine erano partiti dei virtuosi progetti (guidata dall’organizzazione Rewilding Europe) addirittura per l’inselvatichimento di questi Bufali in grandi aree umide del paese (Delta del Danubio). Chi alleva e riproduce è sempre più dalla parte della conservazione della vita rispetto a chi sterilizza!

C’è un falso ecologismo odierno che imbraccia crociate di razzismo verde contro specie bollate come esotiche, aliene e/o invasive, che sa distruggere ma non costruire. Il nostro territorio deve passare da questo pseudo-ecologismo della mortificazione, della sterilizzazione, del biocidio depauperante, ad un ecologismo dell’abbondanza, inclusivo, che aumenta le specie, guardando al passato e ai territori vicini, e non muove campagne contro quanto nel territorio è già presente di vivo, allevato o esotico naturalizzatosi che sia, ma promuove ed è pronto anche a sfruttare le abbondanze senza però distruggere mai il potenziale riproduttivo e di rapida ripresa numerica della specie da cui si attinge il surplus; un atteggiamento pronto a trovare il lato positivo di ciò che altri presentano come negativo, così il Granchio blu o il Gambero Rosso della Louisiana giunti in Salento devono essere visti come incremento di biodiversità e nuova fonte alimentare, non solo per tanti Ardeidi autoctoni, come si è ben osservato, ma anche per l’uomo essendo eduli, pure essi da prelevare ecosostenibilmente senza distruggerne il potenziale di rapida ripresa. Stesso atteggiamento alimentare e non catastrofista se si ripresentassero quelle invasioni di Locuste in Salento di cui scrissero autori locali corografici dei secoli passati! In questa nuova ottica una pianta, definita da altri infestante, viene vista come occasione di rapida diffusione della vita, rapida crescita della copertura verde contro il deserto o il degrado a costo zero!

Superiamo l’ecologismo della paura, biofobo, che vede minacce ovunque, anche nei parassiti o nelle specie naturalizzate. La vera consapevolezza accoglie la meraviglia della complessità naturale, accettando la convivenza tra preda e predatore, tra parassita e parassitato, come parte di un equilibrio dinamico.

Purtroppo, un ecologismo che grida “al lupo al lupo” ormai contro tutto ciò che vive, persino contro i Colombi che chiede vergognosamente di sterilizzare chimicamente anziché di gestire con i Falchi, rischia di dimenticare questa ricchezza, di non vedere la potenzialità di ulteriore biovarietà del territorio, negando il valore di ogni forma di vita.

In quest’ottica, un ecologismo inclusivo deve saper abbandonare concetti denigratori strumentali come quello di “specie nociva”, o “di malerba”, o “di infestante”, accogliere invece ad esempio i pappagallini Parrocchetti naturalizzati in Puglia, considerando che il Parrocchetto dal collare è addirittura già rappresentato nell’arte romana e medievale in Italia, e che vengono predati comunque anche da Rapaci autoctoni. Accogliere gli Ibis sacri che compaiono in Italia già ampiamente rappresentati nell’arte romana emersa negli scavi di Pompei e che si sono rivelati divoratori capaci di contenere il Gambero rosso della Louisiana. Spiegare che pur la tanto demonizzata autoctona Processionaria del Pino dai bruchi urticanti ha la sua dignità come essere vivente, è parte della biodiversità, che è un valore, ed è pur contenuta da predatori come le autoctone Upupe.

Questo atteggiamento di apertura mentale ci porta poi a scoprire curiosità naturalistiche che altrimenti verrebbero spiacevolmente trascurate. Scopriamo così che il Granchio blu sebbene esotico in origine, vanta in Mediterraneo specie della sua stessa famiglia quasi a lui identiche, penso a Portunus monspeliensis presente nelle faune marine fossili del Miocene in Salento, così l’Ailanto per quanto oggi giunto come esotico rivendica una presenza del suo genere Ailanthus già nel Terziario in Italia, tanto che lo si può considerare una sorta di fossile vivente, oggi ritornato dopo le grandi Glaciazioni quaternarie che ne avevano relegato in Asia la sua sopravvivenza!

Infine anche gli agro-orrori di gestione parossistici che il Salento sotto il vessillo della esotica Xylella fastidiosa ha subito a danno dei suoi vasti uliveti ci devono portare a imporre la strada della convivenza con tutti i parassiti – valorizzandone i predatori naturali -, alla ricerca di nuovi equilibri tra specie; un cambio di paradigma indispensabile ormai contro le manie della eradicazione sistematica sempre foriera di autoimpoverimenti da aborrire!



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