Scrive Manuel De Nicolò:
Mi sono fermato.
A un certo punto della mia vita ho dovuto farlo, non per scelta, ma per necessità.
Nel 2009 mio figlio Joshua si è ammalato.
Aveva solo 19 mesi.
La diagnosi fu spietata: neuroblastoma di quarto stadio, con infiltrazioni midollari e metastasi scheletriche.
Quando un figlio si ammala, il mondo si ferma con lui.
Quel silenzio era necessario.
In quegli anni ho visto persone dimenticare il valore della riconoscenza, ho visto il denaro confondere le teste, i sorrisi diventare maschere.
Io, in quel mondo, non mi sentivo più a mio agio.
I soldi non mi hanno mai interessato.
Ne ho guadagnati tanti e ne ho persi tanti.
Ho fatto la fame prima di diventare “Manuel”.
Poi sono stato ricco.
E quando mi sono fermato, sono tornato povero.
Non mi vergogno.
Facevo l’imbianchino con mio padre.
Ho mangiato polvere.
E dopo trent’anni si è realizzato il sogno di una vita: far ridere la gente.
Il comico lo faccio da sempre.
Da quando da bambino imitavo Walter Chiari e Franco Franchi e dicevo a mia madre: “Voglio fare il comico.” E ce l’ho fatta.
Posso piacere o non piacere, ma sono fiero dell’uomo e dell’artista che sono.
Perché ho sempre rispettato gli altri.
Joshua oggi ha 19 anni ed è guarito.
Ho quindi capito che dovevo ricominciare. Per lui e per il mio pubblico.
Oggi non sono ricco come ai tempi di Very Strong Family, ma sono più ricco dentro.
Perché Dio e la scienza hanno voluto che mio figlio restasse con me, con Betta e con Jinevra.
Anche se qualcuno lo voleva morto.
In tutto questo percorso non sono mai stato solo.
Dal 1999 accanto a me c’è Betta.
Una donna forte, vera, che non è mai scappata anche di fronte alle difficoltà.
Quando Joshua si è ammalato e quando i soldi non c’erano più,
lei è restata.
Fu presenza, equilibrio, forza.
La roccia silenziosa della nostra famiglia.
Ma le difficoltà non sono iniziate allora.
C’erano già prima.
Ferite, dispetti, tradimenti che avevo vissuto.
E da lì siamo ripartiti.
Insieme.
Da zero.
Betta non si è messa con “Manuel”, ma con Emanuele.
Con l’uomo quando le luci erano spente,
quando non c’erano applausi,
quando non c’erano soldi.
E questo vale più di qualsiasi successo.
Con lei condivido tutto: la vita e anche il lavoro.
Non è stata lei a spingere per “fare coppia” con me, come qualcuno insinua.
Sono stato io a scegliere lei, nella vita e nel lavoro.
Perché quando incontri una persona che ti sostiene, che ti capisce e che sa stare accanto nei momenti bui, quella persona diventa la tua squadra.
A chi dice che ho abbandonato un’altra famiglia, rispondo una sola cosa: non sa quello che dice.
Oggi con noi noi c’è anche Jinevra, una meravigliosa ragazza di 14 anni.
Ognuno ha una storia.
Fatta di scelte, dolore e rinascite.
E se non la conosci, è meglio non parlare.
Il rispetto dovrebbe venire prima di tutto.
Oggi il mondo è cambiato.
Senza i social sembra che non esisti.
Io non sono in cima agli algoritmi.
Lo capisco quando mi dicono: “Pensavo ti fossi fermato.”
No.
Sono solo in fondo agli algoritmi.
Ma sono ancora nei cuori delle persone.
Ed è il posto più bello dove stare.
Non ho mai smesso di voler far ridere.
Facevo ridere il pubblico di una volta
e voglio far sorridere anche chi non mi conosce ancora.
Non sono qui per nostalgia.
Sono qui per gratitudine.
Perché la vera forza non è tornare.
È restare se stessi. Sempre.
E se oggi riuscirò a far sorridere anche una sola persona,
tutto quello che ho vissuto, perso e atteso
avrà avuto un senso.
Grazie a tutti.
Vi voglio bene






