Di seguito un comunicato diffuso dall”Università del Salento:
Due bambini, di tre e cinque anni, deposti fianco a fianco. Uno dei due porta sul cranio i segni inequivocabili di un’operazione chirurgica. Quattromila anni fa, nella città di Djarkutan, nel cuore dell’Asia Centrale, qualcuno sapeva aprire una testa per tentare di guarire. È questa la scoperta straordinaria che la campagna di scavo in corso ha restituito alla missione congiunta dell’Università del Salento, dell’Università Statale di Termez e dell’Istituto Archeologico di Samarcanda.
La sepoltura rivoluziona le conoscenze sulle pratiche rituali e mediche della Civiltà dell’Oxus, la grande cultura che tra la fine del terzo e l’inizio del secondo millennio avanti Cristo dominò l’Asia Centrale e si estese fino alle coste del Golfo Persico. E, soprattutto, documenta per la prima volta in tutta l’Asia un intervento neurochirurgico — probabilmente eseguito per trattare patologie neurologiche, traumi, epilessie o emicranie — che non ha precedenti noti nel continente a quella data.
Djarkutan è il più importante insediamento della Battriana settentrionale. Il progetto di ricerca, avviato nel 2024 sotto la direzione congiunta del professor Enrico Ascalone per l’Università del Salento e del professor Alisher Shaidullaiev per l’Università di Termez, con la collaborazione dell’Istituto Archeologico di Samarcanda guidato dal dottor Komil Rakhimov, adotta un approccio rigorosamente multidisciplinare che sfocia nell’interdisciplinarietà: archeobotanica, archeozoologia, antropologia fisica, paleogenetica, topografia e archeometria concorrono a restituire un quadro completo della vita e della morte a Djarkutan.
Il progetto di UniSalento si è avvalso anche di fondi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del progetto SAFI3, (Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale) finanziato nell’ambito del PNRR M4C1-I3.4 (CUP di progetto: F87G24000360006). Ciò ha permesso di realizzare un vero e proprio “esodo” di studiosi/e e studenti e studentesse del Dipartimento di Beni Culturali nella lontana regione di Termez; la missione, infatti, si compone di 27 studiosi e studiose di UniSalento ai quali se ne aggiungono 13 della Termez State University per una cifra complessiva mai vista, nemmeno nelle missioni storiche ottocentesche che hanno fatto la storia dell’archeologia orientale.
Nella campagna di aprile 2026, gli archeologi hanno portato alla luce una sepoltura doppia contenente i resti di due individui non adulti, di tre e cinque anni, deposti affiancati. Uno dei due presenta chiari segni di trapanazione cranica: un’apertura praticata nel cranio con strumenti di pietra o osso.Si tratta, a oggi, della più antica evidenza di intervento chirurgico documentata in tutta l’Asia Centrale e tra le più antiche di tutta l’Asia: circa 4.000 anni fa, in anticipo di secoli rispetto alle testimonianze finora note nel continente. Le ipotesi degli studiosi indicano come possibile motivazione il trattamento di patologie che colpivano il sistema nervoso — epilessie, emicranie, alterazioni del comportamento — in una cultura in cui la frontiera tra medicina e rituale era probabilmente assai più permeabile di quanto le nostre categorie moderne consentano di immaginare.La scoperta apre interrogativi profondi: quale gruppo di “specialisti” all’interno dell’abitato poteva praticare un intervento del genere? Quale conoscenza anatomica e chirurgica presupponeva un intervento simile? E perché un bambino di cinque anni? Le indagini paleogenetiche e antropologiche in corso nei laboratori di UniSalento forniranno nei prossimi mesi ulteriori elementi per rispondere a queste domande.La cosiddetta Civiltà dell’Oxus, nota anche come Complesso Archeologico della Battriana e della Margiana (BMAC), è una delle grandi culture del Bronzo antico. Fiorita tra il 2500 e il 1500 avanti Cristo, si sviluppò nell’area dell’odierno Uzbekistan, Turkmenistan e Afghanistan settentrionale, con diramazioni fino all’Iran orientale e alle coste del Golfo Persico. Djarkutan ne era uno dei centri più significativi: una città organizzata in quartieri, con architettura monumentale, ceramica di alta qualità e, come oggi sappiamo, pratiche mediche di sorprendente complessità. La regione del fiume Surkhan Darya, fiume tributario del mitologico Oxus, dove sorge Djarkutan, svolse un ruolo importante nelle dinamiche interattive dell’Età del Bronzo che coinvolsero le steppe del nord del Khazakistan, le autonomie politiche dell’Iran orientale (in primis Shahr-i Sokhta), il Tajikhistan e la valle dell’Indo. Questo complesso archeologico seppe affermarsi in modo repentino attorno alla metà del terzo millennio avanti Cristo e, altrettanto improvvisamente scomparire, per cause probabilmente legate a fattori paleoclimatici, con il secondo quarto del secondo millennio a.C.«Djarkutan – commenta il professor Ascalone – continua a sorprenderci. Ogni stagione di scavo sposta un po’ più indietro il confine di ciò che pensavamo possibile. Una trapanazione cranica su un bambino, quattromila anni fa, in Asia Centrale: fino a ieri era impensabile. Oggi è nei nostri dati».









