Di seguito un comunicato diffuso dal coordinamento nazionale docenti delle discipline dei diritti umani:
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo turbamento e dolore per l’omicidio di Bakari Sako, il bracciante agricolo maliano ucciso a Taranto mentre si recava al lavoro nelle prime ore del mattino. Le recenti confessioni rese nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria, insieme alla ricostruzione della dinamica dell’aggressione, impongono una riflessione ampia e non superficiale sul disagio giovanile contemporaneo, sulle dinamiche del branco e sul progressivo indebolimento dei processi educativi ed empatici nelle nuove generazioni.
La vicenda appare particolarmente inquietante non soltanto per la brutalità dell’azione, ma per la modalità emotiva e relazionale con cui essa si sarebbe sviluppata: un gruppo di adolescenti che individua una vittima fragile, la accerchia, la umilia, la insegue, trasformando l’aggressione in una sorta di esperienza condivisa di appartenenza e potere. In questa dinamica emergono alcuni elementi che numerosi studiosi della psicologia sociale e della psicoterapia contemporanea analizzano da anni: la dissociazione emotiva, la perdita del senso dell’altro come persona, la ricerca di identità attraverso la violenza e la fragilità dei processi di costruzione morale negli adolescenti.
Molti autorevoli psicoterapeuti contemporanei — da Massimo Recalcati a Miguel Benasayag, da Vittorino Andreoli a Umberto Galimberti — hanno descritto il rischio di una generazione cresciuta dentro una profonda crisi simbolica, nella quale il limite educativo, l’autorevolezza adulta e il riconoscimento reciproco risultano sempre più indeboliti. Recalcati, in particolare, parla spesso della “evaporazione del padre” come metafora della scomparsa di riferimenti capaci di trasmettere responsabilità, senso del confine e capacità di elaborare il desiderio senza trasformarlo in impulso distruttivo. In assenza di tali contenimenti simbolici, il gruppo può diventare il luogo in cui il singolo adolescente cerca identità, riconoscimento e forza, anche attraverso comportamenti estremi.
Nelle dinamiche di branco si osserva frequentemente una progressiva attenuazione della responsabilità individuale. Il singolo, immerso nel gruppo, tende a percepire meno chiaramente il peso morale delle proprie azioni; il gesto violento viene vissuto come parte di un’esperienza collettiva, quasi come un rituale di appartenenza necessario alla coesione del gruppo stesso. Meccanismi di questo tipo, studiati da decenni nell’ambito della psicologia sociale, risultano oggi ulteriormente amplificati da una cultura dell’esposizione permanente, dalla spettacolarizzazione della violenza e dalla crescente difficoltà di distinguere tra realtà, rappresentazione e ricerca di consenso all’interno delle relazioni sociali e digitali.
L’elemento forse più drammatico di questa vicenda è la possibile incapacità di percepire autenticamente il dolore dell’altro. Numerosi specialisti parlano di “analfabetismo emotivo”: una difficoltà crescente nel riconoscere, nominare e comprendere le emozioni proprie e altrui. Quando questa fragilità si intreccia con rabbia sociale, vuoto identitario, impulsività adolescenziale e modelli aggressivi interiorizzati, il rischio di comportamenti distruttivi aumenta in modo significativo.
Occorre inoltre interrogarsi sul ruolo degli ambienti digitali e sociali nella formazione psichica degli adolescenti. Diversi studiosi contemporanei evidenziano come l’esposizione continua a contenuti violenti, umilianti o fondati sulla logica della sopraffazione possa determinare un progressivo abbassamento della soglia empatica. In contesti segnati da fragilità educativa e impoverimento relazionale, il linguaggio dell’aggressività rischia così di trasformarsi in modalità ordinaria di affermazione personale e di costruzione dell’identità.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene pertanto indispensabile che la scuola rafforzi il proprio ruolo non soltanto istruttivo, ma profondamente formativo e relazionale. Educare ai diritti umani significa oggi lavorare sulle competenze emotive, sulla gestione del conflitto, sull’empatia, sulla capacità di riconoscere l’altro come persona portatrice della stessa dignità. Significa anche ricostruire spazi di ascolto e di parola nei quali gli adolescenti possano elaborare il disagio, la frustrazione, la rabbia e il senso di vuoto che spesso attraversano la loro esperienza esistenziale.
La tragedia di Taranto non può essere archiviata esclusivamente come fatto criminale né ridotta a un episodio isolato di devianza minorile. Essa rappresenta un indicatore allarmante di una frattura educativa, relazionale e culturale che attraversa una parte del mondo giovanile contemporaneo. Punire è necessario sul piano giudiziario; comprendere e prevenire è indispensabile sul piano civile, educativo e sociale.
Di fronte a fenomeni di tale gravità, non bastano interventi emergenziali o risposte esclusivamente repressive. Occorre una strategia educativa strutturale e continuativa capace di ricostruire negli adolescenti il senso del limite, della responsabilità personale e del riconoscimento dell’altro. È necessario rafforzare nelle scuole percorsi permanenti di educazione emotiva, alfabetizzazione affettiva e gestione non violenta dei conflitti, integrando il lavoro didattico con il contributo stabile di psicologi, pedagogisti ed esperti delle dinamiche relazionali adolescenziali.
Allo stesso tempo, appare urgente promuovere una nuova alleanza educativa tra scuola, famiglia, servizi territoriali, associazionismo e istituzioni locali, affinché il disagio giovanile venga intercettato prima che degeneri in comportamenti distruttivi. La prevenzione non può limitarsi al controllo sociale: deve tradursi nella costruzione di contesti nei quali i giovani possano sperimentare ascolto, appartenenza positiva, responsabilità e partecipazione.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene inoltre fondamentale investire in una formazione specifica sul linguaggio dell’odio, sulla cultura della sopraffazione e sull’impatto delle dinamiche digitali nella costruzione dell’identità adolescenziale. In una società sempre più esposta alla semplificazione aggressiva delle relazioni umane, educare all’empatia diventa una priorità democratica oltre che pedagogica.
Bakari Sako era un lavoratore che stava andando al lavoro all’alba. La sua morte interpella profondamente le coscienze e impone una domanda collettiva: quale idea di umanità stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? La risposta non può essere affidata soltanto ai tribunali, ma deve tradursi in un impegno educativo condiviso, capace di restituire centralità alla dignità della persona, al valore della vita umana e alla responsabilità etica delle relazioni sociali.






