Di seguito un comunicato diffuso da Energheia:
“Il Fascismo a Matera” di Alfonso Pontrandolfi
Continua il lavoro dell’associazione culturale Energheia di edizione digitale di libri e documenti di grande interesse culturale a cura di Domenico Scavetta e Felice Lisanti. Ancora una volta è un libro di Alfonso Pontrandolfi “Il Fascismo a Matera” pubblicato dalla Deputazione di Storia Patria per la Lucania nel 2001. Si tratta di un lavoro “lungo e molecolare”, di “scavo archivistico” e di accurata analisi che l’autore consegna alla pubblica fruizione. Un importante contributo di ricostruzione e conoscenza del periodo fascista a Matera che vide da subito l’adesione incondizionata, soprattutto dopo l’assunzione della direzione del governo da parte di Mussolini, dei diversi raggruppamenti politici prevalentemente conservatori presenti nella nostra città.
Giovedì 15 Gennaio presso l’Archivio di Stato alle ore 18,00, incontro con l’autore Alfonso Pontrandolfi che si confronterà con Angelo Bianchi.
Breve sintesi a cura di Michele Morelli
La borghesia agraria e professionale materana che si era formata dopo l’Unità d’Italia si presentava prevalentemente chiusa su se stessa, senza significativi contatti culturali e politici con il mondo esterno. Secondo Alfonso Pontrandolfi, le ragioni profonde del ritardo della nascita di un movimento politico-sindacale, rispetto a quanto era avvenuto in quello stesso decennio nella città di Potenza e nell’area dell’Alto Bradano-melfese, vanno forse ricercate nell’assenza di ceti medi operai e impiegatizi, così come nella mancata distribuzione della proprietà fondiaria (basti pensare che agli inizi del secolo scorso oltre il 40% dell’agro materano rimaneva di proprietà ecclesiastica). Tutto ciò aveva impedito il formarsi di un movimento di rivendicazione collettiva della terra. In assenza di movimenti popolari tali da scuotere le coscienze anche della borghesia più illuminata, l’evoluzione politica nei primi anni del Novecento rimase limitata nell’ambito di un pensiero liberale sostanzialmente moderato. Le dinamiche politiche locali spaziavano, così, dal conservatorismo, ancora intriso di clericalismo, al liberal-democraticismo con continui trasferimenti di persone e gruppi dall’uno all’altro schieramento.

Il 7 novembre 1920, dopo 4 anni di gestioni commissariali, finalmente si va al voto amministrativo e grazie alla forte contrapposizione tra i “De Ruggieri” e i “D’Alessio”, vincono per la prima volta i socialisti con una lista composta da contadini e operai. Nelle contemporanee elezioni provinciali i socialisti vinsero e elessero il giovane dirigente del partito, avv. Michele Bianco. Accadde, in pratica, che i due partiti, De Ruggieri e D’Alessio, proprio a causa della persistente forte contrapposizione, si annullarono reciprocamente. La maggioranza dei 24 consiglieri elesse quindi all’unanimità a sindaco Francesco Paolo Montemurro. L’elezione di una maggioranza socialista non fu accolta bene dagli ambienti Prefettizi. Così si esprimeva il Sottoprefetto sulla figura del nuovo Sindaco appena eletto: “Già pastore e ora venditore di vino, è persona di mediocre condotta morale, ha scarsa istruzione. Egli appartiene alla locale sezione socialista, fu arrestato il 6 maggio per attentato alla libertà del lavoro, per eccitamento all’odio di classe, istigazione a delinquere, in seguito alla sommossa dello scorso maggio”. La vittoria socialista nelle elezioni amministrative rappresentò un vero e proprio affronto per tutto il blocco conservatore e reazionario presente in città. Andò quindi maturando, nell’ambito della borghesia agraria grande e piccola, della borghesia professionale e dei ceti medi, il convincimento di doversi difendere dal pericolo del “sovversivismo rosso”. Proprio intorno al nuovo capo del Governo, del Giolitti, si andava costituendo, infatti, una sorta di blocco d’ordine, nazionalista e conservatore, a cui aderì immediatamente D’Alessio.
Intanto, i Fasci Italiani di Combattimento, costituiti da Mussolini nel marzo 1919 con un’impronta di rivoluzionarismo di sinistra, al congresso del maggio 1920 cambiarono pelle diventando un movimento proiettato decisamente verso destra. Al posto degli elementi di sinistra della prima deludente fase dei fasci “incominciarono ad affluire elementi nuovi, di diversa origine sociale e di diverso orientamento politico, che vedevano nel movimento fascista soprattutto uno strumento di azione antisocialista e antipopolare…”. Nel contesto di questa generale evoluzione politica, nel dicembre 1920, riconosciuto solo nel gennaio 1921, fu costituito a Matera il primo Fascio di Combattimento regionale seguito, subito dopo, da quello di Irsina. Il fascio materano fu istituito certamente in funzione antisocialista. I primi aderenti (meno di cinquanta) appartenevano tutti alla borghesia agraria e al ceto medio. Il primo segretario politico dell’appena costituito fascio fu Michele Maglione. In una lettera aperta invitava i “de Ruggieri” e i “D’Alessio” ad aderire “alla causa nostra che è causa di tutti” per combattere i “rossi sovversivi”, traditori della Patria.
E fu proprio allora, sulla base di questi presupposti, che la violenza, insita nella prerogativa dei ceti agrari, diventò violenza squadristica e mostrò altresì l’intolleranza a qualsiasi potere democratico che potesse minimamente intaccare la rendita o le posizioni sociali minacciate dall’avanzata socialista. Fu così che già qualche giorno dopo la costituzione del fascio, la sera del 13 febbraio, la manifestazione del partito socialista che si doveva tenere in piazza Municipio con un comizio del dirigente regionale Attilio Di Napoli, fu fortemente disturbata da gruppi di fascisti che ne impedirono lo svolgimento. La mattina successiva una numerosa squadra di mazzieri fascisti assaltò la Camera del Lavoro.
Nelle stesse ore un corteo “composto di fascisti militanti” si recò al Municipio cacciandone gli impiegati, requisendone le chiavi e chiudendolo. Il corteo si recò quindi dal Sottoprefetto al quale consegnò le chiavi del Municipio e chiese la nomina immediata di un commissario prefettizio nonché lo scioglimento del Consiglio Comunale. Da quel momento in poi le aggressioni saranno sempre più frequenti, complici il vice prefetto e le forze dell’ordine. Nei giorni successivi la sede della sezione socialista fu incendiata con il ferimento di Eustacchio Latorre. Dopo la violenza subìta nella Camera del lavoro, i dirigenti socialisti si allontanarono definitivamente da Matera. Michele Bianco in una prima fase, si rifugiò a Miglionico, suo paese natale, senza più fare ritorno a Matera.
Le cosiddette “spedizioni punitive” dello squadrismo fascista si estese anche in provincia. L’episodio più grave si verificò a Ferrandina con l’uccisione del sindaco socialista Nicola Montefinese. Alfonso Pontrandolfi ci ricorda che a Matera non ci fu alcuna denuncia politica da parte dei “deruggieriani”. Iniziò così l’incubazione del fascismo nella nostra città e il suo progressivo espandersi nelle altre aree della Basilicata. La tendenza da parte delle autorità periferiche a favorire i fascisti nella campagna elettorale era ormai un dato di fatto. A giugno del 1922 venne costituita la Federazione Provinciale del partito fascista, cominciò allora, in ogni realtà locale, una sorta di gara all’iscrizione al partito. Una grande operazione di trasformismo della vecchia classe dirigente.
Scomparso l’attivismo socialista, dopo la marcia su Roma e la conseguente nomina di Mussolini a capo del governo, la borghesia agraria e professionale materana abbandonò definitivamente qualsiasi ipotesi di riformismo “nittiano”, di popolarismo cattolico, di conservatorismo illuminato di Giustino Fortunato. Con le elezioni plebiscitarie del marzo 1929 si concluse in maniera definitiva il processo di normalizzazione della vita cittadina nel regime fascista. Anche la chiesa si adeguò presto ai dettami del regime. L’arcivescovo Pecci e soprattutto l’abate Marcello Morelli non perdevano occasione per elogiare il regime. Negli anni successivi numerose furono le occasioni pubbliche nelle quali l’arcivescovo Pecci “si fece pubblico interprete della gratitudine che Matera cattolica nutriva per il governo nazionale”.
Sono continuamente rintracciabili i segni della gratitudine verso il regime fascista da parte dell’abate Morelli, così si espresse nella sua “Storia di Matera” a proposito del rapporto della città con il regime quasi a voler giustificare la sua piena adesione al fascismo: “Quando poi, con la marcia su Roma, il Regime prevalse e alla città fece dono dell’acqua, e, dono più prezioso e sostanzioso, le ridiede la Prefettura con tutti i suoi benefici effetti d’accresciuta dignità politica e d’aumentato lavoro, Matera, almeno per debito di riconoscenza, si strinse intorno al Fascio Littorio e plaudì alla dittatura, senza pur sospettarne le conseguenze” ( della serie il fascismo ha fatto anche cose buone).
Nel ’36 in piena guerra civile spagnola, l’arcivescovo Pecci non perse occasione per manifestare la propria gratitudine verso il regime fascista difensore della cristianità. In altri termini, mentre nelle altre diocesi della regione, Tricarico, Potenza, Melfi, Muro Lucano, i vescovi tendevano a ignorare ogni riferimento al regime nelle loro circolari o lettere pastorali, a Matera l’arcivescovo Pecci tendeva, invece, a far coincidere il suo integralismo religioso con l’azione salvatrice del regime fascista.
Complessivamente, nei paesi del materano, dal ’26 al ’43 i confinati politici furono 888 e fra essi noti oppositori come Carlo Levi e Camilla Ravera, ma soprattutto sconosciuti cittadini provenienti da tutte le regioni. Nella colonia agricola di Pisticci, che funzionò dal ’39 al ’43, furono internati oltre 1.672 persone. I casi di condanna al confino di cittadini materani furono soltanto tre. Il caso più espressamente politico fu la condanna, nel 1939, dell’ormai anziano Luigi Loperfido, il “Monaco bianco”. I “sovversivi” schedati dalla Questura di Matera furono 345, molti dei quali provenienti dai paesi dove più forte era stata la presenza socialista o repubblicana (Irsina e Pisticci, Bernalda, Montalbano, Grassano, Tricarico, Miglionico). I “sovversivi” materani furono soltanto 14, per lo più classificati come socialisti. Quasi tutti, a metà degli anni Trenta, vennero “radiati” dall’elenco per buona condotta.
Le personalità che avevano animato la vita politica e culturale negli anni precedenti all’avvento del fascismo, come Domenico Ridola e Raffaele Sarra, si lasciarono inglobare nel nuovo regime accettandone il sistema di regole; altri, come Nicola De Ruggieri e Vincenzo Latronico, che avevano svolto un ruolo di primo piano nella vita politica e civile materana, si chiusero nel più assoluto silenzio; altri ancora, come Donato Leone e Michele Bianco, potenziali fautori di un radicamento del movimento socialista, erano lontani da Matera pur continuando nell’attivismo politico che, nel caso di Michele Bianco, significò anche – come si è detto – la persecuzione e la condanna al confino.
Nel dopoguerra, la Delegazione per la provincia di Matera dell’Alto Commissario per l’Epurazione istruì per l’intera provincia 90 casi di persone che avevano rivestito incarichi di: segretari federali, vice segretari federali, ispettori federali, segretari politici comunali, seniori della milizia, squadristi, fasce littorio, marcia su Roma, ecc. Solo 42 riguardavano persone residenti a Matera. Ben presto, però, prevalse un atteggiamento meno rigoroso che portò a una quasi generale archiviazione fino all’amnistia voluta nel luglio 1946 dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti.
Per quanti non hanno voglia di dimenticare, il libro di Alfonso Pontrandolfi ci aiuta a mantenere viva la memoria e la genesi del 21 settembre del 1943.






