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“Resto al Sud” 2019, luci e ombre sui finanziamenti per giovani imprenditori Il rischio di uno strumento di mera propaganda

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Di Benedetta Dentamaro:

 

La legge di bilancio 2019, approvata qualche giorno fa, ha introdotto due importanti modifiche a “Resto al Sud”, il programma di incentivi per nuove attività imprenditoriali nel Mezzogiorno introdotto nel 2017 dal governo Gentiloni: il limite di età per beneficiare dei finanziamenti passa da 36 a 46 anni non compiuti (per coprire il lavoro sommerso e le vittime di crisi aziendali), e rientrano nelle attività ammesse a finanziamento anche le professioni liberali.
Questo programma fu lanciato dal decreto legge 91/2017 a favore del Mezzogiorno per incentivare l’imprenditoria giovanile nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.
Secondo l’agenzia del Ministero dello sviluppo economico Invitalia, che gestisce il progetto, i fondi erogati nel 2018 hanno permesso la nascita di oltre 2.200 imprese e la creazione di più di 8.200 posti di lavoro, concentrandosi in particolare nel settore turistico-culturale (47%), e a seguire nel manifatturiero (23%) e nei servizi alla persona (15%).
È tutto oro ciò che luccica?
Il programma è attraente: sono disponibili complessivamente 1,25 miliardi di euro per finanziare fino a 50.000 euro per progetti individuali e 200.000 euro per le società.
Sull’importo del progetto, il 35% viene versato a fondo perduto. Tuttavia, sono escluse alcune categorie di costi, tra cui il personale dipendente e spese notarili, imposte e tasse.
Il restante 65% del finanziamento viene erogato attraverso mutuo agevolato garantito dallo Stato, che deve essere rimborsato in 8 anni.
Qui sorgono i primi intoppi, perché il mutuo può essere concesso solo dalle banche convenzionate con Invitalia-ABI, tra cui appaiono anche Monte dei paschi di Siena, Carige, Unicredit e Banca Apulia, che non navigano in ottime acque.
Inoltre, la concessione del mutuo è una pre-condizione per ottenere il finanziamento governativo. La procedura è la seguente.
L’interessato può presentare domanda senza limiti di tempo ma esclusivamente tramite la piattaforma online di Invitalia, che, preliminarmente, richiede alcuni parametri per verificare l’ammissibilità al contributo; in assenza di questi, la procedura non viene avviata.
In caso di approvazione del progetto, l’aspirante imprenditore deve trasferire la residenza nelle regioni ammissibili entro 60 giorni dall’esito della domanda (120 per chi è all’estero) – e mantenervela per tutta la durata del finanziamento -, avviare l’attività e procurarsi il mutuo bancario entro 180 giorni. Infatti, la prima tranche del finanziamento governativo può essere richiesta solo se si è realizzato almeno il 50% del progetto e si è già ricevuto il mutuo bancario.
Tuttavia, non tutte le banche convenzionate praticano gli stessi tassi di interesse (cui si aggiunge lo spread), rispettano la tempistica indicata o sono disponibili ad accordare un mutuo a un giovane (almeno, non senza adeguate garanzie). Per esempio, già a settembre Invitalia ha inviato formale diffida all’Istituto di Credito BCC Centro Calabria per assicurare il rispetto della convenzione.
La valutazione del progetto avviene in termini brevi, appena 60 giorni, in due fasi: la prima di verifica dei requisiti di ammissibilità; e la seconda nel merito. Questa è la più nebulosa, perché consiste in un colloquio con l’intero team proponente per esaminare le competenze dei soci e la fattibilità economico-finanziaria del progetto. Se anche un solo socio non partecipa al colloquio, la domanda viene respinta. Al termine del colloquio viene attribuito un punteggio. Tuttavia, i vademecum di Invitalia su come presentare la domanda e su come si svolge il colloquio non specificano i criteri di notazione. Inoltre, poiché non viene stabilita una graduatoria delle domande pervenute, ma semplicemente un progetto può essere approvato o respinto fino a disponibilità dei finanziamenti, Invitalia gode di una certa discrezionalità in sede di valutazione.
La realizzazione dei progetti deve essere ultimata entro ventiquattro mesi dal provvedimento di concessione, termine che appare inadeguato a progetti che prevedono opere edili.
Quanto alle novità introdotte dalla legge di bilancio, l’inclusione delle libere professioni era attesa (mentre restano fuori incomprensibilmente le attività commerciali). Tuttavia, non sono ammessi a contributo i professionisti già titolari di partita Iva nell’anno precedente la presentazione della domanda, circostanza abbastanza probabile per gli over 30 fino al nuovo limite di età di 46 anni.
Il quadro generale è quello di un iter non troppo accessibile, soprattutto ai più giovani ai quali il programma si rivolge, come confermano le statistiche.
Secondo i dati pubblicati da Invitalia, l’aspettativa di approvazione di un progetto è di una domanda su tre circa: su 5.604 domande presentate dall’apertura del bando (15 gennaio 2018), solo 2.176 sono state approvate al 3 gennaio scorso.
Circa la metà delle domande approvate è presentata da candidati ultra-trentenni, e di questi poco meno della metà sono donne.
La scarsa partecipazione o riuscita dei giovanissimi è, probabilmente, riconducibile ai criteri di valutazione, che comprendono
titoli e certificazioni possedute, e capacità dell’iniziativa di presidiare gli aspetti del processo tecnico-produttivo e organizzativo; in altri termini, è necessario avere un’esperienza alle spalle. Inoltre, sono ammissibili soltanto le nuove attività imprenditoriali (non anche quelle già in corso al 21 giugno 2017), per le quali vengono considerate le potenzialità del mercato di riferimento, il vantaggio competitivo dell’iniziativa e relative strategie di marketing, la sostenibilità tecnico-economica dell’iniziativa. Tutti elementi che possono scoraggiare la partecipazione, soprattutto considerato che non sono finanziabili costi di consulenza (tuttavia, in ogni regione sono presenti enti accreditati ad assistere gratuitamente alla presentazione delle domande).
Solo un vincitore su tre possiede un titolo di studio universitario, ma questo dato è destinato ad aumentare con l’apertura del bando ai liberi professionisti.
Le cifre confermano la tendenza del precedente biennio in Italia, dove il tasso di imprenditorialità giovanile era sensibilmente inferiore rispetto alla media UE: 4,4% contro 6,7% secondo la quarta relazione congiunta della Commissione europea e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) “The Missing Entrepreneurs 2017”. La relazione prendeva ad esempio l’iniziativa “SELFIEmployment” per i giovani imprenditori italiani, sostenuta dalla Garanzia per i giovani dell’UE. E il Rapporto trimestrale sulla Garanzia Giovani, aggiornato al 30 giugno 2017, rilevava che solo lo 0,4% dei beneficiari di una misura di Garanzia Giovani avrebbe scelto l’Autoimprenditorialità.
Benché le misure che favoriscono l’imprenditoria tra i gruppi svantaggiati (le donne, i giovani, gli immigrati, i disoccupati e gli anziani) siano essenziali per contrastare l’esclusione sociale, queste categorie non guardano con ottimismo all’attività di impresa, soprattutto perché si sentono abbandonate nella fase successiva all’avviamento.
La moltiplicazione di incentivi, spesso sovrapponibili tra loro, in assenza di misure di accompagnamento nell’esercizio dell’attività, rischia di fare di “Resto al Sud” uno strumento di mera propaganda.




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