Nella foto, il fiume Ombrone nel grossetano. Come soprattutto l’Arno, il Bisanzio e altri corsi d’acqua minori, a causa di piogge dal 4 novembre 1966 per tre giorni, piogge quasi senza precedenti, straripò. Fu la morte e la distruzione. L’alluvione di Firenze, sessanta anni fa. Gli angeli del fango, che da tutto il mondo arrivarono nel capoluogo regionale ma anche fino alla Maremma, per soccorrere e mettere in salvo persone e patrimonio culturale.
Chi scrive aveva poco più di un anno. Marina di Grosseto, palazzina di tre piani, casa al terzo piano. La mamma di chi scrive racconta tuttora di quando la sorella poco più grande di chi scrive rimase stupita nel vedere una scopa “camminare”, trasportata dall’acqua che era arrivata al livello del secondo piano. Il latte per i bambini della minuscola frazione maremmana veniva calato dall’alto, come altri aiuti, da parte dei militari della base aeronautica.
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Di Agostino Convertino:
Sessant’anni fa, la notte tra il 3 e il 4 novembre 1966, l’Italia fu colpita da una eccezionale ondata di maltempo che si accanì sul Nord-Est e devastò la Toscana. Si verificò una singolarità atmosferica: un fronte freddissimo dall’Atlantico – insolito per il periodo autunnale – si insinuò sul Mar Tirreno e impattando col Mediterraneo ancora tiepido generò una possente perturbazione ciclonica che rimase inchiodata da una bassa pressione che stazionava sull’Albania. Per 24 ore filate, questo gigante cresciuto dal nulla martoriò un’area interessata dai fiumi Arno, Bisenzio, Ombrone e Sieve. Un grande bacino idrografico riversò milioni e milioni di metri cubi di fango nei territori circostanti.
In Italia erano visibili solo due canali televisivi in bianco e nero che trasmettevano dalle 17 alle 23 mentre il coprifuoco per i bambini coincideva con la messa in onda de “Carosello” ma quella notte, nonostante l’assenza di notizie, gli italiani compresero che qualcosa di eccezionale si era abbattuto sulla penisola. Ma solo il giorno dopo avrebbero percepito la reale portata di un evento che ricordava l’effetto di uno tsunami: cinque metri d’acqua in alcuni punti del capoluogo toscano, erogazione di elettricità, gas e acqua potabile interrotta, 35 vittime e l’immenso patrimonio artistico insidiato da detriti, acqua e fango. E mesi di duro lavoro per ripristinare la normalità.
Le immagini di quella tragedia – che fecero il giro del mondo – provocarono un miracoloso risveglio di solidarietà che si rivelò fondamentale nella fase dei soccorsi gestiti dall’apparato statale di una giovane repubblica che stava uscendo – a fatica – dall’orrore della guerra mondiale. Li chiamarono “Gli Angeli del Fango”, migliaia di giovani accorsi da ogni parte d’Italia e del mondo per salvare la città considerata la culla del Rinascimento.
Ricordare, 60 anni dopo, avvenimenti sbiaditi dal tempo e relegati solo nella memoria della generazione “boomers” potrebbe apparire un esercizio retorico, o peggio statistico, anche perché una autentica coscienza ecologista non era ancora diffusa all’epoca dei fatti. Lo sarebbe stata con l’avvento del movimento hippie che impresse una spinta planetaria alle coscienze, sprigionando nuove idee circa il rapporto tra umanità e natura.
Il rifiuto del consumismo sfrenato era il seme che fece germogliare la consapevolezza che alla base dei (futuri) cambiamenti climatici c’era uno sfruttamento politicamente scorretto delle risorse naturali. Si pensi che – nel 2026 – già alla data del 30 luglio la civiltà ha superato il tetto dello sfruttamento del pianeta indebitandosi nei confronti della Terra. Eppure nel mondo si continua a combattere – a viso scoperto – per la supremazia energetica basata su petrolio e gas.
Dopo un’estate rovente come quella appena conclusa, dopo una inquietante catena di fenomeni meteorologici culminati nel disastro tra Nepal e Tibet, è il caso di ricordare che nel 1966 già si cominciava a calcolare il numero di anni dopo cui l’ecosistema avrebbe cominciato a collassare. Quel momento è oggi.
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Di seguito un comunicato diffuso da Sigea:
“A 60 anni dall’alluvione di Firenze, siccità e bombe d’acqua. Siamo a ottobre inoltrato e fa ancora caldo, troppo caldo. E fra una decina di giorni ricorderemo la famigerata alluvione di Firenze in cui arrivò troppa pioggia ha affermato Federico Preti, docente di Idraulica, Ingegnere Naturalista, presso l’Università di Firenze, appena riconfermato alla guida nazionale dell’Associazione Italiana per l’Ingegneria Naturalistica – e ci possiamo aspettare bombe d’acqua come effetto del cambiamento climatico. Cosa possiamo fare per affrontare le due facce della stessa medaglia (siccità e alluvioni)?
Trattenere e rallentare l’acqua a monte, manutenere il territorio dei bacini idrografici con opere basate sulla natura (NBS), consumare meno suolo, prevenire il rischio invece di ricostruire dopo che i danni si saranno verificati (con risparmio fino a 10 volte)
L’Ingegneria Naturalistica è proprio questo: interventi per rendere più sicuro il territorio, recuperando paesaggj degradati, come previsto dalla Legge per la Nature Restoration (NRL).
Dovevamo e dobbiamo continuare a investire sulle Sistemazioni Idraulico-Forestali a cui si destinava il 40% di risorse per difendere Firenze dopo il 1966, passando al 4% negli anni 2000 e oggi praticamente alle sole dichiarazioni di intenti”.
E a Novembre proprio la Sicilia, recentemente interessata dai fenomeni sismici e vulcanici ma anche terra colpita dagli effetti evidenti dei cambiamenti climatici, sarà Laboratorio Internazionale della Nature Restoration Law, il 5 e 6 Novembre.
L’iniziativa, promossa dall’Ente Parco dei Nebrodi, dall’Università degli Studi di Palermo e dall’Associazione Italiana per l’Ingegneria Naturalistica (AIPIN), con il sostegno dell’Assessorato Territorio e Ambiente della Regione Siciliana, testimonia il ruolo centrale della collaborazione tra istituzioni, ricerca e professioni nella costruzione di modelli di intervento capaci di rispondere alle sfide ambientali del nostro tempo.
“E’ il momento di confrontarsi sulle prospettive future. Tutti noi abbiamo visto cosa sia accaduto a Niscemi, ad esempio. Dunque la Sicilia che è al centro del Mediterraneo, dove i cambiamenti climatici si stanno manifestando in tutta la loro evidenza, sarà Laboratorio della Nature Restoration Law. Esperti da tutto il Mondo si confronteranno ad esempio su strategie per il recupero, ripristino e restauro degli habitat – ha concluso Preti – soluzioni innovative NBS (Ingegneria Naturalistica 2.0) e uso di specie autoctone, tecniche per la gestione del paesaggio agro-forestale, la prevenzione e la mitigazione del rischio idrogeologico, sull’impiego di specie resilienti per la forestazione urbana e la rigenerazione delle aree degradate, aspetti pedologici, geologici e valorizzazione dei geositi”.








