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Parolacce e plurilinguismo: dall’altamurano all’Europa Libro di Giovanni Mercadante edito da Giuseppe Laterza

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Di seguito il comunicato:

La scuola può ignorare le parole che gli studenti utilizzano fuori dall’aula? Quelle delle chat, dei social, delle canzoni, dei videogiochi, dei gruppi di amici e della strada? Secondo la prospettiva proposta da Giovanni Mercadante in Parolacce e Plurilinguismo, la risposta passa attraverso una parola fondamentale: conoscenza.

Esiste infatti una lingua che i ragazzi portano a scuola ogni mattina, anche quando nessun insegnante la vede scritta sulla lavagna. È la lingua delle conversazioni quotidiane, dei social network, delle chat, della musica e degli ambienti digitali: una lingua dinamica, creativa e in continua trasformazione, nella quale compaiono anche espressioni considerate volgari, offensive o inappropriate.

Ignorarle non significa farle scomparire. Significa rinunciare a comprenderle. È da questa consapevolezza che nasce una delle riflessioni centrali del volume: il linguaggio popolare non è soltanto un insieme di parole da censurare, ma un fenomeno linguistico, sociale, culturale e psicologico che può diventare anche materia educativa.

Dalla linguistica generale alla lingua vissuta

Per comprendere questa prospettiva è utile richiamare alcuni grandi riferimenti della linguistica moderna. Con Ferdinand de Saussure, la lingua viene studiata come un sistema di segni e di relazioni. La distinzione tra langue e parole permette di osservare, da una parte, il sistema condiviso da una comunità e, dall’altra, la sua concreta realizzazione nelle situazioni comunicative.

È proprio nella lingua vissuta che emergono le trasformazioni sociali, generazionali e culturali. La sociolinguistica, da William Labov in poi, ha mostrato quanto la variazione linguistica sia legata ai gruppi sociali, alle situazioni e ai processi di cambiamento. Le parole, dunque, non vivono isolate: cambiano insieme alle comunità che le utilizzano.

Da questa prospettiva anche una “parolaccia” può diventare un oggetto linguistico da studiare: per la sua origine, per il suo significato, per il contesto nel quale viene pronunciata e per l’effetto che produce.

 

 

La parola come identità

Un ragazzo che utilizza una determinata espressione non comunica necessariamente soltanto un contenuto. Può manifestare appartenenza, complicità, ironia, distanza dall’adulto o desiderio di distinguersi. Internet ha accelerato questi processi. Un termine può nascere in un ambiente ristretto, diffondersi attraverso i social e diventare rapidamente riconoscibile da una generazione.

Espressioni come “bro”, dall’inglese brother, oppure “maranza” e “maranzina”, possono essere osservate non soltanto come vocaboli, ma come fenomeni linguistici collegati a identità, appartenenza e percezione sociale.

La lingua diventa così una sorta di carta d’identità invisibile. Il plurilinguismo, inoltre, non riguarda esclusivamente chi parla più lingue. Comprende anche la capacità di muoversi tra dialetti, italiano standard, linguaggi giovanili, gerghi, linguaggi professionali e comunicazione digitale.

Ma una parola può anche ferire

Il riconoscimento del valore linguistico di una parola non significa ignorarne le conseguenze.   Una stessa espressione può essere uno scherzo o uno sfogo, ma in un altro contesto può trasformarsi in umiliazione, esclusione o aggressione verbale.

Il suo effetto dipende dalla situazione, dalla relazione tra i parlanti, dal destinatario, dall’intenzione comunicativa e dalle conseguenze prodotte. È qui che il linguaggio incontra il tema del bullismo e della responsabilità educativa.

Prima dell’esclusione può esserci un’etichetta; prima dell’umiliazione può esserci una parola ripetuta per definire una persona davanti agli altri. La parola può quindi diventare anche uno strumento di potere.

Conoscere  non significa usare

È probabilmente questo il punto pedagogico più importante di Parolacce e Plurilinguismo. Studiare una parola non significa insegnare a usarla. Significa insegnare a riconoscerla e a comprenderne la funzione.

La competenza linguistica non consiste soltanto nel conoscere la grammatica. Significa anche sapere che cosa dire, a chi, quando, come e con quale effetto. La riflessione di Dell Hymes sulla competenza comunicativa offre, in questo senso, una prospettiva particolarmente significativa: parlare una lingua significa anche saperla utilizzare in modo adeguato alle diverse situazioni sociali.

La domanda educativa, allora, non dovrebbe essere soltanto: “Questa parola è giusta o sbagliata?”. Dovrebbe diventare: “In quale contesto viene utilizzata? Che cosa comunica? A chi? E quali conseguenze può produrre?”

La scuola davanti alla lingua che cambia

La sfida educativa è quindi più ampia della semplice correzione di un linguaggio considerato scorretto. La scuola può aiutare gli studenti a comprendere perché una parola può essere appropriata in una situazione e inaccettabile in un’altra.

La parola della strada può entrare nell’aula non per essere celebrata e neppure semplicemente censurata, ma per essere analizzata.

Si può studiarne l’origine, ricostruirne la storia, confrontarla con altre lingue e varietà, osservare come cambia il significato e riflettere sugli effetti che produce. In questa prospettiva, l’educazione linguistica diventa anche educazione alla cittadinanza.

Un percorso tra università, professione e lingue

La particolarità del lavoro di Mercadante risiede anche nell’incontro tra la sua attività professionale di traduttore e le competenze maturate nell’ambito della filologia, della sociolinguistica, della linguistica applicata e della psicolinguistica. La parola viene così osservata contemporaneamente come documento storico, fenomeno sociale, oggetto scientifico, strumento comunicativo e realtà capace di produrre effetti psicologici.

Il percorso del volume parte dall’altamurano, attraversa il napoletano e il siciliano, arriva all’italiano e si estende all’inglese, al francese e al tedesco, mostrando come le parole possano modificarsi quando cambia la comunità che le utilizza.

Il progetto ha trovato la fiducia dell’editore Giuseppe Laterza di Bari. Il Diploma d’Onore e la Menzione Speciale, ricevuti il 13 settembre 2026 al XXIX Concorso Internazionale “Città di Bitetto”, rappresentano inoltre un ulteriore momento nel percorso dell’opera

La libertà di scegliere

Parolacce e Plurilinguismo non propone di sostituire il divieto con il principio secondo cui “tutto è permesso”. Propone piuttosto di sostituire il divieto inconsapevole con la consapevolezza.

Un parlante competente non è colui che conosce soltanto le parole eleganti, ma colui che sa riconoscere registri, contesti, intenzioni, destinatari e conseguenze. Alla fine, il messaggio è semplice soltanto in apparenza: conoscere tutte le parole non significa doverle usare tutte. Significa essere liberi di scegliere quelle più appropriate.

Ed è forse proprio questa la forma più alta di educazione linguistica: trasformare la conoscenza della lingua in capacità di scelta, e la capacità di scelta in responsabilità.

 



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