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Fegatino e non solo. Le sagre di Crispiano Ricordi

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Di Franco Presicci:

Le sagre di Crispiano. Il corso principale della città è tornato ad essere invaso da fumi e profumi: è la Sagra del Fegatino, alla quale qui non si rinuncia. È una festa grande, che si svolge da anni e per parteciparvi la gente arriva anche dai paesi vicini, non soltanto per gustare la delizia, ma anche per godere l’atmosfera. Dai balconi famiglie, parenti con l’aggiunta di amici ammirano la ronda sottostante, aspettando il ritorno della persona incaricata del rifornimento. Dalle bancarelle allineate sulla strada con lampade policrome anche gli artigiani contrattano con i clienti il prezzo del loro manufatto e qua e là i figuranti dei vecchi mestieri che portano un po’ l’aria di una volta, quando s’innalzava anche a Crispiano l’albero della cuccagna e arrivava la giostra che catturava l’attenzione dei bimbi elettrizzati dal rumore irritante delle trombette.

I macellai sprizzano gioia, indaffarati attorno alle griglie, che qualcuno ha collocato fuori del negozio, qualche altro cede al grido “Viva il fegatino”, che attira i forestieri e fa esultare la folla. C’è chi accenna a una danza, suscitando sorrisi di simpatia, e chi alza lo sguardo attirato da qualche panno esposto come bandiera su una ringhiera. Ben venga questa festa che scaccia i pensieri cattivi e genera una ventata di allegria. Dio sa se ne abbiamo bisogno in questi tempi con echi e bagliori sinistri. In mezzo a una siepe umana Vito Santoro, virtuoso della fisarmonica – che ha resuscitato la serenata e come un menestrello racconta le tradizioni e i costumi invecchiati o scomparsi – regala brani che colpiscono il cuore.

WhatsApp Image 2026 08 01 at 17.48.55Quante cose si fanno inneggiando al fegatino: un re, i cui sudditi si entusiasmano al suo odore. Luci, voci, scintille, anche applausi per le interiora di agnello che stuzzicano il desiderio. E per me un ricordo amaro: Michele Annese (foto home page, ndr.) in attesa del suo turno davanti a una beccheria, io lo ritraggo con il telefonino e sul balcone di Antonietta, la suocera (volata via prima di lui) i figli, i nipoti con l’acquolina in bocca. Già, Michele. È grazie a lui che sono venuto la prima volta in questo centro laborioso, avido di crescita culturale, sensibile alle iniziative che aiutano le sue aspirazioni, oggi soddisfatte dall’Università del Tempo Libero e del Sapere, guidata sapientemente da Silvia Laddomada, come faceva ieri la Biblioteca “C. Natale”, pilotata dal marito, ricco di idee, instancabile, colto, generoso, stroncato dal “materiale” micidiale. Se non fosse stato per questo killer spietato, lui sarebbe ancora qui a ideare, progettare, realizzare, partecipare alla Sagra del Fegatino e a quella del peperoncino piccante, altro sovrano indiscutibile che ha avuto e continua ad avere come fedeli uomini di Stato, capitani d’industria e intellettuali. Se ricordo bene, anche Mao tsè-tung aveva una passione per la spezia.

Pure a quella festa andavo con Michele e gli “chef” che cucinavano negli “stand” ci offrivano piatti di pasta e fagioli con il peperoncino, ma noi ringraziavamo e passavamo avanti: avevamo già onorato la tavola dello psicopompo crispianese. Anche questa celebrazione ci piaceva e apprezzavamo, tra gli altri, il cestaio che a un incrocio intrecciava vimini, salici o giunchi per fare cestini. Era Antimo Calò di Oria, che eseguiva piccoli capolavori.

Peccato che sia durata soltanto un anno la Sagra della lumaca, inventata dal dottor Liuzzi, che le allevava in strisce di terra protetta da insidie esterne finché non è arrivato il flagello della siccità.

La Sagra del Fegatino è per me l’apoteosi della prelibatezza, con tutto il rispetto per le persone che non lo amano; e per quelli che non apprezzano il peperoncino, incuranti di chi lo sparge ovunque, sulle friselle e addirittura sulle mozzarelle e sul gelato, nel caffè. I gusti sono gusti e onore a chi è lontano dai nostri.

Purtroppo non ho potuto essere presente all’edizione di quest’anno (negli ultimi giorni di luglio), ma negli anni passati non me le sono lasciate scappare, quelle fragranze. Andavo in sollucchero quando prendevo la via per Crispiano da Martina, parcheggiavo nel primo posto libero e a piedi mi dirigevo alla casa di Michele, quindi, insieme, alla celebrazione del fegatino o a quella del peperoncino che brucia infiamma la gola… No, non dimentico quelle sagre, come non dimentico il carnevale estivo, che faceva concorrenza a tanti “confratelli”, provocando verosimilmente qualche gelosia.

Questi crispianesi, chi li ferma? Rispondono sempre all’appello. Lo fecero in occasione della sagra dei funghi, allestita dal ristorante “C’era una volta”. Non ho ho mai visto tanti boleti in vita mia. Carretti carichi di porcini, cardoncelli, pioppini e altri, sagome diverse e diversi i colori e le dimenzioni, tutti con una squisitezza allettante con la cottura sulle griglie o i fornelli.

Ho tanti ricordi di Crispiano. Risalgono ai tempi dell’onorevole Lo Re, che andava e veniva da Roma a sue spese e non prendeva stipendio; era una figura esemplare non soltanto per la sua città, che lo esaltava per le opere in cui s’impegnava nell’interesse del popolo, senza sotterfugi e trucchi. Avevo sedici anni e ne sentivo parlare da un’amica di mia nonna Graziella, che era nata a Martina e sposata a Taranto con mio nonno Ciccio. Non ho in mente il nome della signora, anche lei allora anziana. Dai suoi dialoghi con mia nonna e dai suoi modi capii com’erano fatti i cittadini di Crispiano. Non c’ero mai stato prima di conoscere Michele ai funerali del questore Vito Plantone, un signore, un vero servitore dello Stato, che sul suo “medagliere” contava brillanti operazioni di polizia contro la criminalità organizzata che mirava al dominio su Milano. Era di Noci e viveva nel capoluogo lombardo, dove cominciò a svolgere la sua professione in questura ai tempi del famoso Mario Nardone. Anche Vito amava le feste di paese e quando poteva ci andava volentieri. Michele lo conosceva e lo aveva spesso coinvolto nelle visite alle masserie, dove si svolgevano manifestazioni culturali a volte con la presenza dei vecchi mestieri sotto lo sguardo vigile di un paio di briganti con i fucili in spalla.

No, svirgolando non ho perso la Sagra del fegatino. Non potrei. Come non potrei dimenticare le persone che non ci sono più: Antonietta – la mamma di Silvia – una signora dolce, dal sorriso luminoso, che parlava con lo sguardo e aveva studiato ascoltando la figlia che ripassava a voce alta le lezioni; una donna di altri tempi, discreta, rispettosa che non interveniva nei discorsi per non disturbare; che conservava intatta la sua antica bellezza. Alla “mia” ultima Sagra di quella ghiottoneria lei non c’era già più. Fu seguita da Michele, il fautore della biblioteca, l’anima delle strutture rurali, l’ispiratore di mille progetti.

Le mie serate a Crispiano sono finite sempre ai tavoli di un ristorante particolare o in una delle strutture rurali fulcro del lavoro contadino. Una sera nella masseria Monti Del Duca all’improvviso scomparve Donato Plantone, tutti ci chiedemmo dove fosse finito, lo sorpresi mentre accarezzava un cavallo, che mostrava a sua volta di avere bisogno di coccole. Ne ho fatti di passi con Michele. Il titolare della masseria Le Monache c’invitò a visitare le stanze, bellissime, bene arredate, con camini, quadri con vecchi personaggi a mezzo busto, un letto pagato nel ‘70 quanto lo stipendio che nello stesso anno prendeva Donato … Avevamo appena finito di gustare primi piatti eccellenti, mozzarelle che grondavano latte, ciliege-ferrovia… Un’ora prima avevo visto nella cucina, enorme, ad archi, su un tavolo lunghissimo… quasi una macelleria.

Mai saputo prima dei presepi monumentali eseguiti con biscotti o pane scaduti da Alfredo De Lucreziis e compagnia; mai visto il presepe vivente, che mi faceva pensare a San Francesco, personaggio universale. Anche per questo ringrazio Michele. Mi ha fatto conoscere una città, in cui la gente lavora e si diverte. Nella “sua” biblioteca sono passate tante persone. Lui l’attirava con corsi, convegni, incontri con gli autori (ricordo quello con Alberto Bevilacqua), oltre che con i libri mandati nel condominio. Adesso, attraverso i tanti video osservo le serate all’Università del Tempo Libero e del Sapere e vedo Silvia che parla di Dante, del Rinascimento, di Leopardi…; il professor Santoro di Raffaello, Masaccio… davanti un pubblico evidentemente interessato.

Non solo la Sagra del Fegatino, dunque, o quella delle lumache o quella del fungo e del peperoncino piccante (“’u diavulìcchie ascquande”, che molti pensano abbia nelle alcove poteri, come dire?, stimolanti). Io non faccio distinzioni: sono interessato a tutte le sagre, anche perché calamitano le folle; e mi piace vedere le persone incontrarsi, riunirsi, raccogliersi per stare insieme, sollecitando l’obiettivo del mago dell’immagine Carmine La Fratta, anch’egli appassionato di sagre.

 



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