Di Franco Presicci:
Quando ero ragazzino il mio quartiere, a Taranto, aveva tutt’altro aspetto: via Dante si concludeva in via Giovan Giovine, dove incominciavano gli orti, uno con la noria; via Nettuno, proprio davanti a casa mia, aveva case con il solo pianterreno, un marciapiede largo quanto una piazza circoscritto da un muretto fatto di blocchi di tufo. Svirgolando in via D’Alò Alfieri, superato l’ufficio delle guardie, subito a sinistra, ecco via Giusti, dove c’era l’abitazione di Umberto Vernaglione, che già inanellava vittorie sul ring. A volte, andando dalla signora Ida per il doposcuola, fiero dei pantaloncini corti confezionati da mia madre, Lina, lo vedevo stagliato sulla soglia, imponente nella sua figura signorile.
Eravamo coetanei, ma lui era già sulla bocca e nel cuore di tanti. Gentile, educato, rispettoso, capace di comunicare con un sorriso. Discreto, poche parole. Molti a Taranto gli pronosticavano un avvenire luminoso e lo vedevano già come il principe del ring.
Intanto lui studiava da geometra con buoni voti. Alla fine, tra sacrifici e combattimenti, e con il diploma in tasca, il titolo di campione italiano lo portò a casa, tra il visibilio della città. Umberto Vernaglione era un orgoglio per Taranto, e non solo, un vessillo, un biglietto da visita, un simbolo, un mito. I “fans” affollarono il circo Togni, nella città vecchia, per assistere a un suo memorabile incontro con Garbelli tra emozioni e “standing ovation”. Da allievo era un peso piuma, uno dei più giovani pugili della nazionale italiana, allenata da Steve Claus. Quindi “Umbertino” (veniva chiamato anche così, affettuosamente) si trovò con i fratelli Mazzinghi, Loi, Cavicchi, Lopopolo…Ma com’era Umberto nel privato? Me lo sono chiesto tante volte. E quando ho conosciuto uno dei suoi figli, Elia, anche lui alla mano e disponibile, la mia curiosità di cronista ficcanaso ed esigente ha trovato il suo sfogo. Elia è misurato, forse temendo di esporsi, di cogliere l’occasione per esibirsi. Lo rassicuro e lui si scioglie: è una fonte inesauribile, limpida. “Mio padre in casa era una colonna, ci curava con amore. Ci portava e ci riprendeva dalla scuola, non dava consigli, ma esempi con il suo comportamento, con le sue attenzioni e premure, con la sua delicatezza, la sua disposizione al dialogo. E’ stato un ottimo papà. Non abbiamo capito subito chi fosse. Lo citavano tutti e così a poco a poco abbiamo saputo della sua attività pugilistica e della sua popolarità. La mattina ci svegliava con dolcezza e se tardavamo a spuntare dalle coperte ci sollecitava: ’Allora, sveglia, ragazzi, i banchi vi aspettano’. Ci faceva fare colazione e via per la scuola. Al nostro rientro ci chiedeva come fosse andata”.
Amava raccontare, ai suoi virgulti. “Parlava della sua vita di sfollato a Laterza (la città del famoso pane gustosissimo e dalla forma satellitare (definizione del professore universitario Francesco Lenoci, che su quel pane tenne una conferenza alla masseria “Cappotto”), per sfuggire alle bombe, durante il conflitto mondiale. Come fecero tanti, chi preferendo Martina Franca, chi Crispiano… (allora il treno dalla Valle d’Itria si fermava alla stazione di Nasisi, perché quella di Taranto era, appunto, a rischio.Umberto fu assunto dal Comune, ma in un ruolo che non gli competeva, quindi deviò. Era stimato dappertutto, anche a Bologna, dove aveva ottimi rapporti con gli appassionati della boxe. Il suo procuratore era nativo della città felsinea, poi passato al calcio e alla pallacanestro. Tra il ‘57 e il ‘59 Umberto si trasferì con la famiglia nella città dai portici più lunghi del mondo, svolgendo il lavoro di rappresentante per il Sud di una ditta di liquori. Intanto era morto il figlio Vincenzo ed Elia ricorda le lacrime del papà, un sostegno insostituibile, un cuore immenso.
Commoventi questi ricordi di Elia, soprattutto quello di Umberto segnato dal dolore per la perdita del figlio. Si ferma un momento e poi continua, volendo disegnare la statura del padre a tutto tondo. “Era un bel ragazzo, piaceva alle donne: lo cercavano, lo corteggiavano. Lui non era di quelli che parlavano e sparlavano delle loro amicizie femminili. Era colto, la sua libreria conteneva libri importanti, fra i quali Evtusenko, Dostoewskij, Gorki e anche Marx. Ma anche altri titoli: Alvaro, Scotellaro, Silone…. Non era comunista, ma sentimentalmente di sinistra. Un giorno a Bari un gruppo di simpatizzanti quasi lo trascinò sul palco, dove stava per iniziare un comizio di Enrico Berlinguer.
Umberto era padrone del linguaggio e misurava le parole. Non parlava mai a vuoto. Ed era sensibile ai problemi degli altri. Aiutò il cognato calciatore, Antonio Marangi, centrocampista nel Taranto (quello di Cuman, Baroncini, Benetti…), che in uno scontro con un avversario si fece male a un ginocchio. Umberto si rivolse al suo fratello maggiore, Enrico, luminare della medicina, che invitò subito l’infortunato a Roma, e dopo averlo visitato consigliò la sua uscita definitiva dai campi da calcio. Umberto allora lo aiutò a gestire un bar, il “Bar Plaza”.Era elegante dentro e fuori. Animo nobile, rispettoso delle idee altrui. Un signore anche nei rapporti umani. Andava in vacanza con la famiglia a Trieste, a Monfalcone e ovunque la gente lo riconosceva e lo fermava per strada, urlando il suo nome.
A Grado venne intercettato da un crocchio di ammiratori e invitato a salire sul ring, dove era stato preceduto da Nino Benvenuti. Si schermì, la gente insistette, voleva a tutt’i costi celebrarlo (Elia aveva 6 o 7 anni). Benvenuti si appoggiò alle corde e gridò: “Umberto, o vieni su con le tue gambe o vengo giù io a prenderti”. E allora lui si decise.
Carattere dolce, ai figli non ha mai detto quello che dovevano e non dovevano fare; ma suggeriva con l’esempio. Non ha mai imposto loro di seguire il suo percorso, anche se i ragazzi praticavano altri sport, con ottimi risultati. In casa non accennava mai alle sue conquiste sul quadrato. Era sereno e la sua serenità la trasmetteva ai suoi. Elia ha visto per la prima volta le lacrime sul volto del padre alla morte di Vincenzo, a 39 anni.
Umberto Vernaglione, grande pugile e grande uomo. Ho pensato spesso a lui stando a Milano. Quando il mio pensiero volava a Taranto, rivedevo la parrocchia che frequentavo, via Giusti, tranquilla e silenziosa, appartata e discreta, modesta, con quel ragazzo atletico e riservato sagomato sulla porta di casa. Poi Umberto traslocò credo in via Dante. Ripensavo, e lo faccio ancora, alla sua storia, ai suoi trionfi che avevano spinto la sua fama oltreconfine.
In quel punto delle Tre Carrare, dove ho smaltito la mia adolescenza e la mia giovinezza scorrono le mie memorie: le case basse, i negozi, l’istituto Thaon de Revel, il carbonaio, la salumeria “d’a francaveddèse”, la via che da un terreno erboso si snodava fino al cosiddetto Monte delle Vacche, dove molti andavano a giocare al pallone, con le porte improvvisate con mucchietti di pietre. Oggi quell’ampio spazio è sepolto sotto l’ospedale.
In quel quartiere fiorì dunque un campione, che entusiasmava non soltanto la sua città. Un campione che portava a scuola i figli tenendoli per mano e insegnava loro ad essere rispettosi con il prossimo e cittadini-modello. Mai severo, mai autoritario, mai la voce alterata. I figli si lasciano crescere con la parola e i fatti. Con l’amore. Nel modo di agire di Elia, che dal ‘92 continua l’attività della mamma in un negozio, rivive un po’ Umberto. Un padre come lui lascia sempre tracce, modelli.
Elia si fa ascoltare volentieri, descrivendo il papà con pennellate icastiche. Quando parla di Umberto coinvolge. In lui fluiscono memorie che richiamano un’altra epoca, un’altra storia, altre personalità: Umberto ne aveva tante, tra gli amici, che frequentavano la sua casa. Personalità della politica e della cultura, oltre che dello sport. Si faceva amare. Non vorrei che Taranto, come a volte accade dappertutto, lo dimenticasse. Il campione italiano Umberto Vernaglione, tarantino doc, non può e non deve essere dimenticato. Ha dato tanto alla sua città, che ai suoi tempi lo ha quasi venerato, esaltato.
L’ho rivisto qualche anno fa, il campione, gli ho parlato. Quella presenza, emersa improvvisamente dal mio passato, aprì ancora la cassapanca dei miei ricordi, suscitando nostalgia. Quel giorno richiamò le voci degli ambulanti: il calderaio, il fruttivendolo con il carretto, il venditore delle “pampanèdde”, “‘u ‘mbagghiasègge”, ”l’arrotino… Voci che Umberto conosceva bene. Il passato non si spegne: rimane dentro di noi come una fiamma viva. E abbiamo tanta voglia di ridar vita alle persone che si riunivano per strada, conversavano e magari tiravano fuori dalla borsa un panno. Umberto non c’è più e vorrei vedere il suo nome sulla targa di una strada. Ha fatto onore alla Bimare.








