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Il Naviglio Ricordi

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Di Franco Presicci:

L’acqua del Naviglio Grande scorre placida e silenziosa, solcata da piccole imbarcazioni e da un po’ di tempo anche da una gondola, che accoglie a bordo i turisti. Il barcaiolo attraversa cascine, castelli, chiese, prati e la gente a bordo conosce questa parte di Milano, deliziandosi. Tempo fa c’erano il “bateau mouche” e la “Viscontea”, la barca dalla linea elegante progettata dall’architetto Empio Malara, che ebbe una lunga militanza nella difesa dei navigli: queste vie d’acqua, come li chiamava il poeta Alfonso Gatto. Ogni anno il Ticinello (vezzeggiativo del naviglio di porta Ticinese) viene celebrato con luci di ogni colore, vessilli, fiori che incorniciano i ponti, mentre un flusso enorme di visitatori osservano i prodotti offerti dalle numerose bancarelle. Anche il grande negozio di divise militari e janserie di Graziana e Paolo Martin si mette in festa. Sono lì da tanti, tanti anni, durante i quali hanno ricevuto visite importanti, da Vittorio Sgarbi a Ivana Spagna. Graziana è una signora deliziosa, amica del naviglio, come lo era Gigi Pedroli, grande acquafortista e cantautore, che si ispirava ai barboni e ai personaggi curiosi della zona. Gigi aveva fondato il Centro dell’Incisione e partecipato a tanti festival, oltre a quello di Inverigo. E si era esibito alla grande all’Intra’s Derby Club, dove si potevano applaudire Valter Valdi, che di giorno faceva l’avvocato, i Gufi, Umberto Bindi. Charles Trenet. Daisy Lumini… mentre tra il pubblico di volta in volta s’intercettavano Giorgio Gaber, Paolo Stoppa, Rina Morelli… I

l mio giro sulla Viscontea lo feci più volte e attraversai una parte del naviglio a bordo di uno degli ultimi barconi con la “troupe” di Tele Montepenice, un’antenna della zona di Pavia. Andavo sul naviglio soprattutto per il piacere di vederlo fluire sotto “el pont de preja”, immortalato dagli scatti di tanti fotografi, compreso Fulvio Roiter, e da giornalisti e scrittori, come Gaetano Afeltra, che era di Amalfi e amava anche Milano: autore di viari libri per Rizzoli dedicò il suo cuore alla terra del Porta e fu il primo a scrivere l’anno in cui la pizza arrivò nel capoluogo lombardo (nel ‘29 al ristorante Santa Rita per la gioia dei poliziotti, tutti meridionali, della vicina questura, allora in piazza San Fedele). Don Gaetano, come lo chiamava chi gli voleva bene (ed erano tanti), arrivato a Milano nel ‘39, aveva preso alloggio in una pensione con affaccio sul naviglio Martesana, che oggi s’immerge sotto la pelle della città all’altezza della “Cassina de’ Pomm”. Ha descritto il suo naviglio anche in uno dei volumi della Celip dedicato appunto a quel corso d’acqua. E’ anche grazie a lui che conosciamo la storia del Savini in Galleria Vittorio Emanuele e di altri locali storici.

WhatsApp Image 2026 10 02 at 18.20.22Amo i navigli. Sulle loro sponde ho conosciuto, oltre a Pedroli, i pittori Sarik (Riccardo Saladin), Formenti, Cortina, Vitali, Cottino, Guido Bertuzzi, che dipingeva l’uomo dei barconi, le lavandaie, i tetti, le ringhiere fiorite e lo stesso naviglio. Bertuzzi, milanese doc, che da giovane aveva giocato nel Milan ragazzi e aveva conosciuto Bearzot e Giovanni Lodetti, che ancora lo frequentavano, definiva il naviglio la Montmartre di Milano e mi raccontava le scene dei film di Simenon girate qui con il commissario Maigret interpretato da Gino Cervi. La bravissima attrice Ottavia Piccolo, negli anni ‘80, proprio di fronte al suo studio, interpretò un film sulla vecchia Milano per la televisione.

Il Naviglio Grande, nato un bel po’ di secoli fa, è un ottimo sfondo per film e lunghi cortometraggi. Bertuzzi, amabile, generoso, ospitale, nel suo studio dotato di camino e arredato con qualche mobile d’epoca, oltre che sulle tele, dipingeva sulle tegole, sui cotti sfornati dalla Fornace Curti, sulle piastre… Del suo studio diceva che ai tempi era stato una sorta di osteria, dove ogni tanto compariva il maresciallo Radezski. Lo aveva saputo dalla vecchia titolare del locale in cui creava le sue opere. Conosceva la signora Radice, 90 anni, che aveva fornito la lisciva alle lavandaie che lavoravano inginocchiate sul “brellin”, una pietra inclinata ancora visibile sotto la famosa tettoia.

Ero da poco a Milano, quando Guido mi chiese di presentare una sua cartella di acqueforti nella galleria di Cottino. Prima gli dissi di no, perché non mi sembrava il caso che un “terrone” parlasse in un luogo storico e di opere su Milano. M’incoraggiò il poeta Beonio Brocchieri, milanese fino all’osso. Nessuna di queste persone è ancora viva. Gigi Pedroli, il mito del naviglio, il cantore, quello che conosceva la storia e la gente, gli artigiani, che avevano chiuso le botteghe per andarsene in pensione o altrove, non potendo più sostenere gli affitti esosi… Pedroli era il narratore avvincente del naviglio. Mi affascinava quando mi arricchiva con la sua parola dolce; quando parlava degli anni ‘50 e dei meridionali che abitavano quelle case senza sentirsi chiamare “terroni”. Gigi ne parlava con simpatia, non perché avesse di fronte un interlocutore che veniva dalla terra.

WhatsApp Image 2026 10 02 at 18.21.25Un giorno ero da Bertuzzi (foto accanto, ndr.) e un suo amico mi prlò di Dosolina, una ragazza che venuta a Milano per trovare un lavoro onesto e sicuro dovette fare altro: la persona a cui si era rivolta su indicazione di alcuni conoscenti del suo paese, la incaricò di portare e prendere della roba in Svizzera, pedalando. Una sera una coppia di ebrei la supplicò di portare in salvo il loro bambino oltreconfine; e da allora anzichè merce portò i neonati, attraverso i boschi. Una notte una pattuglia tedesca l’avvistò e fece fuoco. I partigiani appostati nei pressi avvertirono il colpo, ma non potettero intercettare il luogo, per non rivelare la loro presenza. Dosolina continuò la corsa, portò il bambino in salvo e morì. Un’eroina, di cui nessun altro a suo tempo ha saputo darmi notizie. “Se fosse in vita Beonio Brocchieri – mi disse Gigi – forse ti avrebbe dato una risposta”. Il racconto di questa ragazza coinvolge, appassiona, storia o leggenda che sia. Una sera durante una cena feci un cenno a una professoressa calabrese; e mi rispose che avrebbe fatto anche lei ricerche, ma non mi fece sapere alcunchè. Sarà il fascino del Naviglio Grande che ispira le favole? Lo stesso informatore un paio di giorni dopo aggiunse che un medico, terminato il turno di notte in ospedale, mentre tornava a casa in auto vide comparire nella nebbia una donna. L’informatore pensò al fantasma di Dosolina. Quando scrivevo, tanti anni fa, sul “Milanese”, una donna anziana di Brindisi, abitante nei pressi della Martesana, m’imbastì un episodio che sarebbe accaduto qualche secolo fa: protagonista una contessa che aveva mandato una maledizione che si era avverata. Anche in quella vicenda compare un fantasma.

Ho sempre pensato che nel capoluogo lombardo certi fatti non abbiano domicilio, ma a quanto pare è il contrario. Tornando al Naviglio Grande, a questa lunga via d’acqua che sa di magia e poesia, che portava il marmo di Candoglia alla Fabbrica del Duomo (ma anche tant’altra merce, come carne e sabbia…), capolinea la darsena, attraverso i secoli ha attirato altre storie e altre leggende. Guido Bertuzzi ne conosceva molte, osservatore di tutto quello che accadeva nella zona. Una mattina proprio vicino alla porta della signora Radice, bella, i capelli folti e bianchi, vestita di scuro, sorprese una ragazza che scavava una piccola buca per seppellire il suo cane deceduto per un tumore (per curarlo lo aveva portato anche in America). Poi creò un’aiuola, piangendo. Era una modella.

Quando andavo a far visita al pittore, ormai un amico caro, ammirando i suoi paesaggi e i suoi personaggi, i suoi cortili, ascoltavo le storie che raccontava, come quella dei ragazzi che spargevano acido sulle spalliere del canale e quando le donne stendevano i panni si corrodevano al centro e un pezzo volava sul naviglio e un altro verso il vicolo. Potevo riempire pagine con i suoi racconti. Sul naviglio altre tavolozze riprendevano volti e attività: Cortina, Laganà, Spampinato, Caldarini che aveva anche una galleria d’arte. E c’era quello che diceva di essere stato in America, dove aveva aveva combattuto su ring con il patto di perdere. Quando vinse dovette fuggire, altrimenti la mafia lo avrebbe fatto a pezzi. Così diceva lui, ma nell’archivio del giornale non trovai tracce. Sempre nel vicolo conobbi una donna con i capelli bianchi che aveva ancora nelle orecchie il rumore delle bombe cadute su Milano.



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