Di Michele Lorusso:
Ci sono luoghi nei quali non abbiamo mai vissuto davvero e che,
tuttavia, continuano ad abitare dentro di noi.
Per me la Puglia è questo.
Sono nato a San Giuliano Milanese e vivo a Milano, ma una parte della
mia storia comincia molto più a sud: mia madre era di Bari-Palese, mio
padre di Altamura. Due nomi che, nella mia famiglia, non sono mai
stati soltanto punti sulla carta geografica. Erano origini, racconti,
modi di parlare, ricordi, persone. Erano il luogo da cui provenivano
coloro che mi avevano preceduto.
Crescendo lontano dalla Puglia ho capito una cosa semplice: le radici
non chiedono necessariamente di vivere nello stesso posto in cui sono
nate. A volte attraversano centinaia di chilometri e continuano a
farsi sentire nelle scelte, negli affetti, nel modo in cui guardiamo
la vita.
La mia, però, a diciassette anni ha cambiato improvvisamente forma.
Il 14 agosto 1988 ero a Rimini. Un tuffo in mare provocò una grave
lesione midollare. Da quel momento il mio corpo non rispose più come
prima e iniziai a vivere con una tetraplegia.
Quando una storia viene raccontata in poche righe, spesso è proprio
questo il punto che rimane impresso: il prima e il dopo, il tuffo,
l’ospedale, la carrozzina.
Ma la vita non è rimasta ferma a quel giorno.
Ed è proprio qui che, dopo quasi quarant’anni, sento il bisogno di
spostare lo sguardo.
Che cosa succede la mattina dopo una tragedia? E il mese dopo? E
dieci, venti, trent’anni dopo, quando ciò che per gli altri è
diventato un episodio del passato continua invece a entrare
nell’organizzazione di ogni giornata?
La risposta non sta in una frase ad effetto.
Sta nelle cose concrete.
Sta nel bisogno di assistenza per gesti che altre persone compiono
senza pensarci. Sta negli ausili, negli spostamenti, negli orari da
organizzare, nelle barriere che ancora oggi possono trasformare un
semplice appuntamento in un problema logistico. Sta nel dover chiedere
aiuto senza per questo rinunciare al diritto di decidere della propria
vita.
Ho imparato che dipendere fisicamente da qualcuno non significa
necessariamente perdere autonomia.
Per me autonomia significa soprattutto poter continuare a scegliere.
Scegliere dove andare, con chi stare, quali progetti costruire, che
cosa accettare e che cosa rifiutare. Significa poter dire la propria
anche quando per realizzare materialmente quella decisione si ha
bisogno delle mani di un’altra persona.
È una distinzione importante, perché troppo spesso la dipendenza
fisica viene confusa con l’incapacità di decidere.
Negli anni la mia vita si è riempita di famiglia, relazioni, viaggi,
incontri e progetti. Ci sono stati anche periodi molto difficili,
perdite e momenti nei quali la salute ha imposto nuovi limiti. Non
racconto queste cose per costruire l’immagine di una persona “eroica”.
Non mi riconosco in quel tipo di narrazione.
Ci sono giorni buoni e giorni pesanti.
Ci sono ostacoli che si superano e altri con i quali bisogna imparare
a convivere.
La vita reale è più complessa dello slogan “basta volerlo”.
A volte si vuole moltissimo qualcosa e non è comunque possibile farla.
In quei casi la questione non è dimostrare di essere invincibili, ma
capire quali possibilità sono ancora aperte e quale strada concreta
può essere percorsa.
Forse è proprio questo che ho imparato più chiaramente con il passare
degli anni: una persona non coincide con ciò che il suo corpo riesce o
non riesce a fare.
Per molto tempo alcune parti della mia storia sono rimaste dentro di me.
Poi ho cominciato a scrivere.
“La Voce del Silenzio – Quello che le parole non dicono” è nato così.
Non dal desiderio di trasformare una vita in una lezione per gli
altri, ma dalla necessità di raccontare anche ciò che normalmente
resta fuori dall’inquadratura.
Non soltanto l’incidente.
Il dopo.
Le persone che arrivano e quelle che non ci sono più. Gli affetti. Le
difficoltà dell’assistenza. Le decisioni familiari. I viaggi. Le
paure. Le incomprensioni. I progetti che cambiano forma. E quella
domanda che, in modi diversi, ritorna continuamente: come si continua
a essere se stessi quando molte delle condizioni intorno a noi
cambiano?
Scrivere mi ha costretto anche a guardare indietro.
E quando si guarda indietro abbastanza a lungo, prima o poi si
incontrano di nuovo le proprie origini.
Per questo, mentre raccontavo una vita costruita soprattutto al Nord e
segnata da ciò che accadde a Rimini, sono tornati anche Bari-Palese e
Altamura.
Sono tornati mia madre e mio padre.
Sono tornate quelle radici pugliesi che non avevano bisogno di essere
nominate ogni giorno per continuare a esistere.
Forse ciascuno di noi possiede un luogo simile.
Un luogo che non è necessariamente quello in cui vive, ma dal quale
proviene qualcosa che ancora lo accompagna: una voce, un’abitudine, un
modo di affrontare le difficoltà, una memoria familiare.
A quasi trentotto anni da quel tuffo, non penso che la mia storia
possa essere riassunta in ciò che ho perso.
Preferisco guardare a ciò che, nel frattempo, ho continuato a costruire.
Non perché ogni problema sia stato risolto.
Non perché basti essere forti.
Ma perché una vita può cambiare radicalmente senza smettere di essere
una vita intera.
E dentro quella vita, anche a centinaia di chilometri di distanza, le
radici continuano a ricordarci da dove siamo partiti.
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