Di Franco Presicci:
Ernesto Calindri è deceduto nel 1999. Ventisette anni fa. L’ultima volta lo incontrai in piazza Cavour, vicino al chiosco dei libri usati: proponeva un’intera collezione di “Panorama”. Ci salutammo cordialmente come sempre, quindi lui se ne andò verso via Senato, io andai ad aspettare il tram diretto a piazza della Repubblica. Era un signore, alla mano con tutti.
Negli anni ‘60 gli chiesi un’intervista e mi dette appuntamento a casa sua, allora in via Statuto, dove mi fece accomodare nello studio. Il suo sorriso trasmetteva serenità. L’intervista si concluse dopo un’ora e più.Un’altra volta l’appuntamento me lo dette al bar Donini in piazza San Babila, dove, nel teatro omonimo, che tra l’altro dirigeva, stava recitando “Uno sporco egoista”. Mi raccontò la trama e io non osai interromperlo per la piacevolezza dei suoi toni di voce. Tra l’altro mi disse che per il palcoscenico aveva interrotto gli studi di ingegneria. Nella sua brillante carriera ebbe tante soddisfazioni. Nel ‘37 fu interpellato da Renato Simoni per interpretare “Il bugiardo” di Goldoni e da allora calcò il palcoscenico con nomi prestigiosissimi come Diego Tofano. Emma Gramatica, Antonio Gandusio… Già il cinematografo lo aveva inglobato. Ebbe come regista Vittorio De Sica, Luchino Visconti… Aveva una memoria formidabile, ricordava le date e i titoli dei lavori che aveva affrontato. Mi ricordò il “Totò Truffa” con Totò, l’asso della risata, in cui lui aveva il ruolo del commissario Malvasia (lavorò sei volte anche in televisione). Sorseggiammo una bibita e poi ci salutammo con un arrivederci. Me ne andai ripensando a una pubblicità in cui, seduto in mezzo a una strada molto trafficata, suggeriva di bere una bibita contro il logorio della vita moderna. Andava in onda su Carosello.
Era una persona meravigliosa e un grande attore. Amico di Ugo Ronfani, vicedirettore del “Giorno”, critico d’arte, teatrale e scrittore, venne volentieri a Taranto al ”Palace Hotel” per un convegno sul teatro organizzato proprio da Ronfani. Quando mi vide mi venne incontro chiedendomi come mai mi trovassi lì. “Io sono di Taranto, torno spesso nella mia città”. “Fai bene, mai dimenticare le origini”. In quella occasione mise male un piede scendendo dalla pedana e rischiò di farsi molto male. Lui stesso rassicurò gli altri. Il pubblico sussultò e anche l’operatore di una televisione privata.
Non posso dire che fossimo amici, ma quando ci vedevamo ci scambiavano saluti cordiali. Lo intervistai anche per “Il Milanese”, un periodico fondato da Arnoldo Mondadori e con il tempo passato in altre mani. Per un periodo fu diretto da Angelo Rozzoni, andato in pensione dal “Giorno”, di cui era stato severo vicedirettore. Chi non frequentava le platee dei teatri non conosceva la grandezza di attore di Calindri, che era nato a Certaldo nel 1909, poco distante da Firenze; e quando conversava con un giornalista la prendeva alla lontana, dal 5 settembre del ‘46, quando al Teatro Lirico partecipò a uno spettacolo di beneficenza, a cui presero parte nomi di alto livello: da Carlo Dapporto ad Alberto Ravagliati, a Wanda Osiiris… In quell’anno Walter Chiari conobbe Carlo Campanini. Sia Walter sia Wanda Osiris si esibirono al Teatro Orfeo di Taranto e di Taranto Walter mi parlò con entusiasmo il pomeriggio che andai ad intervistarlo per ”Il Giorno” a Chiesa di Valmalenco, dove si trovava per uno spettacolo. Era in compagnia di Patrizia Caselli.
Ernesto Calindri apparteneva a una famiglia di attori e cominciò a calcare il palcoscenico a vent’anni e si è sempre distinto per la eleganza di stile e per il suo rispetto degli altri. Ronfani ne parlava con stima e nelle sue critiche teatrali rimarcava la sua bravura. Apprezzato come il miglior attore, preferì andare in scena soprattutto nei teatri milanesi, a cominciare dall’Odeon, sempre a fianco di grandissini nomi come Dina Galli, Ruggero Ruggeri, Paola Borboni, Elsa Merlini…, che fu, anche lei, a Taranto, negli anni ‘50, per recitare con Emma Gramatica “Venerdì Santo” di Cesare Giulio Viola (di cui è ricorso ieri l’anniversario della morte, ndr.).
Di Taranto Ernesto Calindri aveva una grande ammirazione per la bellezza e le altre doti della città, compresa quella dell’accoglienza. “È una città che ti fa stare bene – mi disse in una delle volte che ci parlammo – la percorri e hai sempre voglia di scoprirla. Taranto ha bisogno di essere scoperta anche da tanti tarantini, detto con tutto il rispetto, naturalmente”. Gli dissi che aveva ragione: Taranto ha anche preziosità paesaggistiche che io stesso non conosco o non rivedo da molto tempo. E aggiunsi che io amo la mia città, le sono fedele, custodisco il mio dialetto come un tesoro. Ugo Ronfani lo sapeva: ne avevamo parlato tante volte, al “Giorno”, soprattutto a mezzanotte, quando si aveva un po’ di tempo per rilassarci. Anche Ronfani considerava Taranto una città ricca di tesori, tanto da sceglierla per il convegno, invitandovi Calindri. Era luglio o agosto, non ricordo. Faceva comunque caldo.
Al San Babila Ernesto Calindri festeggiò i suoi 90 anni con “Il borghese gentiluomo”. In platea c’ero anch‘io, e entrando fui preso da una gioia mai provata. Settant’anni di ribalta, di applausi, di articoli sui giornali, d’interviste, di dialoghi nel “foyer” con gli spettatori che lo acclamavano. E lui, con quel suo sorriso dolce che emergeva dai suoi folti baffi bianchi, conteneva la sua soddisfazione.
L’artista del capello e scrittore, Franco Bompieri, che aveva tra i clienti i nomi più illustri di Milano, da Gianni Brera a Enrico Cuccia, un giorno mi fece il ritratto dell’attore: “Elegante, felice di comunicare con la gente. Mi preoccupava vederlo in mezzo al traffico, seduto con un bicchiere in mano, in quella pubblicità…”. Scherzava. Uno come lui non poteva scambiare una finzione con la realtà. E continuò: “Se si pensa a lui è come incontrare un amico. Chi beve quella bibita non può non pensare a Calindri”. E ancora: “Soltanto David Niven poteva reggere l’eleganza, l’ironia, la civiltà di Ernesto Calindri”. I giudizi di Bompieri erano icastici, pane al pane e vino al vino. Era il titolare della barbieria di via Morone, oltre cent’anni di vita. Quello che diceva di Calindri lo ha scritto anche nel suo libro “Presi per i caprlli”, edito da Mondadori. Calindri – avrebbe detto Bompieri, che fece anche la barba a Totò – non aveva bisogno di bere quel nettare per difendersi dal logorio della vita moderna. Quando Bompieri lo vedeva camminare aveva l’impressione che facesse una passeggiata, placidamente. Di profili Bompieri ne ha tracciati, nei suoi libri, pubblicati da Rizzoli, Feltrinelli, Longanesi. Enzo Bettiza gli dedicò un’intera pagina su “La Stampa”. Anche Franco Bompieri non c’è più.
Quanti grandi se ne sono andati. Per tutti i suoi grandi meriti artistici, Calindri venne nominato cavaliere di Gran Croce. Ovunque andasse seminava simpatia, sempre con quel suo sorriso delicato e i suoi modi garbati, la sua disponibilità a stare con gli altri. Carosello aumentò la sua popolarità, come fece anche con il tenente Sheridan e Tino Scotti, “Ghe pensi mi”. Mai stanco, Calindri insegnò all’Accademia Filodrammatica di Milano, che se non sbaglio era di fianco alla Scala. Condusse anche un programma radiofonico. Quando morì i funerali si svolsero nella Basilica di San Babila, quasi attaccata al Teatro, dove per anni si sentì la voce di questo grande come attore e come uomo.
Lo ricordo con piacere immenso. Di lui mi piaceva come parlava, come raccontava, addirittura come camminava, con quel passo silenzioso, che aveva notato Franco Bombieri, barbitonsore e scrittore, “dominus” dell’Antica Barbieria Colla. Non per nulla Ugo Ronfani, severo e intransigente, lo volle al convegno di Taranto, nell’hotel con affaccio sul mare, di fronte al quale aveva lavorato da ragazzo nell’officina del padre il tenore Nicola Martinucci, che voleva realizzare il teatro dell’opera nella Bimare.
A Ernesto Calindri a Milano è stata intitolata una via, come hanno fatto altrove. Il Comune di Certaldo in suo ricordo ha istituito un premio teatrale. Commendatore e Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica, Ernesto Calindri non verrà dimenticato. Non si può.






