Di Nino Sangerardi:
Il giorno 2 ottobre 2026 in Via Delle Beccherie, strada di Matera città europea della cultura anno 2019, c’è un viavai di quel turismo come pratica di consumo di massa che stravolge sopra tutto la città storica a livello sociale economico e di relazione.
Congestionata perlopiù di negozi, mangiare nella cosiddetta grotta piena di umidità secolare o dentro il fantastico gazebo di plastica e legno, stanze a pianoterra zeppe di bigiotteria e cianfrusaglia ispirate ai Rioni Sassi, piccoli bar e ristoranti tipici e gelaterie e pizzerie, bugigattolo colmo di bibite e caffè automatico, nonché quelli che scattano foto e selfie da Vico Lombardi credendo di essere all’interno del Sasso Caveoso : la città che si è adeguata ai turisti, non l’inverso.
Un sistema che organizza pseudo bisogni di svago, alimenta pulsioni regressive, elimina finanche le più elementari memorie storiche dei luoghi, determina “l’io voglio super individualista” e non il
“ si auspica un poco di cultura” : gente felice di essere oppressa, riverente le tecniche digitali che liberano dalla fatica di pensare.
Fenomeni antropologici e sociali ben descritti da Aldous Huxley nel libro “ Ritorno al Mondo Nuovo” anno 1958, dall’inesausta forza profetica e dal sociologo Neil Potsman nel testo “Divertirsi da morire” anno 1985 in cui scrive : “Quando una popolazione è distratta da cose superficiali, quando la vita culturale è diventata un eterno circo di divertimenti, quando ogni serio discorso pubblico si trasforma in un balbettio infantile, quando, in breve, un intero popolo si trasforma in spettatore e ogni affare pubblico in vaudeville, allora il Paese è in pericolo, la morte della cultura è chiaramente una concreta possibilità…Ci sono due modi per spegnere lo spirito di una civiltà. Nel primo—quello orwelliano—la cultura diventa una prigione. Nel secondo—quello huxleiano—diventa una farsa. In breve, Orwell temeva che saremmo stati distrutti da ciò che odiamo, Huxley da ciò che amiamo. Il mio libro si basa sulla probabilità che abbia ragione Huxley e non Orwell”.
Via delle Beccherie(già Via Regina Margherita in onore della regina d’Italia) o dei Boccieri, vale a dire macellai, dalla metà del XVI secolo diventa significativo asse urbano caratterizzato dalla presenza di ferrai, botteghe artigiane, macellerie.
Formato da sottani e soprani di proprietà della Chiesa di San Francesco, nuclei abitativi e quindi Porta Pepice.
Di quest’ultima il Reverendo D. Francesco Paolo Volpe nella monografia “Memorie storiche profane e religiose su la città di Matera.A.D. 1818” racconta : “Porta Pepice, così denominata da una guerra, in cui la città per questa porta si rese a patti al nemico, detta poscia la Porta del Sambuco come da in strumento del 1452, la quale tuttavia è in essere nella strada detta le Beccarie, accanto le abitazioni del signor Giudicepietro”.
Si ipotizza che Pepice fosse il nome di una famiglia nobile residente a Matera nel 1112. Porta che dotata di un ponte elevatoio costituiva lo spazio per il pagamento della gabella d’ingresso.
Smontata nel 1965, a fronte dell’abbattimento di Palazzo Miccolis per poter realizzare il nuovo edificio commerciale UPIM, non è stata più ricostruita. I conci, rilevati e catalogati, sarebbero stati depositati in una cantina nei pressi di Vico Commercio. Del progetto di ripristino, approvato dalla Soprintendenza beni architettonici e presentato al Comune materano non è dato sapere l’esito conclusivo.
Una Via fotografata nel 1952 da Henri Cartier Bresson durante il suo primo viaggio in Lucania. Ecco : ritrae il Caffè Elena con il barista sull’uscio, un anziano vicino la bicicletta e una signora che cammina pensierosa. Immagine di vita quotidiana che spiega in modo ineccepibile la dimensione umana, forma e luce, il sentimento del tempo, la capacità narrativa del luogo.
Luchino Visconti tra gli anni 1959-1960 giunge– insieme al direttore della fotografia Giuseppe Rotunno e al fotografo di scena Paul Roland– in Basilicata. Scattano 236 fotografie nei Sassi Barisano e Caveoso, in Matera e Pisticci.
Cerca volti, paesaggi, arredi, case,vicoli, usanze, sguardi,fisionomie, linguaggi, architetture, quadri e movimenti di abitudini giornaliere. Un’esperienza diretta da riversare nella preparazione del capolavoro “ Rocco e i suoi fratelli” che per la prima volta nella storia del cinema valorizza i rapporti tra diverse culture e sistemi di vita : quella lucana, del sud Italia e l’emigrazione che insegue disperatamente il miracolo economico e industriale del nord Italia.
Tra le sequenze visive l’occhio di Visconti e dei fotografi consacra in bianco e nero “…un macello di carne equina in Via Delle Beccherie”.
In merito al valore notevole di memoria storica dei Rioni Sassi risulta assai interessante il libro scritto da Teresa Megale “Visconti in Basilicata” Marsilio Editore, 2003.
Si legge che “ Le fotografie scattate in Basilicata rivelano un approccio inedito dell’aristocratico regista milanese nei confronti del Meridione. Se Villa Colombaia nell’isola di Ischia rappresentava per Visconti il luoghi dell’incanto mediterraneo, il tour in Lucania costituiva l’altra faccia del Sud, il luogo dell’incontro con la civiltà contadina, misera e dignitosa, descritta minuziosamente nelle pagine di Levi e Scotellaro, fermate nelle raffinate immagini di Henri Cartier Bresson : terra dalla quale provenivano le foltissime comunità di lucani travasate a Milano durante gli Anni Cinquanta, oltre che terra d’origine di Gerardo Guerrieri, suo amico”.
Visconti percorse in modo accurato i Rioni Sassi, camminando nel denso intrico dei vicinati, lamioni, meandri ricavati nella roccia per meglio osservare e capire la vita di relazione, l’obbligo di sopravvivenza dei 20 mila e più residenti : “ quando si parla dei Rioni Sassi di Matera bisogna pensare alle bolgie infernali e poi moltiplicare l’orrore per dieci, nella certezza tuttavia di rimanere sempre al di sotto della realtà” (Michele Bianco, Deputato della Repubblica Italiana 6 marzo 1951).
Le foto mostrano che Visconti scoprì la facciata della Chiesa di San Pietro Caveoso, si soffermò sulla Rupe di Monterrone e vi girò intorno fino a mettere in risalto anfratti non immediatamente visibili, terrazze e giardini pensili, comignoli e muretti, senza dimenticare le vedute prospettiche del Sasso Caveoso e l’interno delle abitazioni, case grotte, ammattonati, case sopra le case, ballatoi, case a corte, spazi di natura troglodita.
“Guardando oggi—rileva Megale—queste magnifiche fotografie noi non vediamo soltanto il paese di Rocco e i suoi fratelli. Vediamo soprattutto quello che vi vedeva Visconti e, in ultima analisi, perché Rocco e i suoi fratelli sono nati lì”.
Per concludere: “La tradizione è custodia del fuoco, non adorazione della cenere”, Gustav Mahler, 18 maggio 1901.






