Di Franco Presicci:
Se n’è andato Ranieri Orlandi, un grande della cronaca nera.

Ranieri aveva l’esca quasi sempre pronta. E non era di quelli che si vantavano dei “buchi” che assestavano e non si credeva un Tommaso Besozzi, un grandissimo cronista di altri tempi, un maestro vero, che aveva nel medagliere tanti colpi sensazionali. Non covava invidie. Era un lupo solitario. Tutti riconoscevano i suoi meriti , compreso quello di coniscere la storia della criminalità, dai capibanda ai gregari. Aveva intuito, non faceva ipotesi azzardate. Quando si trovava sulla scena di un delitto osservava l’ambiente, i volti, le espressioni dei presenti, per intercettare l’eventuale testimone e andava via quando venivano messi i sigilli alle porte o quando gli investigatori lasciavano il campo. Non si è mai trovato in difficoltà, non è mai tornato a casa con le mani vuote.
A volte la “chicca” gli arrivava quando stava cenando; altre volte, per averla, gli bastava una telefonata. Insomma era uno di quei cronisti di una volta, a cui bastava un alito, mezza parola soffiata, una lettura tra le righe, un’intuizione per mettersi al computer e scrivere il pezzo. Era un gentiluomo. Mai un termine fuori delle righe, mai una lite, sempre rispettoso. Lo incontravo nella sala stampa di via Fatebenefratelli, dove arrivava alle 10.40, e in quella di via Moscova, dove il primo a rivolgerci il saluto era Pino Lato, che presiedeva l’anticamera (oggi è maresciallo). Qualche “buco” lo ha assestato anche a me, ma gli volevo bene lo stesso. Erano tra i rischi del mestiere.
Fare il cronista comporta gioie e dolori, notti insonni, pane e polvere divorati in fretta, lunghe attese per strappare un “là” a un funzionario reduce da un interrogatorio snervante. E di attese Ranieri ne ha fatte. Raramente ci siamo scambiati l’acqua attinta da una fonte generosa: ma di solito il secchio lo riempivamo ognuno per colto suo e lo tenevano ben protetto. Non si può fare un lavoro in comune, non si deve. Scrissi per una cena insieme una filastrocca su Ranieri definendolo il “re” della nera, un titolo che si meritava ogni giorno.

Ci trovavamo ogni anno in piazza Duomo per gli auguri di Natale con carabinieri, poliziotti, vigili urbani, guardia di finanza (foto accanto: Ranieri Orlandi con, sulla sinistra, Achille Serra, ndr.). E alla festa della polizia. Oltre che sulle strade e in un ristorante per una sparatoria tra bande rivali. Anche sotto le guglie della Cattedrale, dove due rapinatori, fuggiti da un’oreficeria, fecero fuoco, ferendo un cronista televisivo a una gamba. E lì Ranieri mi conficcò un buco sul petto, riuscendo a intervistare i militari che avevano partecipato al conflitto con i malviventi.
Ranieri non guardava in faccia a nessuno. Scrisse in due puntate la biografia del padrone delle bische, dal nome del generale del mondo antico, che battè gli spartani a Leuttra e invase il Peloponneso; sulla strage di Moncucco (2 novembre del ‘79); su quella del Lorenteggio; sull’assalto dei tre banditi al Banco di Roma, con decine di ostaggi tenuti tutta una notte; sui fatti di via Santa Sofia, nel gennaio ‘80 (un uomo entrato in una ditta, fece subito fuori un impiegato e poi una donna, uccidendosi a sua volta. Alle 5 del mattino venne Enzo Tortora proponendosi di parlamentare per poter porre fine all’evento che teneva con il fiato sospeso la città; e il giudice Dell’Osso gli rispose che la situazione era esplosiva e che era meglio non farlo. La tragedia di via Santa Sofia, cominciata alle 18, si concluse alle 21 del giorno dopo.
Al Banco di Roma verso mezzanotte arrivò in macchina Arnaldo Giuliani, allora capocronista del “Corriere”, per sapere se c’era qualche novità e rimase un po’ nella speranza che il fatto si risolvesse presto. Sopraggiunse Enzo Catania e visitarono i parenti riuniti in un piccolo locale con l’angoscia che i rapinatori sparassero per trovare una via di fuga.
Tornando alle bische clandestine, ricordo le irruzioni dei carabinieri e della polizia per sbancarle. Anche la strage del Lorenteggio era stata decisa in una “belanda”, bisca nel gergo della mala. Ne avevamo da scrivere, vero Ranieri?. Milano aveva uno scossone dietro l’altro: la mala imperzva, anzi voleva impossessarsi della città. Nell’80 anche tre delitti in un giorno, senza contare i sequestri di persona e le imprese dei brigatisti. Milano la percorrevamo in lungo e in largo, da via Cascina Barocco, estrema periferia, a piazza Piola, piazzale Susa, teatri di omicidi di vario stampo. Per captare la simpatia di un possibile fornitore di notizie Ranieri aveva un suo modo semplice e schietto. Tante volte l’ho visto alle prese con un “trombettiere”. Sapeva come prendere le persone. Apparve sulla scena del delitto di via Solferino, dove il pittore Mosconi era stato ucciso da un giovane e messo sotto il letto dello studio. Il giorno dopo nel suo articolo aveva raccolto tutto, foto comprese.
Nei giorni liberi se ne andava con la moglie Franca a Bolsena, dove giocava a carte un gruppo di amici. Quando andò in pensione passava più tempo lì che a Milano. Quando organizzava una cena con gli amici carabinieri, andati in pensione anche loro con il grado di generale, li ascoltava con interesse se accennavano a grandi operazioni, una contro una banda di trafficanti di droga,trovata nascosta sullo scafo di un’imbarcazione. Allora nulla lo distraeva da quei discorsi. Era avido di particolari.
Sapeva stare in compagnia e gli piaceva scherzare. Ricordo una serata con il pittore Ibrahim Kodra, che era suo amico e mio. Anche all’artista piacevano gli scherzi. Aveva vissuto una bella storia, alla corte di re Zogu. In Italia aveva attraversato i giorni più belli di Brera, pranzando e cenando alla latteria delle pie sorelle Pirovini, che gli volevano un bene dell’anima, sperando che si convertisse. Un suo allievo fondò un Premio e nominò Ranieri presidente.
Non credo alla morte di Ranieri. Ho l’impulso di formare il suo numero e di sentire la sua voce all’altro capo del filo. L’ultima volta l’ho sentito tre mesi prima del suo ultimo viaggio. Mi ha telefonato lui, il campione. L’ultima volta sono andato a cena a casa sua e gli ho portato la filastrocca, che condensava la nostra amicizia e le nostre vite di cronisti. Vite movimentate, ricche di sorprese e d’incontri, di attese e di scarpe consumate. Eravamo come pescatori che attendono sulla riva con la lenza in mano. Tanti giovani colleghi hanno ricevuto da lui aiuto, suggerimenti, consigli. Insegnò all’Università Bicocca storia del giornalismo. Fece parte della commissione per gli esami di Stato degli aspiranti giornalisti. Sicuramente non fu un commissario severo. Anche la figlia Marika ha seguito le sue orme; il figlio ha scelto un’altra strada. E’ difficile per me scrivere di Ranieri Orlandi senza bagnare la pagina.
I ricordi scorrono come acqua di fiume, sfiorando perfino il matrimonio di Alberto Berticelli, altro grande, a Villa d’Este, che ebbe tra gli invitati il prefetto Vicari e il capo della Mobile Achille Serra. Rivedo Ranieri seguire la messa con raccoglimento. Il suo ricordo non si sbiadirà mai.






