Di Franco Presicci:
Il rimpatrio può deludere, disorientare. Di fronte a mutamenti inattesi, persone e atmosfere diverse. Scorrono i ricordi e baluginano i tempi andati. Com’è cambiato il trullo dello zio prete, sul Chiangaro! Non lo riconosco più. Dal largo piazzale sono scomparsi il pozzo, a un tiro di fionda il ciliegio gigantesco, il fico oltre il muretto che separava il mattonato dalla terra. Il forno è stato spostato. Allora era inserito nel fabbricato. La vecchia fisionomia è stravolta: le voci sono altre. E’ vero, gli anni sono volati e l’uomo ha voglia di rinnovare, a volte in peggio. Ero undicenne quando arrivai a Martina sempre con un bagaglio addosso.
Molti sono morti, altri cresciuti, invecchiati. Anche il tratturo ha mutato faccia, il cancello è stato sostituito, anche se era ancora in buone condizioni: si è preferito quello di alluminio. Allora c’erano Pierino e le sue tre sorelle, zi’ Rusarie e Guianne, un po’ incurvato per la fatica sulla terra; Ciccillo, che non prese moglie, per obbedire alla mamma; i Romanelli.
Quante serate trascorse con quella bravissima famiglia, che viveva in trulli maestosi! Ciccillo e mio zio Dionigi suonavano uno la chitarra, l’altro il mandolino, mentre lo zio prete, con gli occhialini alla Cavour, i calzoni alla zuava conservava l’espressione severa, elargendo a volte un sorriso avaro. Un giorno zio Dionigi, spuntando all’improvviso, sorprese un uomo che scendeva dal trullo reggendo una palla sottratta alla cuspide. “Beh, allora?”, esclamò lo zio; e quello, imbarazzato, rispose che voleva vedere la campagna dall’alto. E la palla? Nessuna spiegazione, non ne aveva: la depose e corse via. Fu l’antesignano di quelli che oggi decapitano le case incappucciate. Un primato poco apprezzabile.
Ricordo gli alberi che impreziosivano il fondo: oltre al fico e al ciliegio, il noce, il gelso, il pero, il lazzeruolo (che cos’è?, si chiederà qualcuno), e una piccola vigna. In tempo di vendemmia eravamo tutti presenti per fare ognuno la sua parte. Enzo, mio cugino, scomparso di recente (era medico), e io mettevamo i grappoli in una cesta e li portavamo nel palmento; mia zia, mia madre e qualche amica sgravavano le “ceppune”. Poi un contadino pestava l’uva con il piedi: uno spettacolo.
Dalle vendemmie vicine la sera venivano suoni, voci di giovani che ballavano sull’aia e grandi che bevevano, tenendo i fiaschi a portata di mano. Su quello spiazzo i contadini spandevano il grano al sole, e le donne più anziane “spuzzecavene le fave”. Alla fine di agosto a Faggiano, in provincia di Taranto, adesso celebrano la vendemmia con una festa. Che gioia, il passato che fa capolino! Da noi l’aia non c’era, ma ci riunivamo ugualmente sotto due grandi “buganville” per conversare, mentre la nonna stendeva sulle “sciale” i fichi tagliati in due. Il nonno Ciccio fumava la pipa a collo di giraffa e guardava il nipote più piccolo che pigolava. Io e Enzo cercavamo di sorprendere le cicale sul tronco del melo o d’imprigionare i grilli tra il pollice e l’indice.

Mi duole vedere la stoppia giallastra al posto dei pampini. La campagna che si spoglia fa male. Una volta, quando vedevo il motocarrello parcheggiato quasi sul tratturo, urlavo “Peppinoooo!! e lui mi rispondeva. Altri contadini amici mi hanno fatto piangere quando se ne sono andati. Giovanni, per esempio, che abitava a due passi da me.

Ho iniziato parlando del Chiangaro, dove trascorsi una piccola parte della mia adolescenza. C’era la guerra e la notte sentivamo i boati dei bombardamenti sulla bimare. Ci alzavamo e correvamo a vedere l’orizzonte in fiamme. Mia mamma e mia zia si rifornivano dal mercato nero, facendo chilometri a piedi. Una volta vennero ospitate su un carretto con il conducente che tagliava l’aria con la frusta. Nonna Graziella aveva cura di noi e stava attenta che rispettassimo le disposizioni dello zio canonico: non toccare l’uva da tavola, non ancora matura, e le noci, con il mallo ancora verde.
Giocavamo nel tratturo con le ragazze di fianco e con loro andavamo anche nel bosco, in fondo al terreno dei Romanelli, per raccogliere i funghi. Ce n’erano pochi, ma esitavamo, non sapendo se fossero commestibili o velenosi. A volte anche noi eravamo prudenti. Lo zio prete era severo e puniva ogni nostra impertinenza. Ci consegnò due cappelli da prete, quelli con la falda larga e la cupola, imponendoci di zappare la terra, attenuando l’ordine con l’avviso che ne avremmo ereditato ognuno un pezzo. M’insegnò a fare i solchi zio Dionigi, che aveva un cuore d’oro.

Martina è il mio luogo del cuore. Oggi faccio dieci ore di treno, per venirci, non più sul Chiangaro, ma sulla via Mottola, un tratturo prima della vecchia strada per Noci, che porta alla chiesa della Madonna della Consolata, a pochi metri dai trulli di altri amici cari, Angela e Vito. Divertenti le partite a scopone tra noi e loro, con Vito che ama fare teatro mentre sta per poggiare la carta sul tavolo. Io urlo quando afferro il sette di denaro: il ”pisellino”. Spesso pranziamo e ceniamo insieme, chiacchieriamo sorbendo un gelato; mentre i più giovani danzano con virtuosismi da ribalta, soprattutto Vito piccolo, appena laureato. Un anno il compianto amico Michele Annese, direttore della biblioteca di Crispiano, fece venire da noi un’orchestrina, Crispianapolis, e tutti mossero ritmicamente le gambe. C’erano, tra gli altri, l’avvocato Elio Greco, della Fondazione Nuove Proposte Culturali; il questore Vito Plantone, grande carriera anticrimine a Milano; il professor Lino Colucci, ispettore didattico; Enzo con la moglie…. In quel complesso spiccava il suonatore di tamburello.
Al momento del ritorno al Nord ci assilla e la malinconia. E’ come se lasciassimo un eden, il regno del silenzio e della pace, un verde incontaminato. E Martina torna ad essere un sogno.










