Di Franco Presicci:
Teo Teocoli è nato a Taranto nel ‘45, in via Dante, in una famiglia di giostrai. Arrivò a Milano quando era piccolo e povero. andò ad abitare con i genitori in viale Zara. Accennò alla sua biografia la sera del 24 naggio del 2013 nella Sala Congressi della Provincia di Milano. L’Associazione regionale pugliesi gli aveva assegnato il Premio Ambasciatori Terra di Puglia e dal palco dopo aver ringraziato parlò delle sue origini, della sua città che non stava in buona salute e di quelli che sradicavano gli ulivi per trasferirli al Nord. Qualcuno osservò che c’erano altri ladri: quelli che staccavano le palle delle cuspidi dei trulli e le stesse pietre delle case incappucciate in rovina.
Teocoli mostrò quella sera di essere ancora legato alla sua “culla”, della quale s’informava spesso. Poi quando si sedette tra il pubblico in prima fila gli vennero fatte domande sulla sua attività e lui rispose volentieri. E’ una persona molto simpatica e parlava con piacere della sua amicizia con Adriano Celentano prima dei tempi della “Via Gluck”, al Derby Club di via Monterosa (messo su da Enrico Intra), alla Tv, al cinema, a teatro. Un percorso artistico ricco di successi, da “Colpo di genio” su Rai1 con la Venrura, a “Che tempo che fa”, alla “Domenica Sportiva”, di cui era ospite fisso, compreso l’esordio con Massimo Boldi su Antennatrè. La critica lo acclamò, sostenendo che Teocoli ha qualcosa più degli altri”, temperamento, naturalezza, spontaneità. Oltre ad una grandissima carica di simpatia.
La giuria del Premio lo aveva premiato “perché nella sua lunga e prestigiosa carriera ha saputo infondere in tutti i personaggi una modernità espressiva tali da renderli vicini e irriconoscibili. Umanità e calore lo rendono grande professionista nel mondo dello spettacolo, simbolo di una vivacità tipica di un incontro tra le culture non antagonista del Sud e del Nord”. Teocoli non evitò di accennare al “materiale” che attacca la salute dei cittadini e illividisce i tramonti sul Castello Aragonese”. Non è il comico che in pubblico ride e fa ridere e nella vita privata è un burbero.
Era l’ottava edizione del Premio che negli anni è stato assegnato a molte personalità: a Livia Pomodoro, ad Albano, alle donne del vino di Manduria (i Soloperto), “che hanno saputo promuovere la cultura del bere” con una vivacità e un tendenza alla comunicazione moderna e anticipatrice tale da costituire un autentico fenomeno associativo dell’imprenditorialità femmininile, capace di creare valore da una delle tipicità delle Terre di Puglia”. Quelle donne sarebbero piaciute a Mario Soldati, regista e scrittore, che traduceva la delicatezza in stile anche quando scriveva (ricordato da Domenico Porzio in “Primi Piani”), come testimonia il su voluminoso “Vino al Vino”, del ‘77. Lo si immagina impegnato in dotte discussioni con quel timbro ardente della voce sul Locorotondo e sul Primitivo o nel ricordo delle due bottiglie di Barolo 1989 regalatogli da Gianni Brera o del “vino giallo “, caro a Cesare Pavese, costantemente sorseggiato, forse senza entusiasmo, nei suoi 35 anni romani. E sarebbe piaciute a Luigi Veronelli, poeta del vino e dei fornelli, che nella cantina della sua casa a Bergamo Alta aveva una collezione di nettare che offriva agli amici. E giacché siamo in argomento il pensiero va non solo al Falerno celebrato da poeti e scrittori dell’antichità (Catullo, Orazio, Ovidio, Virgilio, Cicerone…), ma anche a quella perla della Fondazione Cologni,” Il “Vignaiolo”, libro presentato anni fa Palazzo Bovara, a Milano, che considera “il piantator di vigna” un mestiere d’arte.
In un’altra edizione il Premio andò a Renzo Arbore (nato a Foggia, ma nell’anima cittadino di Napoli), che dialogando con il maestro Palumbo dal palco divertì molto il pubblico…
La sala era zeppa, c’era chi aveva lottato per conquistare i posti migliori. Come quando in un altro teatro sul palco salì anche Gerardo Placido per intervistare Al Bano, che poi tuonò cantando “Felicità”. Su un maxischermo scorrevano immagini della pizzica eseguita dal pruppo Ascani, ulivi saraceni, chiese rupestri, masserie, rosoni, vigne, brani di paesaggio, i colori, l’incanto della nostra terra. Tra i costruttori di questo Premio, c’è Pino Selvaggi, mentre Nicla Pastore, di una molto seguita antenna di Taranto, Studio Cento, presentava come ogni anno, dalla prima edizione, con eleganza, lo svolgersi della serata. Regista, Andrea Celetti, abile nel legare in maniera armoniosa i vari momenti, tra ricordi di personaggi venuti a mancare e interviste intelligenti e circostanziate.
Assistevo tra il pubblico pensando a Peppino Strippoli, l’apulo-milanese, che una volta nel suo supermercato del vino a Saronno mostrò a centinaia di invitati, tra cui un giornalista di varie testate e al regista Gillo Pontecorvo uno spettacolo grandioso: quattro o cinque belle ragazze che in una grossissima botte pigiavano l’uva con i piedi nudi, come vidi fare nel palmento di Giovanni Montanaro a Martina Franca e in quello di Pierino Pavone. I
l Premio “Terre di Puglia” ha riconosciuto nel tempo i meriti di tanti personaggi, compresi i Negramaro e le mamme di San Vito, che emigrate in Brasile da Polignano, impegnate a vendere orecchiette, panzerotti e altre delizie pugliesi per aiutare i ragazzi di strada. Insomma l’Airp ha sempre l’occhio attento verso la Puglia. La sua attività ha sempre avuto l’ammirazione dei corregionali. Chechele Iacubino, che era di Apricena e aveva aperto due ristoranti a Milano, il primo in via Vittor Pisani, “La Porta Rossa”, ci teneva molto, amando anche lui il luogo d’origine, tanto che Mario Dilio, scrittore barese di cose meridioanli e già capo ufficio stampa dell’Alfa Romeo, lo considerava ambasciatore della Puglia in Lombardia. Ai suoi tavoli si sono seduti grandi personaggi del cinema, del teatro e della televisioni: Don Lurio, per esempio. Ricordo ancora una serata con Giuseppe Giacovazzo e Filippo Alto. Li raggiunsi all’1.30, mentre Milano dormiva da un pezzo. Giacovazzo faceva parte della giuria del Premio Milano di Giornalismo, che aveva sede proprio nel locale del “pugliese”, come diceva Gaetano Alfeltra, che dal “Corriere” era venuto a dirigere “Il Giorno”. Afeltra era di Amalfi, ma non mancava alle nostre manifestazioni. Una volta era seduto di fianco al grande attore Tino Carraro.
Dell’associazione parlammo con Lezoche, che l’aveva presieduta, a Trani, sua città d’origine, un giorno che mi aveva invitato a pranzo assieme a Giuseppe Zecchillo, famoso baritono della Scala. Mi dette anche dei documenti che riguardavano Nino Palumbo, scrittore anche lui tranese, che poi lasciò Milano per trasferirsi in Liguria. Cominciai a frequentare il sodalizio ai tempi in cui era in piazza Duomo e presidente era Bruno Marzo con Filippo Alto addetto alle attività culturali. In quegli anni ci andavano per la presentazione di libri il grande cronista (poi capocronista) del “Corriere”, Arnaldo Giuliani; e Guido Gerosa, vicedirettore del “Giorno”. Lì conobbi Mario Azzella, di Trani, giornalista e documentarista della Rai.
E Teo Teocoli? Ho continuato a seguirlo e ad ammirarlo in tivù. Ogni tanto qualche collega del settore mi dava informazioni del suo lavoro e io mi compiacevo non solo perché è nato nella mia città, quella Taranto che allora era un’altra cosa, con gli stabilimenti balneari, il famoso Premio Taranto, nel ‘51, il Premio Rinascita, il professor Parenzan che studiava i fondali del Mar Piccolo, scendendo con una specie di batiscafo alla maniera di Custeau, realizzando anche dei quadri che espose al Circolo Magistrale “Tarentum”, con sede in via Di Palma; e Nicola Carrino che esponeva i suoi moduli alla Biennale di Venezia. Nella Bimare si giravano anche dei film, come “Marinai, dobnne e guai”.
Ogni volta che un tarantino emerge o s’impone alla notorietà gioisco. Taranto dovrebbe darsi da fare, tirando fuori tutte le sue energie. Le menti geniali non dovrebbero più essere costrette a prendere il treno.
(foto: di Susanna Tomassetti, tratta da gruppo facebook “Amici a cui piace Teo Teocoli”)






