Di Franco Presicci:
La nostra bella città ha sempre vantato nomi geniali. Magari molti li abbiano dimenticati o non ne abbiamo mai saputo l’esistenza. Adesso che la canzone classica napoletana suscita l’attenzione dell’Unesco è il caso di far sapere che anche in quell’ambito abbiamo avuto i nostri eccellenti rappresentanti. Come Pasquale Mario Costa, tarantino doc., nato nel luglio del 1858, deceduto a Montecarlo nel settembre del 1933. Il suo primo strillo lo emise al secondo piano di via Duomo, proprio vicino alla casa di un altro mostro sacro della musica, Giovanni Paisiello, e alla Cattedrale, dedicata a San Cataldo, nella città vecchia. Costa del grande artista aveva anche l’aspetto. Il papà controllore delle Dogane e la mamma una nobilonna fine e dai modi garbati. Quindi lui aveva avuto un’ottima educazione.
Pasquale Mario Costa (che all’anagrafe aveva anche altri nomi ma in arte era solo Mario), traslocò nel capoluogo partenopeo quando era ancora un virgulto. S’immerse negli studi di musica e canto al conservatorio di San Pietro a Maiella, condotto da Saverio Mercadante con collaboratori di altissimo livello, impegnandosi con tutte le sue forze, consapevole delle sue doti, manifestate nella prima ispirazione, “In alto mare”, le cui note erano di Enrico Calisciami, napoletano che diresse anche un giornale”.
Costa studiava con zelo, la sua volontà era tenace. Scrisse un’infinità di romanze e canzoni popolari, inni, stornelli, danze, operette, serenate, romanze, fiabe, pantomime, opere comiche, melodie… La sua fantasia era fertile, cominciò a dare i suoi frutti verso il 1871. Scrisse per una sessantina d’anni. Nel 1889 s’ispirò alla visita a Taranto di re Umberto I e del principe di Napoli per l’inizio dei lavori dell’arsenale militare marittimo.
Sua è l’opera comica “Capitan Fracassa”. E sua “Mimì Pom-pon”. Un elenco lunghissimo che da solo occuperebbe pagine e pagine. I critici lo osannavano, apprezzavano il suo stile, la sua capacità di dare agli appassionati opere memorabili. Tra queste ”Era di maggio”, “Catarì”, che ancora oggi mandano in visibilio il pubblico, non soltanto quello del nostro Paese. Quando canta Napoli si commuove il mondo.
Orgoglio per Taranto aver avuto un compositore geniale come lui. Compose una canzone strepitosa seduto al tavolo dello storico caffè napoletano “Gambrinus”, che, sorto nel 1860, fu galeotta anche di “’A vucchelle” di Gabriele d’Annunzio”. “A frangese” fu concepita in una birreria. Fu portata in ogni dove, nei teatri più prestigiosi, anche con la voce incantevole di una diva pure lei di Taranto, Anna Fougez, che salì sul palcoscenico a 8 anni e lo dominò fino alla conclusione della sua vita. Una stella che illuminava le scene, al secolo Maria Annina Laganà Pappacena, nata nel 1895 (Cataldo Sferra ha scritto un libro intervistando i suoi discendenti). Di umili origini nel borgo antico di Taranto, Annina a 15 anni si esibì con il grande Ettore Petrolini.. Non rinnegò mai la sua città, rimase tarantina fino all’ultimo atto.
Tornando a Costa, collaborò con tanti nomi importanti. Ovunque si trovasse riempiva un foglio. Alcune sue canzoni le ha scritte su versi di Salvatore Di Giacomo. Tra queste, “Era di maggio”, cantata sapientemente l’altra sera all’Arena di Verona dall’attrice Serena Rossi. Anche Ferdinando Russo, uno dei più grandi poeti di Napoli, maestro del dialetto che dedicava la sua penna anche alla gente senza voce, versava inchiostro per lui.
Una gloria della Bimare, dunque, un’icona, un monumento., un colosso “Ghiammoncenne me’” è sua e sua “Luna nova”. E anche ”Scetate”, del 1887 (parole di Ferdinando Russo), una serenata da sogno fu musicata da lui. Può stare bene a fianco di Rocco Galdieri, che Tilgher indicò come “il Leopardi napoletano”, Libero Bovio… Critici autrevoli affermarono che le sue opere erano (e sono) “ricche e originali”.
A Taranto non lo hanno dimenticato. Tre tarantini veraci come le vongole, Chiappe, Chiappine e Matarazze, cioè Antonio De Florio, Nicola Cardellicchio e Nicola Giudertti, a suo tempo hanno organizzato diverse, grandiose serate in onore di questo concittadino nato in via Duomo, quasi di fianco al museo di Giudetti, dove già si respira il mare. Mario Costa ha fatto e fa trepidare la sua “culla”. L a sua grandezza ha ovviamente trovato spazio in quotidiani, riviste e periodici, tra cui la “La Voce del Popolo” dei fratelli Rizzo, la Rassegna del Comune del 1934, che ho consultato, grazie al mio “psicopompo” Antonio De Florio, ricercatore attento e preciso.
Non fu solo compositore, Mario Costa, ma anche tenore e pianista. Tra i suoi nomi ha anche quello di Cataldo, sicuramente in onore del santo venerato a Taranto, alla protezione del quale si sottrasse per mettersi sotto quella di San Gennaro, non certo per l’idea predominante nella nostra terra antica, che vuole San Cataldo benefattore dei forestieri. La sua tomba è nel camposanto della Bimare,ma non so quanti vadano a visitarla, a deporre fiori.
La fama di questo pilastro della musica non si spegne. Le sue canzoni in francese, come “Le nouveau pauvre” “J’ai dit a mon coeur”, non appassiscono nonostante il passare degli anni. Nicola Cardellicchio, raccoglitore di libri e appassionato di ogni aspetto della Bimare, dopo aver visto lo spettacolo presentato all’Arena di Verona alla notizia che la canzone napoletana viene accolta nel grembo dell’Unesco, è rimasto amareggiato per l’assenza del nome di Mario Costa nelle presentazioni di Milly Carlucci. Ma la bravissima attrice Serena Rossi ha intonato “Era di maggio”.
Amò tanto Taranto. In occasione di una visita di Umberto I nel 1889, per la Bimare scrisse la prima canzone: “Tarantì Tarantella”, in cui celebra i due mari. “’u Peceridde e ‘u Grànne”, e il canale che li bacia, La canzone partenopea è ascoltata in tutto il pianeta, i suoi interpreti richiesti ovunque. Napoli bella, incantevole, solare, ospitale, nobile, all’epoca bombardata e semidistrutta, ha un pentagramma lungo quanto un’autostrada. Quando Napoli canta vibrano i cuori. Le canzoni di Napoli fanno sognare, palpitare Mario Costa, era ed è fra gli dei, un artista immortale. Nelle sue canzoni c’è tutto: l’amore, l’abbandono, il tradimento, la delusione, la solitudine, il pianto, il sorriso… In un vecchio ritaglio di giornale leggo che fu “l’interprete del nostro sentimento; l’indice del nostro animo fremente”. L’arte di Costa portò per il mondo, in tutto il loro splendore, i riflessi del mare, del sole, del verde intenso di questo angolo di terra nostra. E i primi segni della sua arte delicata – leggo su un ritaglio – li ebbe prestissimo, proprio al Conservatorio…”E il mondo intravide le bellezze dell’incantevole città bimare”.
In uno scampolo di foglio di giornale, in occasione della sua morte: “Artisti insigni come lui appartengono alla Nazione, ma noi ricordiamo con orgoglio Mario Costa… La sua personalità era fra le più note del mondo musicale… Apparteneva alla schiera di quei poeti e musicisti come Di Giacomo, Bracco… che per molto tempo espressero mirabilmente l’anima canora italiana…”.
Antonio De Florio mi manda anche una vecchissima ’intervista fatta a Costa: “Sono venuto qui per riabbracciare mia mamma e per le onoranze a Paisiello. Quella povera vecchia quasi novantenne ha bisogno dei miei palpiti come io dei suoi. Di tanto in tanto scappo da Parigi e vengo a trovarla“. E accennò anche alla canzone “’A frangese”, che, pagata 500 lire, fruttò rivoli di denaro all’editore. Insomma Costa era un mito, riscosse successo a Londra e altrove.
Ebbe frequentazioni di altissimo livello, con Gabriele d’Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Edoardo Scarfoglio e la moglie Matilde Serao, fondatori del giornale “Il Mattino” di Napoli. Le sue operette andarono in scena in vari teatri, a Parma, a Milano (al Fossati) con grande partecipazione di pubblico.
Qualche anno fa la Casa del Libro organizzò una serata dedicata a Franz Kafka: ogni cittadino poteva avvicinarsi al microfono e leggere una pagina dello scrittore di Praga. Perchè non ripetere l’idea con Mario Costa? Non mi pare un progetto malvagio.
Io andrò alla sua casa natale anche per leggere le parole incise sulla lapide posta dal Comune: “In questa casa vicina a quella del divino cantore di Nina respirò con la vita le prime auree di gloria Pasquale Mario Costa, che se stesso trafuse pellegrino d’amore in nostalgia di patria nel musicale ricamo della vicenda di Pierrot e nelle melodiche meraviglie fiorite dalla poesia del nostro popolo”.
Amò, ripeto, sempre e tanto le sue radici. Ascolto ancora la sua Tarantì Tarantella”, che celebra i due mari, il Piccolo e il Grand, e il canale che li bacia.
(foto: di Nicola Cardellicchio, casa natale di Pasquale Mario Costa)






