Di Franco Presicci:
Non molti anni fa in via Chiossetto, stretta, silenziosa, qualche passante e qualche cilindrata non frettolosa c’era la redazione di “Qui Touring”; l’ufficio di un famoso petroliere riservato; lo studio del pittore Max Quatty e il laboratorio di un grande ceramista abruzzese, Giuseppe Rossicone. La via parte da via Francesco Sforza e si conclude di fronte al Palazzo di Giustizia. Se la si percorre a piedi in pochi minuti si conquista la vista dello storico edificio, iniziato nel 1932 e concluso 7 anni dopo. L’ingresso per avvocati, giudici, cancellieri e non solo è da via Freguglia. Non era una mia meta quotidiana: ci salivo per fare un saluto ai miei colleghi della sala stampa, acquartierati al primo piano quando non erano in una sala delle udienze per prendere nota dello svolgimento di un processo.
Io mi fermavo prima: al laboratorio di Giuseppe Rossicone, che avevo conosciuto negli anni ‘60, grazie al pittore veneto Giuliano Adonai, che venne a farmi visita al “Giorno” e mi mostrò la foto di un su quadro che esprimeva il grido di una delle vittime del disastro del Vajont. Adonai era un artista di talento, studioso di storia, tanto che andò a dirigere “Historia”, di Cino Del Duca, dopo il professor Alessandro Cutolo. passato alla televisione a condurre trasmissioni con il suo stile chiaro e semplice.
Tornando a Rossicone andai a trovarlo un pomeriggio, sorprendendolo al tornio. Non smise di fermare il piede sul pedale e rispose alla mie domande per uno dei miei articoli richiestimi da Paolo Cavallina, conduttore di “Chiamate Roma 31-31, per un giornale abruzzese “Il Mezzogiorno”, diretto da lui “Ti do una pagina intera con foto a colori”, mi aveva detto telefonandomi. Rossicone era di Scanno e aveva appena vinto il Premio Tadino ed era l’artista che io cercavo. Urlò “Avanti” dalla sua postazione e m’inoltrai in un angusto corridoio, poi un altro e mi ritrovai in un a stanza ampia che prendeva luce da una finestra aperta nel cortile.
Era appena andato via Remo Brindisi, un grande pittore abruzzese che aveva lo studio in via Pietro Calvi. Era stato lui a definire azzurro ferrigno il colore usato da Rossicone per le sue lampade-forme, le figure, i faraglioni, i vasi, molti destinati a Evi Zamperini Pucci, maestra dell’ikebana e donna bellissima che spiccava anche per gli abiti e l’eleganza nella feste al Circolo della Stampa, presieduto da Ferruccio Lanfranchi, capocronista del “Corriere della Sera”.

Ogni volta che andavo in via Chiossetto Giuseppe mi parlava di tutto, degli incontri con le persone che entravano nel laboratorio per osservare le opere esposte o sistemate su lunghi scaffali ricurvi per il peso o su un tavolo, su un divano, tante, ma proprie tante, alcune pronte a partire per una esposizione anche nel Sud. Tanti artisti italiani e stranieri che hanno fatto la storia dell’arte – ha scritto qualcuno – sono passati da via Chiossetto. Pittori e scultori. In un locale piccolo quanto una sacrestia di paese campeggiava una grossa sfera di Ernesto Treccani e alcune statue di Ibrahim Kodra, l’artista albanese che pur legato alla sua terra attraversò oltre mezzo secolo di storia di Milano.
Rossicone parlava spesso di lui, della sua attività,a, dei suoi lavori esposti nelle gallerie di Palermo, di Positano… Io ho scritto tanto di Rossicone, che tra l’altro non mancava mai alla cerimonia della consegna del Premio Milano nel ristorante di Chechele e Nennella, la cui prima edizione premiò Giovanni Valentini, che a 29 anni dirigeva “L’Europeo”. Rossicome era una persona alla mano. In tanti anni non l’ho mai visto arrabbiato né alzare il tono di voce. Era paziente, ottimista, fedele e schietto nell’amicizia. Quando la sua bottega venne inclusa nell’elenco dei luoghi storici mi comunicò la notizia senza esaltarsi. La sua gioia s’intuiva da un sorriso quasi impercettibile. Era discreto, non usciva mai dal suo orto, sapeva ascoltare. Nell’arte della ceramica, antichissima come il Vecchio Testamento e nobile, era una personalità. Mi piaceva vederlo plasmare l’argilla con quelle sue mani abili. Dall’argilla estraeva forme sinuose, con graffi, incisioni, segni. Le sue opere avevano un fascino particolare. Un giorno gettò un pezzo d’argilla sul piano di un tavolo rugoso e tarlato e dopo averlo trattato con la spatola sembrava uno di quegli scogli del mare di Taranto. Lo fece quasi per scherzo, ma con un risultato che ai miei occhi esaltava il suo estro.
Quanto ho scritto su Peppino. E continuo a farle per ricordarlo a chi gli fu vicino con affetto. Dopo che era uscito dall’ospedale andai a trovarlo più di una volta e lo trovavo stanco, al punto da reggere con fatica la spatola e il pennello. Parlava più piano del solito, seduto vicino alla scrivania in uno dei minuscoli spazi tramezzati, fra tante carte, cataloghi, libri, ritagli di giornale e qualche multiplo di Pozzi, Franz Borghese, Vittorio Di Muzio, Arnaldo Pomodoro, Morshita Kenzo, Domenico Cantatore, a cui negli anni ‘70 Giuseppe Giacovazzo dedicò il primo documentario a colori della televisione, in parte ambientato a Ruvo di Puglia, città natale dell’artista. Giuseppe mon aveva più addosso il grembiule macchialo di colori, forse perchè lavorava molto meno del solito.
Così è finita la fiaba del grande ceramista di Scanno che creava in quella via silenziosa come un chiostro di frati, dove le parole dette non arrivavano mai al cortile, tranquillo, senza voci e senza gesti. Mi pesa aver chiuso quel percorso. Sono anni in cui non salgo alla redazione in cui Mario Oriani fabbricava le sue riviste, da “Qui Touring” ad “Aqua”; anni che non passo più davanti al Bar Taveggia, dove il fotografo Golizia presentò il suo libro sulle masserie di Puglia con saggi interventi di Nico Blasi e del prefetto Ferrante. Quindi non so se in quel laboratorio sotterraneo ci siano ancora le tracce dell’artista nato a Scanno nel ‘33.
Non l’aveva mai dimenticato, il suo paese in provincia dell’Aquila, in parte assorbito dal Parco Nazionale. Ci tornava, eccome. Aveva radici solide: abruzzese autentico, orgoglioso di esserlo, come Barracca, titolare dell’Osteria del vecchio Canneto e del ristorante “Gran Sasso”, dove ogni sedia aveva sullo schienale il nome della persona illustre che vi era stato seduto, compreso il mitico Gianni Brera.

Così era Giuseppe Rossicone: aveva raggiunto la fama, la stima di personaggi di rilievo, l’apprezzamento della critica, ma di fronte all’obiettivo diventava timido.






