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Quale futuro per l’Università della Basilicata Il parere di Pietro Simonetti

UNIBAS campus potenza min 1

Di Nino Sangerardi:

“Senza eccellenze, e sono tanti i nostri ragazzi che preferiscono studiare altrove e lì restano, arricchendo economie di altre regioni e di altri Paesi, si fanno tanti passi indietro e serve a poco la giustificazione del calo demografico diffuso. E allora occorre cambiare strategia”.

E’ quanto sostiene Pietro Simonetti , esponente del Cseres(Centro studi e ricerche economiche e sociali).

 

A che punto è  l’Università lucana?

 

Simonetti risponde così: “Nelle ultime settimane,con ricerche e studi,e’ aumentato l’interesse per disvelamento della difficile situazione in cui versa da anni l’Università degli Studi della Basilicata.Sono emerse le forti criticità da tempo nascoste per interessi di gruppi di vaio generre e colore..C’è un’immagine potente che circola tra gli statistici, nota come il Paradosso di Wald. Durante la Seconda Guerra Mondiale, si studiavano gli aerei che tornavano dal fronte pieni di buchi di proiettile sulle ali. I generali volevano rinforzare quelle zone, ma lo scienziato Abraham Wald li fermò: “dovete rinforzare i motori, disse, perché gli aerei colpiti lì non sono tornati affatto”.Oggi, guardando ai dati dell’Università della Basilicata  sembra di assistere allo stesso tragico errore di valutazione. L’UniBas celebra con orgoglio i propri fori sulle ali: il basso costo degli affitti, il rapporto diretto docente-studente e il 70% di esenzioni dalle tasse. Ma ignora il motore in fiamme: il 78% degli studenti lucani che l’aereo UniBas non l’hanno nemmeno preso, o ne sono stati paracadutati fuori.

 

C’è chi dipinge l’Ateneo lucano come volano di sviluppo

 

Sì,un articolo di propaganda uscito recentemente. Si citano 30 milioni di euro risparmiati dalle famiglie lucane. Ma è un calcolo che nasconde una verità amara: l’UniBas si sta trasformando in un ammortizzatore sociale per chi non ha le possibilità economiche di emigrare. Non è un centro di eccellenza, è un parcheggio di prossimità.Mentre in Puglia e Campania i grandi Atenei benchè soffrono la fuga, mantengono comunque una capacità d’attrazione nazionale. L’UniBas, invece, è un ecosistema chiuso che sopravvive artificialmente grazie anche al polmone d’acciaio delle royalties di ENI spa. Senza quei milioni versati dal settore petrolifero, l’Ateneo avrebbe chiuso i battenti da tempo.

 

Trattasi di una dipendenza finanziaria?

 

Certo, una questione decisiva che l’Univesità finge di non vedere. Dipendere finanziariamente anche dal colosso estrattivo significa, di fatto, barattare l’autonomia intellettuale con la sopravvivenza. Come può un Università essere sentinella i disastri ambientali e le mancate bonifiche se il suo bilancio è tenuto sostanziamente in piedi proprio da chi quegli impatti li genera? Il rischio è che la ricerca diventi una forma di Greenwashing accademico, dove si formano ingegneri e tecnici in un recinto dorato, salvo poi vederli scappare (nel 70% dei casi, dati Bankitalia ) verso il Nord.

L’UniBas  soffre di ipertrofia: troppe sedi per aule semivuote, un rapporto docenti-studenti che non è attenzione alla persona ma eccesso di organico rispetto all’utenza reale, e immobilizzazioni immobiliari che sono zavorre sul bilancio.

 

Quindi che fare?

 

Smettere di rinforzare le ali e sostenere un gruppo dirigente  prevalentemente impegnato nella convegnistica,convenzioni e consulenze senza ricadute.È ora di cambiare strategia. Invece di investire milioni per tenere in piedi un tale Ateneo che non convince nemmeno i lucani, perché non spostare anche quelle risorse su chi non torna?  Inoltre, tagli ai dipartimenti che non producono ricerca di serie A; invece di pagare stipendi a docenti poco performanti, o cerchie di “eccellenza” autoreferenziali, usiamo quei fondi per mandare i nostri giovani migliori nelle top 10 università mondiali, a patto di riportare competenze sul territorio e agli studenti stranieri,cosi come accade in altri Atenei del Sud Italia.

L’UniBas non ha bisogno di difese d’ufficio e marketing di propaganda di lusinghieri che  siedono nelle istituzioni o nelle organizzazioni della rappresentanza sociale sonnolenti , ha bisogno di una scossa. Perché un aereo che resta a terra per paura di cadere non è un mezzo di trasporto: è solo un costoso monumento al declino che costa oltre 80 milioni nel 2025 che ha perso il 25% degli iscritti neegli ultimi 10 anni.

Occorre bloccare il declino di Unibas che fu istituita nel 1981 con decreto Legge, a seguito di una grande vertenza Basiicata ed una manifestazione in  Roma di 5000 Lucani.

Luciano Lama a nome della Federazione Cgil-Cisl-Uil,nella sala verde di Palazzo Chigi propose di istituire  l’Ateneo Lucano.Il Governo presieduto da Arnaldo Forlani disse di sì. Questo è un fatto storico importante per la Basilicata.

 


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