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Nicola Partipilo, migrante da Bari a Milano: dagli inizi difficili all’affermazione con la libreria e la casa editrice Ricordi

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Di Franco Presicci:

Quando da Bari arrivò a Milano, sceso dal treno e deposto la valigia sul marciapiede, sollevò lo sguardo in quel pancione metallico, che è la stazione ferroviaria, ed ebbe quasi l’impulso di tornare indietro. Lo stesso gli accadde quando, uscito sul piazzale, si trovò di fronte all’Hotel Gallia, così alto, così possente, così superbo. E poi tutta quella gente che formicolava verso i taxi o fluiva nell’immenso salone per andare a prendere il convoglio. Molti correvano, perché mancava qualche minuto alla partenza; altri andavano piano perché giunti molto in anticipo e potevano permettersi di prendere un caffè al bar.
Quando arrivò lui, la Galleria di fronte alla scalinata prendeva il nome dall’enorme sagoma della “Michelangelo” – consorella della “Raffaello”, entrambe regine del mare – collocata al centro con la sua imponenza. Nel mezzanino c’era ancora il Museo delle Cere, di Lambros Dose, molto frequentato da grandi e piccini, attratti dalle statue sistemate in un ambiente simile a quello che gli originali avevano abitato.
Nicola Partipilo era salito al Nord in cerca di lavoro, come tanti altri meridionali che abbandonavano la “culla”, perché lì non c’era lavoro. L’emigrazione dissanguava le campagne e svuotava le città. Alla stazione del paese d’origine trovavano gli scompartimenti affollati ed entravano dai finestrini, perché le piattaforme erano anch’esse intasate. Nicola aveva con sé, come gli altri, la valigia di cartone.
Era un giovanotto di poche parole, generoso, disponibile, un po’ “capatòste”, ma con una grande voglia di lavorare, di realizzarsi, di vincere. Tanti anni dopo lo stuzzicai per un’intervista; e lui, sempre riservato e schivo, oltre che umile, cadde dalle nuvole, perché non si considerava così importante. “Un’intervista a me? Non so neppure da dove cominciare”. “Dall’inizio”. “Ce ne vorrà di tempo per raccontarla tutta”. Aveva già, da molti anni, la sua libreria internazionale in viale Tunisia, dove a un tiro di fionda Sandro Pertini aveva avuto l’ufficio durante la guerra.
E allora quest’uomo basso d statura, un po’ calvo, intelligente, concreto, dinamico, passo da maratoneta, una passione profonda per i libri e i suoi scaffali, molte idee in attesa di andare in cantiere, a poco a poco cucì la sua biografia. “Ero un moccioso quando a Bari facevo il fattorino da Sportelli, di Acquaviva delle Fonti, commerciante di bibite ed alcolici: portavo il vino con il triciclo fino al portone di casa del cliente e poi a piedi fino al quinto o al sesto piano. Prendevo 2.000 lire la settimana, aumentate dalle mance. Raggiungevo la ditta in sella alla mia “due ruote” e con una mano pilotavo il manubrio e con l’altra stringevo un filone di un chilo che mangiavo pedalando. Con 200 lire comperavo una cassetta di mele e le facevo fuori correndo da una parte all’altra della città”.
Dopo aver fatto la consegna si fermava per qualche minuto ad osservare il luogo. “Alla fine sapevo tutto dell’arredo della via”. Milano lo incantava, “mi rapinava il cuore”. Dopo qualche tempo si trasferì in viale Umbria, in un “trani”, come allora si chiamavano le osterie. “Trani” dalla città pugliese con la Cattedrale dedicata a San Nicola Pellegrino, le strade pulite, il mare, il vino buono servito in boccali di argilla cotta (da leggere un libro di Vincenzo Pappalettera: ”Il trani di via Lambro”). Quel vino veniva a Milano, e non solo.
“Lì facevo il barista. Sveglia alle 5, alla 6 già dietro il bancone fino alle 9 di sera. Il primo giorno il padrone mi offri una tazza di latte e una michetta. Rimasi di sasso. Avevo fame e riempii una pentola di latte e vi affondai una ventina di rosette, che per me erano fatte d’aria”. Sorrise, come per dire: “E’ la vita di uno che viene dal Sud. Mai un giorno di risposo. Soltanto il pomeriggio di Natale, quando i titolari mi portarono in Duomo e sui navigli. Ah, i navigli, atmosfera magica! Soprattutto il Ticinello, che all’epoca era attraversato dai barconi”. E prima ancora dal “barchett de Boffalora”
Poi invocò San Nicola, il protettore della sua città, un po’ contestato, come San Cataldo a Taranto, perché secondo i cittadini privilegiava i forestieri. Tanto che Il giornalista Mario Rossano di Raitrè in un suo libro diceva che o lui cambiava musica o i baresi lo avrebbero sostituito. Naturalmente scherzava: non si può fare guerra a un santo. Partipilo stava per rifare la valigia, quando scoprì che Milano è una sirena, al cui canto nessuno resiste.

Screenshot 20260208 054235Uomo tenace, dignitoso, intraprendente, fiero, non se la sentiva di essere sconfitto. E così riprese a girare per le vie della città di Meneghino e Cecca, alla ricerca di una nuova occupazione. E qui intervenne il destino, che gli fece aprire le porte della libreria di viale Tunisia, quasi all’angolo di corso Buenos Aires, “Avendo le mansioni di fattorino, andavo a ritirare i libri dalle case editrici”. E ancora una volta ammirava i palazzi storici, i monumenti, le chiese, i negozi, le piazze… Passavo davanti a Palazzo Castiglioni di corso Venezia, scoprendo poi che era uno dei più significativi modelli di architettura Liberty; entravo in un giardino interno, magari sfuggendo al cipiglio del custode, e mi trovavo davanti a semiarchi, pegolati, fontane zampillanti, aiuole meravigliose, statue”. Godeva la bellezza di Milano, al diavolo quelli che la definivano brutta, contraddicendo Guido Piovene, Carlo Castellaneta, Francesco Ogliari, Alberto Lorenzi, Guido Lopez…

Trascorse il tempo e la famosa, storica libreria passò nelle sue mani e dopo anni creò la sua casa editrice, la Celip, che ha pubblicato volumi stupendi, ricchi di fotografie anche a piena pagina, scelte da lui, mappe, disegni; e autori autorevoli, da Ferruccio De Bortoli a Guido Lopez, dall’architetto Empio Malara, lunga militanza nella difesa dei navigli, a Guido Gerosa…. Libri sui cortili, sulle cascine di Lombardia, sulle piazze, sul Liberty con immagini del veneziano Fulvio Roiter… Fra i titoli, “Una Milano mai vista” del parmigiano Leonida Villani e foto spettacolari di Mario De Biasi, che per “Epoca” girò mezzo mondo, “Natività e presepi”, “Milano in tram”, i “Castelli di Milano”, “Milano bellissima e segreta,…
Questi pugliesi! Sono un paese nella metropoli e hanno contribuito per intelligenza, perizia nel lavoro, laboriosità, serietà alla grandezza di Milano. Quando Partipilo stava lavorando sul libro “I segreti del varietà”, mi chiese la prefazione. “No”, gli risposi. Andiamo da Wanda Osiris, a pochi passi da via Monte Napoleone, io la intervisto e tu inserisci l’articolo nel volume, con richiamo in copertina. Adesso la chiamo”. La Wandissima ci accolse con una cortesia insuperabile. Il maggiordomo ci accolse all’ascensore, che finiva la corsa direttamente nella casa della diva, e lei ci fece accomodare nello studio e dopo la conversazione dal balcone ci fece ammirare un meraviglioso giardino interno. “Sai – mi disse – io una vita fa mi esibii anche al Teatro Orfeo di Taranto e quella città mi è rimasta nel cuore”.

Screenshot 20260208 054629Saluti, sorrisi, una forte stretta di mano e poi a piedi verso la libreria. “Nicola, come sei diventato titolare della libreria di viale Tunisia? “Nel ‘66 il proprietario, Vernly, navigava in acque procellose e allora io gli proposi di vedermela. Affare fatto. Ed ebbi subito l’idea di dare alle stampe un libretto intitolato ‘Milano test’, l’elenco di tutte le opere scolastiche in vendita nella città”. Da allora la sua libreria divenne una delle più note di Milano. E lui accrebbe anche il numero degli amici, tra cui i fratelli Cortina, di Belluno come Dino Buzzati, e tutti e tre librari (uno in piazza Cavour, l’altro in via Francesco Sforza, il terzo davanti all’Università Statale, Aldo, che era anche un rispettabile pittore, allievo di De Pisis, oltre che presidente della Fiera dell’Arte in via Bagutta (creata da Bruno De Cerce, che un mese prima di morire mi telefonò al “Giorno” per chiedermi se in occasione della sua dipartita avrei scritto un pezzo).
Nicola mi somministrò anche divertenti curiosità. “Un tempo c’era gente che entrava in libreria e diceva: ‘Ho bisogno di tre metri di libri per arredare una parete, veda lei che cosa mi può dare”. Seduto su un comodissimo divanetto, che sulla destra, tra una pila di testi, aveva una macchina per il caffè da servire agli amici, ascoltavo i titoli che i clienti chiedevano, mentre Nicola -diceva- avvertiva “il profumo dei libri”. Quel giorno scoprì il piacere del racconto e le sue parole erano come le ciliege. Non l’ho mai più visto così, loquace. Anche perché adesso la libreria di viale Tunisia non ha più le luci accese: chiusa, non per volontà di Nicola. “I libri sono il frutto del mio amore per questa città. Uno dei primi fu ‘Sapessi com’è strano conoscere Milano’, con introduzione di Enzo Jannacci. ‘Una Milano mai vista’ di Gino Bramieri e Leonida Villani fu presentato in un un ristorante affollatissimo alla presenza di Piero Mazzarella.
A suo tempo Partipilo vide entrare in libreria una volta Gianni Brera e un’altra Enzo Biagi. E tanti altri nomi illustri. E c’è gente che passando, punta un dito verso un’altra vetrina, e dice al ragazzino: “Qui c’era la famosa libreria di Partipilo”.

 


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