Di Franco Presicci:
Molti anni fa il pittore Filippo Alto, barese doc trasmigrato a Milano in via Calamatta, in un’abitazione di proprietà di un altro famoso pugliese, di Andria, Guglielmo Miani, sarto eccellente che usava stoffe pregiate acquistate in Gran Bretagna (ospitò in casa sua Filippo di Edimburgo), allestì una importante mostra alla Galleria di Renzo Cortina in piazza Cavour, dove sorgono il Palazzo dell’Informazione, il cinema Capitol e il Circolo Svizzero, e una volta c’era anche l’ingresso dello zoo. Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti nomi di spicco nel campo dell’arte, da Raffaele De Grada ad Alberico Sala, da Attilio Alfieri a Giuseppe Rossicone, l’ingegner Martino Colafremmina, il giudice Romeo Quatraro… Verso la fine Filippo mi sussurrò di non sparire, perché per pochissimi amici la serata si sarebbe conclusa al ristorante, dove mi aspettava una sorpresa.
Filippo era anche un buontempone e si divertiva a fare scherzi; e mi domandai che cosa si fosse inventato questa volta per me. Pensa e ripensa, arrivò il momento dei saluti e ci dirigemmo ognuno per conto suo alla cucina pugliese che aveva scelto per stare qualche ora insieme e in allegria.
Arrivammo, prendemmo posto e mi presentò tutti meno una signora, fingendo di essersene dimenticato. All’improvviso fece u colpo di teatro: “Ho commesso una ‘gaffe’, chiedo scusa, ecco Marietta”. Non ebbe bisogno di aggiungere altro. Caddi dalle nuvole, strabuzzai gli occhi. Quando avevo 18 anni avevo cominciato a seguirla, Marietta, sulla “Caravella”, una divertentissima trasmissione che andava in onda la domenica pomeriggio sulla Rai. Erano tantissimi i radioascoltatori che rimanevano incollati alla sedia per ridere a crepapelle: intere famiglie aspettavano con ansia quel pomeriggio. Quando Filippo fece il nome di Marietta mi venne l’impulso d’inginocchiarmi, perché quella coppia era stata per me e per tanti un mito. Fu come tornate indietro di lmeno 76 anni.

Il mio posto era stato fissato accanto all’attrice e io con discrezione le rivolsi tante domande, a cui lei rispose come se parlasse con la vicina di casa della spesa e del film che aveva visto la sera prima. Era una signora dolce, disponibile, gentile. Mi disse che viveva in Svizzera con sua figlia e conduceva una vita normale e che quelli della “Caravella” erano tempi ormai lontani, a cui non pensava più. Erano stati momenti belli, ma non ne aveva alcuna nostalgia. Di Bari, sì, ma ormai viveva oltreconfine e andava bene così.
Dalla sua posizione di capotavola Filippo sbirciava, contento di aver provocato l’incontro mai immaginato. Ne parlavamo spesso quando ci incontravamo a casa sua o nella mia, con altri amici simpatici, tra cui l’inviato speciale del “Corriere della Sera”, Costantino Muscau, sardo sposato con Maria, di Noci; il questore Enzo Caracciolo, siciliano; Colafemmina, di Acquaviva delle Fonti, con la moglie, Bruna, milanese; il questore Vito Plantone, anche lui di Noci, con la moglie Emma; il vice capo della Mobile Nino D’Amato (poi promosso questore), di Taranto, il prefetto Francesco Colucci, che a sua volta era stato una colonna di via Fatebenefratelli le… Durante la serata ci capitava di rispolverare fatti e persone remote, facendo riemergere la figura di Coline e Mariette, e qualcuno cercava di imitarli, ricordando alcune battute. E a volte signoreggiavano i dialetti, soprattutto il barese e il tarantino.
Era una bella compagnia che amava la Puglia e dava una parte del loro cuore a Milano. Tornando a Mariette, Filippo volle poi sapere come avessi vissuto la riapparizione dell’attrice; e gli risposi che quelle ore erano state per me entusiasmanti come quelle passate davanti alla radio nuova di zecca che avevamo in casa. “Mi hai fatto un regalo, Filippo, peccato che la signora mi abbia pregato di non scrivere nulla della nostra conversazione, perché per lei la ”Caravella” faceva parte dell’archivio. “Ha aggiunto che ha avuto piacere di parlare con me, senza mai usare la parola ‘fan’”. Dimenticai di domandare all’amico artista come avesse fatto a rintracciare Mariette e dove. Continuammo la cena come sempre nei nostri incontri gastronomici, anche se avevo come vicino un signore conosciuto all’associazione regionale pugliesi che inanellava discorsi sul super-io, sul subconscio, sui borderline”, che sono un’infinità, facendo addirittura i nomi dei luoghi in cui sono di più. Era così noioso che non mi fece apprezzare le ostriche, che deliziano il mio palato. Poi la comitiva si sciolse e rimanemmo con Filippo e Ada, soffermandoci sulla cartella di litografie che stava preparando con presentazione di Raffaele De Grada, che insegnava a Brera e aveva scritto una storia dell’arte italiana.
Con Filippo Alto avevamo un’amicizia solida da anni, nata negli anni ‘70 nel corso della proiezione del primo documentario a colori della tivù. Era su Domenico Cantatore, il pittore di Ruvo di Puglia che viveva a Milano. Il documentario era opera di Giuseppe Giacovazzo, che poi diventò direttore della “Gazzetta del Mezzogiorno”. In quell’occasione conobbi anche Mario Azzella, giornalista e documentarista della Rai, di Trani, che quando Filippo morì a Notwill, in Svizzera per le conseguenze di un incidente stradale dalle parti di Ancona, la viglia di Natale, compose una poesia così bella che la imparai a memoria. La lesse all’Airp un altro critico del “Corsera”, Sebastiano Grasso, illustrando la vita e l’attività del pittore che ha dedicato alla Puglia centinaia di tele, alcune apparse in mostre organizzate anche a Cisternino, a Bari, a Martina Franca…
Ecco, questo era in sintesi Filippo Alto, amante come me dei fischietti in terracotta e affezionato a Mariette. Anzi fu proprio lui a fare esplodere la mia passione per i salteri, portandomi una sera come omaggio un elemento della banda dei carabinieri e indicandomi una mostra che si stava tenendo nel palazzo del Comune di Ostuni. Sapeva sempre tutto della Puglia e quando poteva andava ad assistere alle rappresentazioni. Della sua terra ritraeva gli aspetti migliori, conosceva tutti i personaggi e tutti conoscevano lui. Giacovazzo era suo amico, il ministro dei Beni Culturali Vernola anche. Anzi l’onorevole lo volle come consulente al dicastero. Spesso l’argomento delle nostre conversazioni era Mariette e gli proposi di dedicarle una delle sue serate a Figazzano, dove passava la villeggiatura e dipingeva al piano superiore. Al centro di un grande spazio, che doveva essere stato l’aia c’era una fontanella e in cerchio “casodde” e trulli, compresi quelli di don Oronzo, un contadino arzillo e conoscitore delle tradizioni. E’ lì che spesso ci intrattenevamo sugli avvenimenti artistici in Puglia e sulle sue feste, sempre affollate, nella sua tenuta estiva. Non ebbe tempo di rendere omaggio a Mariette, perché ricevette la visita di Raffaele De Grada, desideroso di scoprire la Puglia, le Grotte di Castellana, le Gravine, le masserie, le chiese di campagna…, e poi quella di amici arrivati da Milano per respirare aria di Puglia. Si pentì di non averci pensato prima. Poi fu travolto dal lavoro. Ma il tempo l’avrebbe trovato, se non avesse avuto la disgrazia.
La figura di Mariette gli era cara, la presentava come se fosse stata una diva dello schermo. Per noi era la voce della radio, una voce affascinante, indimenticabile, straordinaria. Un personaggio amato quasi più di Coline, che pure aveva i suoi ammiratori. Nonostante i tantissimi anni trascorsi il “duo” rimase per lungo tempo nella memoria e ancora oggi non è difficile trovate, tra i vecchi, chi non li ha dimenticati.
In quel ristorante quella sera conobbi anche Gaetano, un barbiere che prima aveva avuto il salone in via Fatebefratelli, a un tiro di fionda dalla questura, e poi era stato chiamato ad esercitare nella caserma dei carabinieri nei pressi del Palazzo di Giustizia. Gaetano era un barese simpaticissimo, che si esprimeva nel suo dialetto anche con i militari di altre regioni e si faceva capire. Era un attore spontaneo, naturale, di una simpatia unica. Un giorno andai a trovarlo per chiedergli di Mariette e lui per informarmi a modo suo, magari inventando per accontentarmi, mi tagliò i capelli a cresta di gallo. Non se ne accorse; al giornale mi guardarono i colleghi e risero. Mi vergognai un po’, ma mi giustificai dicendo che avevo immolato il pelo a una notizia. In caserma c’era stato anche un incidente e io l’avevo saputo stando sulla poltrona girevole di Gaetano.
Sono volati tanti anni, da allora; tana acqua è passata sotto i ponti. Mariette forse non c’è più. Da quella sera non l’ho mai più sentita: avevo dimenticato di chiederle il numero di telefono.
(foto home page: Kodra e Filippo Alto)






