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Eva Zamperini Pucci, regina dell’Ikebana Ricordi

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Di Franco Presicci:

Un giornale la definì regina dell’ikebana. Infatti Evi Zamperini Pucci di quell’arte era maestra. Eseguiva veri capolavori, che finivano nelle mostre più importanti. Era abile ed ispirata nell’amalgamare eleganza, e armonia. Un ramo secco assumeva dignità nelle sue composizioni. “Un ikebana si può realizzare con l’hippeastrum, fiori dalle corolle imbutiformi e dalle foglie a nastro, che vantano un loro tipo di bellezza”, mi disse. La incontrai la prima volta nel laboratorio del grande ceramista Giuseppe Rossicone, in via Chiossetto, che eseguiva per le sue opere vasi speciali. Nacque subito una conversazione piacevole nel vano più piccolo del locale, sotterraneo e bene illuminato.
Sembrava uscita dal pennello di un artista. Di nome la conoscevo: spiccava alle feste al Circolo della Stampa, quando presidente del sodalizio era Ferruccio Lanfranchi, capocronista del “Corriere della Sera”. Mi dette subito del tu: il lei non la metteva a suo agio. Era gentile e mordeva le parole aspettando di essere lei a farmi domande, per esempio sulla vita del cronista, Ma io ero curioso di avere chicche sulla sua attività, che sull’ikebana aveva scritto libri che molti leggevano e consultavano.
Parlava piano, con garbo, impreziosendo la voce con sorrisi amabili. Io pendevo dalle sue labbra, imparando che i fiori anche nella loro composizione, esprimono significati profondi, simbolici. Se poi a disporli è un artista, si ottengono risultati di grazia, armonia, purezza, eleganza. Un girasole, spento, il capo reclinato sullo stelo si rianima e tesse un discorso non solo sentimentale, ma artistico tra i fiocchi di due bratte vellutate; e dei rami smagriti per l’agonia, con squarci, senza più la “pelle” possono addirittura assumere il prestigio di una scultura. “L’ikebana è l’arte di far vivere a lungo i fiori”. E lei riesce a dare fremiti a un frascame intrecciato, a una fronda solitaria. Le sue spirali di giunchi, le sue “stelle” rosso-cremisi tra filamenti di verde, le sue palme annodate, magari a una pala di ficodindia ferita, maculata di giallo, non hanno in fondo solo lo scopo di dare splendore a un angolo della casa, ma di esaltare attraverso l’accostamento la divina euritmia della natura; e quando si serve di una gorgonia rosa-corallo o di un arbusto scortecciato come si trova ai piedi di un ulivo o di un fico o manipolato secondo la propria sensibilità; l’effetto procura emozione con la sua forma slanciata e “cinetica”, a volte tesa verso qualcosa o qualcuno, percorsa da una spinta all’abbraccio.
Rossicone aveva collocato i vasi per Evi su un tavolo con il piano che già era paragonabile a un’opera moderna; e stava per impacchettarli, quando squillò il telefono. Era il pittore Fulvio Nardis, abruzzese che si occupava del restauro di Palazzo Clerici, dove aveva lo studio. Aveva acquistato un castello abbandonato e stava recuperando i pezzi rimossi per arredare le proprie case. Ritornò da noi contento e riferì che una volta rimesso un po’ a posto il maniero Fulvio avrebbe invitato Bogiankino per un concerto. Rossicone condivideva sempre le soddisfazioni degli altri. Sia io che Evi conoscevamo Nardis, anzi eravamo amici e fummo felici per lui. Poi Evi osservò i vasi compiaciuta e ringraziò l’autore. E si rivolse a me, che continuavo ad essere interessato al suo racconto. Ancora il telefono. Questa volta era Attilio Alfieri che gli faceva notare come il rosso dei piatti che stava elaborando non era lo stesso dei meloni che si vendevano sulle bancarelle del suo paese: Loreto. Sempre così doveva essere quel rosso, come lo aveva fatto lui nel bozzetto,. “Ma a volte è il forno che non obbedisce”, osservò la Zamperini. Era molto simpatica questa signora dell’ikebana, moglie di un ammiraglio. Era dinamica, cortese, vezzosa come un’euphorbia pulcherrima”. Gli occhi rubizzi, la voce dolce, senza atteggiamenti cattedratici, un sorriso comunicativo, genuino, mai sbrigativa, paziente, orgogliosa delle sue creazioni.
L’ikebana era il suo mondo di poesia, di palpiti, di riscatto lirico della natura, che ogni giorno l’uomo avvelena da irresponsabile. Per approfondire questo mondo ricco di colori, di forme leggiadre, di bagliori arcani, si è cimentata con la difficile lingua giapponese e per percorrere con consapevolezza culturale il “kado”, questa magnifica “via dei fiori”, si è introdotta nella vita, nella storia, nella mentalità, nei costumi del popolo del Sol Levante, tanto che aveva programmato un volo nel successivo agosto verso quel Paese, attirata soprattutto da Kyoto, considerato il luogo di nascita della civiltà giapponese, dove l’arte di costruire i guardini si sviluppò nel periodo Helan.
Il discorso di Evi Zamperini Pucci mi affascinava, mi confermava di trovarmi di fronte a un’autorità dell’ikebana. Intervenne Rossicone: “I suoi libri sono curati con affetto materno, Io li ho letti e riletti. Qualcuno ce l’ho accanto, quello pubblicato dalla Fabbri”. Oltre a “Lezioni di ikebana”, che fa testo, ecco “Alfabeto ikebana”, la sua creatura più riuscita – edita come la prima da Gorlich – la prediletta anche per le stupende fotografie a colori. Stava preparando un libro anche per la De Agostini, sperando che avrebbe suscitato interesse da parte dei lettori. E arrivò la domanda d’obbligo: “Com’è nata in te la passione per quest’arte?”. “Perr caso, durante una mostra, dove vidi una donna che trattava i fiori con molta delicatezza. Che belli! Pensai. Allora sudavo su traduzioni dall’inglese e mi annoiavo. Forse inconsciamente avevo bisogno di evadere. E mi sono rivolta alle stelle della terra”. “Ha avuto chi le ha insegnato la tecnica, l’ha portata per mano. Noto che questa è un’arte difficile”. “Sì, certo, ho avuto una maestra, che è morta. Mi è servita molto e le sono molto grata”.
Con i suoi fiori la mia interlocutrice crea paesaggi primaverili, atmosfere, accordi cromatici in uno stile libero che nell’ikebana è riservato ai maestri. E dire che si avvicina a una gardenia con umiltà, la stessa con cui tocca le fascine, che con le sue dita diventano braccia imploranti.
Era un pomeriggio del ‘72. Per fortuna Rossicone non aveva appuntamenti ma una gran voglia di riposare. I due forni erano accesi, dal cortile arrivava una luce che attraversava l’inferriata della finestra e si spandeva nel corridoio ricavato con legno sottile. Da fuori arrivavano voci di bambini che si rincorrevano. Non succedeva spesso. Evidentemente la custode dello stabile dall’aria signorile aveva ricevuto una visita. Ebbi l’impressione che la signora dell’ikebana si aspettasse altre domande, lei era lì a disposizione, prodiga di spiegazioni. Bastava chiedere. E visto che io titubavo Evi mi parlò delle origine e dei segreti della sua arte. “Mi sono infilata negli ideogrammi un giorno che ero sola e sfaccendata nel mio studio di via Gonzaga, tra piazza Duomo e piazza Missori”. Come una persona che spinta dalla curiosità s’insinua in una foresta intricata. “Per me gli ideogrammi sono un groviglio di aste, di quelle che la maestra ci obbligava a fare alla scuola elementare”. Sorrise. Soltanto allora mi accorsi che su un tavolo c’era un ventaglio di palme su un fuoco di dalie. La conversazione deviò su un binario prevedibile: le feste alla casa dei giornalisti in corso Venezia, nel palazzo che ospitò Napoleone. Una curiosità: mentre il Corso percorreva corso Venezia per entrare a Palazzo Serbelloni, tra la folla che faceva da ala al solenne passaggio c’era un calzolaio, il quale a memoria gli prese le misure degli stivali, li confezionò durante la notte e giorno li portò al destinatario. Calzavano perfettamente e Bonaparte lo raccomandò a tutti i nobili sparsi per l’Europa. Evi sorrise: “Il Circolo della Stampa! Sono ormai lontani quei tempi. Quante signore belle come stelle danzavano con uomini in abito signorile”. Mi dicono che tu eri al di sopra di tutte. Bella, raffinata e ammirata”. “Le cattive lingue non stanno mai zitte”. Evi Zamperini Pucci non c’è più da molto tempo, Non ho più una piccola ikebana che volle regalarmi a tutti i costi qualche anno dopo. E non c’è più neppure Giuseppe Rossicone, che come anfitrione era insuperabile. Sono passati molti anni da allora.

 

 

 


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